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martedì, 16 Luglio, 2024

La Casa dei Cini, accolto in famiglia da Clelia e Riccardo, Piegaro (Perugia)

Buco nell’agenda colmato grazie alla gentilezza di Clelia e Riccardo Cini che mi hanno accolto per una visita improvvisata nella loro La Casa dei Cini

03 Febbraio 2023

La casa dei CiniUna telefonata improvvisata a La Casa dei Cini, a causa di un buco nell’agenda, mi porta a conoscere i fratelli Clelia e Riccardo nella loro piccola realtà famigliare. All’arrivo vengo accolto da una serie di animali tra cui galline, gatti, oche, che si sommano ad asini e capre, capendo fin da subito la filosofia di questa piccola realtà che punta sempre di più all’auto sostentamento, come si faceva ai tempi delle generazioni passate. La casa dei CiniProprio papà Aristide è stato il primo che ha creduto nell’acquisto delle campagne e nell’ampliamento dell’attività contadina, arrivando a possedere oggi circa cinquanta ettari. La prima pietra di questa attività è stata posata da nonno Bonaventura, attorno al 1904, il quale lavorava la terra e allevava qualche capo di bestiame per autosostentamento, iniziando, dopo la metà del secolo scorso, assieme al figlio, a vendere qualche prodotto, principalmente il vino, in damigiana.La casa dei Cini

Con Clelia andiamo a scoprire quelle che sono le zone vitate di La Casa dei Cini a poche centinaia di metri dall’abitazione di famiglia. Cinque ettari, più due in costruzione tutti sulle colline attorno alla cittadina di Pietrafitta, nota per la sua centrale Termoelettrica, a causa della quale è stata ribattezzata la Springfield umbra. La casa dei CiniNel 2003 è stata piantata la prima vigna di Cabernet Sauvignon e da quegli anni è decollata l’attività vitivinicola, presidiata operativamente da Riccardo, che ha studiato, come la sorella agraria a Perugia. La volontà dell’azienda è quella di valorizzare ogni appezzamento per puntare sul più corretto “blend di campo” e non su un’unica varietà. Dalla parte più alta della vigna di Cabernet si possono scorgere altri quattro vigneti, da cui provengono i vini di La Casa dei Cini. La casa dei CiniLa vigna del “Malandrino”, piantata nel 2006 con uve Ciliegiolo, Foglia Tonda, Aleatico e Malvasia Bianca; il vigneto di Incrocio Manzoni (varietà che in questa zona soffre molto il male dell’esca) e Grechetto per il Filara; la vigna di Sangiovese vinificato in rosato, unico monovarietale; Sangiovese, Ciliegiolo, Canaiolo e Aleatico che andranno poi a creare il “Quattro A” ed infine il nuovo impianto di Garganega, Aleatico e una vecchia varietà chiamata Dolciame. Quest’ultima era un’uva un tempo diffusa, andata poi perduta e recuperata dall’azienda grazie ad alcuni tralci forniti dall’università di Perugia.

Il substrato in questa zona è abbastanza uniforme, eredità del ritiro del lago Tiberino, che ha lasciato sabbia, calcare ed argilla, parti di scheletro e una sorta di marna rassomigliate alla poca friulana.

Si possono notare i segni dei cinghiali, che “zappano” le parti circostanti degli ulivi e non solo, non essendo gli unici frequentatori delle campagne, essendoci più di qualche esemplare di capriolo e anche di lupi.

A protezione della vigna si lavora con rame e zolfo e i terreni vengono lavorati a filare alterno, adottando alcuni sovesci e alcuni spunti della biodinamica, anche se Clelia sottolinea che l’azienda non si definisce pienamente tale. Lo scopo è quello di integrare la vitalità e fertilità del terreno per migliorare il suo equilibrio. A tal proposito si utilizza anche una concimazione a base di letame proveniente da un amico contadino che alleva cinque/sei vacche.

La casa dei CiniOltre ai vigneti La Casa dei Cini coltiva seminativi con cui vengono prodotti anche pasta e pane e circa milleduecento piante di ulivo da cui si ottiene una buona quantità di olio. Vista l’impossibilità di piantare i girasoli, lauto banchetto per i vari animali presenti, quest’anno Clelia ha deciso di piantare del trifoglio resupinato, ottimo pasto per le api.

La casa dei CiniRitornati alla base, non poteva mancare un saluto alle capre, che da poco hanno avuto qualche agnellino; tra queste balzano all’occhio Raul, il maschio dominante e Sorbino, accudita ed allattata da Clelia. Gli animali sono parte integrante della famiglia e vengono adoperati anche in progetti di fattoria didattica sia con i bambini sia con persone diversamente abili. Più per passione che per un ritorno economico si sono adottate alcune arnie per le api, così da preservare questi insetti e creare un po’ di cultura sul loro operato che le porta alla produzione del miele.

A completare il ciclo produttivo un orto nel giardino di fronte all’abitazione, dove Clelia coltiva prodotti stagionali, cercando di dare rotazione alle varietà di anno in anno.

La casa dei CiniAll’interno della casa di famiglia si trova la “nana cantina”, ricavata da quella che un tempo era la cantina di nonno Bonaventura, di cui si trova ancora il condotto dal quale arrivava il mosto appena pigiato nella parte esterna. Un tetris dove sono presenti vasche in acciaio, una botte grande, a fine carriera, un tino troncoconico e un tonneau utilizzato più volte. La casa dei CiniLe vinificazioni avvengono tutte qui, con fermentazioni che vengono avviate tramite un pied de cuve ricavato da una vendemmia leggermente anticipata delle uve di alcune viti maritate che  non sono mai state trattate. L’affinamento dipende dalla tipologia del vino, ma tendenzialmente si utilizza solo l’acciaio, ad eccezione di un’unica referenza.

L’azienda La Casa dei Cini è gradualmente cresciuta negli anni, producendo circa ventimila bottiglie divise in cinque tipologie di vino che ad oggi sono tre rossi, un rosato ed un bianco caratterizzati dalle simpatiche etichette create con un fumettista locale, Antonio Vincenti, alias Sualzo, per rappresentare ed anticipare al consumatore quanto si vuole comunicare con un determinato vino.

La casa dei CiniUn paio di assaggi dei vini rossi dell’azienda, poiché il bianco (“Filara”) è momentaneamente esaurito, partendo dal “Quattro A” 2019, definito dalla famiglia il “vino quotidiano”, quello da bere a tavola a base di Sangiovese, Ciliegiolo, Canaiolo e Aleatico, affinato in acciaio. Un vino fresco, che ricorda i vini di tempi passati, in un equilibrio di sentori e gusto tutto suo. Il secondo vino è il “Malandrino” 2021 a base di uve a bacca rossa quali il Ciliegiolo, Aleatico, Foglia Tonda e un’ospite a bacca bianca, la Malvasia Bianca. Anche in questo caso un vino affinato in acciaio, con uno spirito tutto suo, una discreta acidità e meno tannino del precedente. In entrambi emergono i frutti rossi di queste uve tipiche, che nel secondo caso ricordano le origini di Chianti, qualche nota scomposta al naso li rende piacevolmente insoliti e particolari.

La casa dei CiniNell’etichetta del primo vino vengono rappresentate scene di gioventù, con bambini che giocano in cantina e si uniscono per un pranzo post-vendemmia, vissuto come una grande festa. Il “Malandrino” rappresenta anche in questo caso la gioventù spensierata con i protagonisti dell’azienda che giocano tra le vigne, non vedendo ancora il lavoro e i vari processi che stanno alla base per la produzione del vino.

Nel bianco “Filara” si rappresenta la passione, con scene musicali e di ballo; il rosato Ventù è dedicato a nonno Bonaventura, il quale era solito girare per la città con una motoretta, corredato di mantello e cappello, per andare a giocare le carte al bar dopo il lavoro. Infine il “Borgonovo”, a base di Cabernet Sauvignon, Sangiovese e Ciliegiolo vuole raccontare il passaggio generazionale, con il viticoltore più anziano che insegna le tecniche di potatura a quello più giovane.

La casa dei CiniTra un assaggio e l’altro una chiacchierata anche con Riccardo, intento a “spezzare” il maiale, il quale si occupa della parte agronomica e dei processi di cantina. Nel suo background un’esperienza presso la cantina sperimentale della Regione Umbria, nella quale in un anno si sono vinificate tra le trenta e le quaranta varietà, per poterne studiare ed analizzare i risultati. Una tecnica enologica molto precisa, di cui solo pochi concetti sono stati trasferiti nell’attuale realtà di famiglia.

Curiosità è che Riccardo ha una grande passione per il Soave e qualche anno fa ha deciso di piantare settecentocinquanta piante di Garganega. Una varietà insolita per quel territorio, ma coincidenza o destino hanno voluto che dopo alcuni mesi trovasse un documento del nonno che attestava l’acquisto e l’impianto dello stesso numero di settecentocinquanta piante di Garganega.

La casa dei CiniVisto il ben di dio sopra alla tavolata, non potevano mancare un paio di bistecche di maiale appena curato accompagnate da un calice di Borgonovo 2015 La Casa dei Cini, l’unico vino che affina in botte grande di legno. Lo stile aziendale viene mantenuto, anche se in questo caso emerge una struttura maggiore, per un vino corposo, dai sentori di frutta matura, sotto spirito, liquirizia e qualche nota speziata. In bocca entra deciso e strutturato, con una buona freschezza e acidità, ma anche corpo, morbidezza, un buon tannino e persistenza. Sicuramente da lasciare respirare qualche minuto prima di godere dei suoi aspetti migliori.

La Casa dei CiniRingraziando Clelia e Riccardo per l’ospitalità a La Casa dei Cini, per loro maglietta 218.

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