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domenica, 25 settembre, 2022

Assieme a Michele dell’azienda La Cadalora, Ala (Trento)

La Cadalora, in compagnia di Michele alla scoperta del territorio che circonda l’azienda, visita ai principali vigneti, cantina e degustazione con una chicca finale

25 Marzo 2022

La CadaloraUn incontro con Michele, quarta generazione dell’azienda La Cadalora, nel centro del paesino di Santa Margherita di Ala (frazione di Ala, cittadina famosa per il velluto) che si apre subito con la scoperta del territorio circostante.

La struttura dove sorge la cantina è una tipica residenza contadina dell’epoca con una conformazione a “u” o a “c”, che risale al 1720. Alzando lo sguardo si può vedere un’antica torre del 1100, diventata poi il campanile della chiesa del paese, struttura che rappresentava uno degli ospizi sulla Via che portava in Terra Santa, di mezzo rispetto a quello di San Leonardo, a sud e Sant’Ilario, a nord.

La CadaloraAnche se una passeggiata di circa undici chilometri sarebbe stata più salutare, prendiamo l’auto per esplorare un percorso che porta al Santuario di San Valentino, il quale svetta su tutte le campagne circostanti. Lungo la strada si può notare la scritta “A Passo Buole”, una grande insegna commemorativa che si riferisce ad una delle più cruente battaglie della prima guerra mondiale, essendo questa una zona di fronte. Il Passo Buole è raggiungibile da una strada sterrata di circa tredici chilometri, creata proprio durante il primo conflitto mondiale.

Il santuario è votivo e, al suo interno, si possono vedere diverse targhe affisse alle pareti per ricordare incidenti, principalmente agricoli. Il Santo si celebra il giorno quattordici febbraio, ma anche la prima domenica di settembre, a ricordare il momento in cui sono state portate lì le sue reliquie.

La CadaloraLa vista sulla vallata è stupenda e si possono notare principalmente tre tipologie di terreni, una prima parte formata dal riporto dei torrenti, ormai ritirati, di San Valentino e della Val Cipriana, i quali hanno creato due conoidi lasciando ciottoli e detriti nel loro percorso. Una seconda area, “più semplice” e pianeggiante, limitrofa al fiume Adige, caratterizzata da un terreno più alluvionale; infine le zone alle pendici delle montagne, con un substrato più roccioso, frutto anche delle azioni franose delle montagne stesse. Una curiosità, quasi tutti i vigneti de La Cadalora sono “contrassegnati” dalla presenza di un cipresso, a parte quello di San Valentino, nel quale svetta un gelso, a voler ricordare l’attività di allevamento di bachi da seta, tipica del territorio.

La CadaloraAlle pendici della chiesa si può trovare una mappa, datata 1994, con una prima zonazione del territorio dove in quegli anni vi era un maggiore equilibrio tra uve a bacca bianca e uve a bacca rossa, oggi molto più sbilanciato sulle uve a bacca bianca, dove a farla da padrone è sicuramente il Pinot Grigio.

La CadaloraLe radici dell’azienda La Cadalora si attribuiscono al bisnonno di Michele che acquistò il vecchio casolare, passato in mano al nonno che, con circa due ettari, iniziò la produzione di vino, principalmente sfuso. Nonno Mario, arzillo novantaquattrenne ha presidiato la vendemmia fino ad un paio di anni fa ed è ancora attivo ormai nel monitorare i processi di vinificazione. L’anno a cui si fa risalire la nascita ufficiale de La Cadalora è il 1982, quando papà Tiziano, uscito dall’istituto di San Michele all’Adige (per cui tutt’ora lavora come ricercatore) comincia a tempo pieno l’attività di vignaiolo. La svolta è stata data quindi sia da Tiziano, supportato anche dal fratello Rodolfo, che iniziarono la produzione di vino in bottiglia per essere commercializzato, trovando un’ottima risposta commerciale, soprattutto negli Stati Uniti.

Oggi, dopo quaranta vendemmie, anche Michele è arrivato al suo decimo anno ufficiale di vendemmia, dopo il percorso di enologia tra Trento e Geisenheim e La Cadalora si compone di quindici ettari di cui solo cinque o sei sono dedicati alla vinificazione.

La filosofia aziendale è quella di valorizzare le particolarità del territorio, concentrandosi in maniera pignola e dedicata alla campagna, con lo scopo di manipolare le uve il meno possibile una volta giunte in cantina per ottenere vini senza difetti o alterazioni.

La CadaloraPer scendere dalla collina, percorriamo la strada dei capitelli, percorso sterrato con una via crucis, molto trafficato dalle persone locali, soprattutto nei weekend. Dopo qualche ripida curva arriviamo a toccare con mano uno dei vigneti de La Cadalora, il Vignalet, nel quale è allevato il Pinot Nero e poco più in basso il Pinot Grigio con due stili simili ma diversi. Due tipologie di pergola, quella del Pinot Nero, doppia, con una densità d’impianto di circa seimilacinquecento piante per ettaro (quando la media è di circa duemilacinquecento), mentre il Pinot Grigio è caratterizzato dalla pergola semplice, sempre con una densità di impianto molto fitta. Questa tecnica serve per avere una produzione per pianta limitata e quindi una maggiore concentrazione nelle uve. Inoltre, la pergola dona una protezione naturale dei grappoli dal sole che, nelle ultime annate, è molto importante viste le problematiche legate al cambiamento climatico, all’anticipo della data di vendemmia e alle alte temperature estive. Per quanto riguarda la gestione agronomica in vigna si utilizzano rame e zolfo, ma non ci si impedisce la possibilità di intervenire con altri prodotti in caso di estrema necessità. I filari sono tutti inerbiti e lo sfalcio avviene con un macchinario che lavora in maniera verticale e non orizzontale, strumento di cui l’azienda possiede l’esemplare numero sette, essendo una delle prime ad averlo testato prima ed adottato poi. La sfogliatura viene fatta meccanicamente, ma rifinita a mano, si concima in maniera organica qualora dovesse essere necessario e la vendemmia viene fatta rigorosamente a mano. C’è da sottolineare come in Trentino i dodicimila ettari vitati siano tutelati anche a livello regionale, basti pensare all’esempio della confusione sessuale per il controllo degli insetti antagonisti.

La CadaloraTornati in cantina si possono vedere gli spazi diffusi: le cantine di recente costruzione e la barricaia, cantina fonda scavata nella roccia, che risale al periodo nel quale è stata edificata la casa, dove la temperatura naturale è ottimale per l’affinamento dei vini e varia di soli due gradi tra estate ed inverno. Gli altri ambienti sono caratterizzati dai serbatoi, tutti in acciaio, per i processi di vinificazione, con forme diverse in base alla tipologia delle uve. La CadaloraCurioso vedere dei serbatoi molto bassi dedicati ai vini rossi, utilizzati per evitare la pratica del rimontaggio e l’uso di pompe, ma, al contrario, il rimescolamento della vinaccia e del mosto durante la macerazione viene fatto a mano con degli appositi strumenti, un tempo di legno, oggi di acciaio. I contenitori sono tutti raffreddati con l’acqua proveniente dalle risorgive che caratterizzano il paese di Santa Margherita, raccolta in una vasca sotto alla cantina, con una temperatura che si aggira attorno ai sei/sette gradi

Le bottiglie prodotte sono circa cinquantamila per anno con una percentuale di 70/75% di vini bianchi e il restante di vini rossi: due tipologie di Pinot Grigio e due di ChardonnaySauvignon, Gewürtztraminer, MarzeminoPinot Nero RosatoPinot Nero e Casetta.

Prima di assaggiare i vini un focus sul nome La Cadalora, che si riferisce al vicino Maso Cadalore, il quale un tempo si diceva fosse il covo di una banda di briganti che saccheggiavano i viandanti in pellegrinaggio. Legenda vuole che ci sia un percorso che collega il Maso alla Torre del paese; “io ho sempre visto la botola, ma è sempre stata chiusa!”, afferma MicheleCadalora è anche un nome, che si riferisce all’Ora del Garda, vento che proviene da sud, dal lago di Garda, creando una costante brezza, che di certo giova alla sanità della vigna e dei suoi frutti.

La CadaloraGli assaggi non potevano che cominciare con un Pinot Grigio, il “Gazzi” 2020, che prende il nome dal vigneto che conta piante di più di settant’anni. Vino che affina in acciaio per cinque/sei mesi e per un altro anno tra barrique e acciaio, oltre ad alcuni mesi in bottiglia che precedono la vendita. I sentori principali sono di mela, pesca bianca, gelsomino, leggere note di frutta secca, gesso, per un palato con un’ottima acidità, minerale, sapido, con una buona persistenza e al contempo verticale, ma pieno. Sicuramente di ottime capacità di invecchiamento. Il legno è quasi impercettibile e Michele mi svela che le barrique utilizzate, di rovere francese, hanno una durata che arriva fino ai dieci passaggi.

La CadaloraPassiamo subito ai rossi con il conviviale Marzemino 2020, dalla vigna di San Valentino, il quale affina in acciaio per dieci/undici mesi. Un’uva adottata dal Trentino, ma portata dai veneziani, che dona tenui note di frutti di bosco, fiori rossi, rosa rossa, ciclamino, note ematiche, leggermente ferrose, con una leggera spezia dolce e cioccolato. In bocca si sente il lampone, per un sorso dall’ottima beva, con poca acidità e tannino quasi inesistente, delicato, morbido, con una buona mineralità e sapidità, oltre ad una discreta persistenza.

Tutti i vini de La Cadalora escono come IGT e nel caso del Marzemino, per disciplinare, la scritta che rappresenta il vitigno è riportata solo nel retro etichetta; nel fronte il vino esce come Vallagarina Rosso IGT.

La CadaloraPassiamo poi al Pinot Nero, ottenuto con uve principalmente prodotte dal vigneto visto in precedenza “Vignalet”, che in dialetto significa “piccolo vigneto”, con piante dall’età media di trent’anni. Un Pinot Nero che affina per circa un anno/un anno e mezzo in barrique ed esprime sentori di piccoli frutti rossi, ciliegia, frutti di bosco, fragoline, spunti ematici, petali di rosa, spezie dolci, una leggera vaniglia; per un palato fine ed elegante, tannino vellutato, buona mineralità, sapidità, discreta spalla acida e altrettanto discreta persistenza.

La CadaloraLa conclusione è con uno dei vini simbolo dell’azienda, il “Majere”, che prende il nome dall’omonimo vigneto nella zona delle Majere, appena sotto alle montagne, definite “piccole Dolomiti”. L’annata aperta è la 2012 e il vitigno è un autoctono Trentino chiamato Casetta, il cui processo di rivalutazione e salvaguardia è cominciato tra il 1995 e il 1996 grazie anche al supporto dell’Istituto agrario di San Michele all’Adige, oggi Fondazione Mach, e dei suoi ricercatori. Piante che sono state recuperate nell’arco di circa cinquanta chilometri tra Trento e la parte alta della provincia di Verona, discendenti da una vite selvatica, ritrovata si ipotizza per puro caso. Un duro lavoro che ha permesso di selezionare solo le viti sane e più resistenti che è arrivato ai giorni nostri grazie a La Cadalora e ad un’altra azienda precedentemente visitata, Albino Armani.

La scintilla che ha fatto cominciare questa rivalutazione si può ritrovare in un episodio, nel quale un contadino ha portato delle bottiglie di circa quindici/vent’anni d’età ad assaggiare al papà di Michele e, sorpreso dalla qualità di questo prodotto, ha creduto nella varietà arrivando a produrne circa tre/quattro mila bottiglie per anno. Un altro aneddoto inerente al vino ottenuto dal Casetta è che un tempo le bottiglie venivano conservate per le occasioni speciali, talvolta nascondendole e murandole in posti ben remoti.

Un vino prodotto alla nascita di un figlio e bevuto al suo matrimonio”.

Dopo un anno/un anno e mezzo di barrique e ormai dieci anni circa di affinamento in bottiglia si presenta con note di frutti rossi sotto spirito, confettura, sottobosco, spunti di fungo, terra, tabacco dolce, liquirizia, cioccolato, note balsamiche e spunti di incenso. In bocca è pieno, con una buona freschezza, buona anche l’acidità e la costante mineralità e sapidità; ricco nella persistenza e “senza alcun segno di cedimento”.

La CadaloraRingraziando Michele per questa full immersion sul territorio, per lui maglietta numero 154!

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