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martedì, 16 Luglio, 2024

Laherte Freres, storica azienda capitanata oggi da Aurelien, a Chavot-Courcourt (Francia)

Tappa finale tra le cantine della Champagne, assieme ad un vignaiolo di ultima generazione, Aurelien Laherte, titolare di Laherte Freres

13 Gennaio 2024

Tappa conclusiva tra le cantine della Champagne, a sud della denominazione, assieme ad Aurelien Laherte, vignaiolo di ultima generazione, titolare dell’azienda Laherte Freres. Ci tuffiamo subito ad approfondire il cuore dell’azienda, i dodici ettari vitati che sono per due terzi nella Côte du Sud, mentre la restante parte è divisa tra Valle de la Marne, un altro ettaro e mezzo tra i terreni gessosi della Côte de Blanc e mezzo ettaro a Bouzy, comprendendo così un totale di undici Villages. Un concetto estremamente importante per Aurelien è quello di avere una grande diversità territoriale, che impatta sia sulle risorse umane, avendo dieci collaboratori (divisi in tre team), sia sulla capacità di osservare quelle che sono le differenze tra una zona e l’altra, capendo le necessità di ogni appezzamento e fare il meglio per arrivare al prodotto finale più ideale, espressione di ogni specifico terroir.
Viene più volte usata la metafora del bambino piccolo e della sua educazione, annata dopo annata si vogliono effettuare le azioni più corrette per arrivare ad un risultato finale ottimale, con un importante sottofondo di adattabilità. Una filosofia che viene applicata con un’analisi anche temporale, poiché il lavoro che si fa oggi in campagna, potenzialmente, può dare il suo risultato tra un mese e quello che è il lavoro di un’annata può essere impattante l’anno successivo, ma anche tra cinque o dieci anni.

L’azienda è stata fondata da Jean Baptiste e Pierre Laherte nel 1889 ed è giunta alla sua settima generazione, permettendo passo dopo passo di arrivare alla stabilità attuale, grazie al lavoro di ognuno dei protagonisti della famiglia, “essendo la vita troppo breve per fare una rivoluzione solitaria”. Il tutto ha avuto origine da due fratelli di Epernay, che hanno trovato poi la loro sede principale in una vecchia casa appartenente ad alcuni monaci, a Chavot-Courcourt. Nel corso degli anni le dinamiche si sono stravolte, ma da sempre in famiglia c’è stato un occhio di riguardo per la vigna, facendo arrivare ai giorni nostri appezzamenti piantati dal bisnonno nel 1947, pur avendo quest’ultimo nove figli e dieci ettari da dividere. Dopo il secondo conflitto mondiale la povertà dilagava e la famiglia si autosostentava con una barrique di vino e tre conigli, in anni in cui era più remunerativo l’allevamento che la produzione di vino.
Lo Champagne ha portato ricchezza, ma si deve rimanere con la testa sulle spalle, poiché il futuro è incerto. È cosa certa che il clima sta cambiando; negli anni novanta e duemila le vinificazioni erano più semplici, poiché l’uva era diversa e forse l’ultima vendemmia dove si è trovato il più corretto equilibrio tra freschezza, eleganza, acidità e corpo è stata la 2013.

Il timone di Laherte Freres è stato preso nel 2005 da Aurelien, dopo gli studi in enologia ed alcune esperienze tra Borgogna e Champagne, ereditando una parte della vigna dalla famiglia, ma iniziando, dal 2010 ad acquistare anche alcuni terreni in zone diverse da quella delle sue radici. La filosofia che sta alla base dell’azienda si basa su tre pilastri: avere uve provenienti da territori diversi, così da accedere anche a zone differenti e non mettere a rischio la produzione con un unico appezzamento soggetto alle intemperie; ricercare la qualità nelle riserve e negli affinamenti in bottiglia; non ingrandirsi troppo in termine di produzione, pur avendo la possibilità di accedere ad ulteriore materia prima, ritornando così al tema dell’invecchiamento. Questi concetti si possono riassumere il tre parole “Tempo, Posizione e Soldi”, la vera sfida che si dovrebbe affrontare quando si parla di Champagne.

Per quanto riguarda la conduzione della vigna Aurelien ha cambiato la filosofia di lavoro, convertendo l’azienda in biologico e biodinamico, pur avendola declassata negli ultimi anni, sempre mantenendo uno sguardo orientato al futuro, al fine di lasciare un posto migliore alle generazioni successive, pur giovando di quanto è stato da lui ereditato. Rame e zolfo per i trattamenti, oltre ai preparati 500 e 501, non vedendo alcun disciplinare o filosofia come religione, ma cercando di fare il meglio per ogni singolo appezzamento. Se è necessario intervenire diversamente per salvare il raccolto c’è una porta aperta per farlo e non delle restrizioni che mettono a rischio la produzione. “Nel 2023 si è visto chi ha lavorato bene negli anni, essendoci stata un’annata piovosa che ha fatto si che i grappoli pesassero una media di duecentoventi grammi, contro i centotrenta grammi medi delle annate più regolari”. Le potature che si fanno oggi o la lavorazione del terreno e i vari trattamenti possono avere impatti tra dieci, quindici, vent’anni. “Non salviamo vite, ma facciamo vino, cerchiamo almeno di farlo al meglio”.

Nell’ottica di anticipare il futuro, con vendemmie che possono durare dieci o trenta giorni, si cerca di essere il più adattabili possibile e capire i diversi terroir. Dando uno sguardo alla cantina, che sorge dietro alla casa ottocentesca di famiglia (di cui oggi rimango solo le mura, in fase di restauro), troviamo due presse, così da non far aspettare l’uva. Tutto il mosto arriva in cantina per gravità, dove avviene una prima sedimentazione in acciaio. Circa il 70% della massa fermenta ed affina in legno, sia barrique che tonneau ma anche in vasche troncoconiche, mentre il restante 30% della massa effettua i vari processi in acciaio. Vinificazioni che sono pensate per mantenere il vino nel futuro, preservandone la qualità, senza impattare con legno nuovo (le botti spaziano dai tre ai venticinque anni), ma solo per accompagnare la micro ossigenazione. In fase di fermentazione spontanea o indotta dai lieviti in alcuni casi, si effettuano alcuni battonage quotidiani, per poi lasciare il vino ad una chiarifica e sedimentazione naturale. Si cerca di evitare la malolattica e si lavora con i lieviti, parte protettiva e nutritiva, per mantenere il giusto equilibrio tra potenziale ossidazione e eventuale riduzione. Il concetto di micro vinificazioni è alla base delle lavorazioni, poiché si vuole utilizzare il giusto vaso vinario per una determinata tipologia di vino o di uva, che proviene da un terroir ben definito. Per esempio se si facesse affinare il Pinot Meunier in barrique di legno nuovo verrebbe un vino poco integrato e non si valorizzerebbe la varietà. Con uve sane e buone le vinificazioni risultano abbastanza lineari e semplici.
Il blend che va in bottiglia si comincia a studiare tra marzo e aprile, con assemblaggi in vasche di acciaio o cemento. Le vasche di cemento sono state ereditate da nonno Michel, frutto degli anni ’80, ma verranno reintrodotte anche dei nuovi contenitori dello stesso materiale, grazie all’ampliamento degli spazi. Il cemento, secondo Aurelien, rispetta maggiormente le diversità dei vigneti e permette una maggiore espressione identitaria del vino, evitando altri vasi vinari come le anfore, a suo avviso non adatti per il mondo dello Champagne.

Il concetto di base è quello di applicare la giusta dose di modernità, senza impattare sul prodotto finale. Per esempio il remuage viene effettuato a macchina, per investire più tempo a processi legati alla vigna. Una domanda provocatoria rispetto a chi produce vini senza alcun additivo o frutto di uve non trattate al fine di evitare inquinamenti o sprechi eccessivi: “se poi questi vini hanno bisogno di container frigo per essere trasportati, poiché non stabili, dov’è l’impatto positivo sulla natura e sul mondo?”

Tornando a parlare di cantina, il lavoro di Laherte Freres è stato quello di arrivare ad uno spazio tre volte più grande di quello della produzione di ettolitri di vino “per ogni litro ci vogliono tre litri di capacità”. Questo per permettere che tutti i processi avvengano al meglio, minimizzando gli spostamenti e avendo i corretti vasi vinari per non stressare il vino. Anche l’ambiente è molto importante, poiché la cantina, tutta scavata nel gesso, gode dello scorrere di un fiume sotterraneo, che consente di mantenere un’umidità costante del 90% e una temperatura che non varia di molto tra estate ed inverno.

La capacità totale tra produzione e stoccaggio è di seicentomila bottiglie, che oggi si fermano a duecentomila, divise in diciotto vini, ottenuti da sette varietà di uva, provenienti da undici Villages. Siamo sicuramente una generazione fortunata, negli anni ’80 non c’era richiesta degli Champagne provenienti da queste zone, ma negli anni 2000 si cominciato un periodo di ascesa ed oggi abbiamo la fila di persone che desiderano il nostro vino”.
Laherte Freres produce numerose etichette poiché Aurelien sostiene che “in Champagne il limite è la tua creatività, puoi giocare con le varietà, i dosaggi, la sosta sui lieviti e questo permette che ogni anno spuntano fuori nuovi vignaioli, ma sicuramente a tendere ci sarà una selezione naturale con meno produttori ma con vini di maggiore qualità”.

Gli assaggi, all’interno della calda sala degustazioni, utilizzata anche per i pranzi dei collaboratori durante il periodo di vendemmia, comincia con il “Tradition”, Extra Brut, vino di ingresso dell’azienda a base di 60% Pinot Meunier, 30% Chardonnay, 10% Pinot Nero, il quale esprime sentori di piccoli frutti rossi, erbe aromatiche, salvia, mentuccia e una nota salmastra e di ostrica. “Quando lo Champagne ha quella nota di ostrica, significa che è ben fatto”. Vino di beva, con ottima acidità, verticale, sapido e abbastanza minerale, con un dosaggio che rispetto alla produzione di papà è diventato inferiore. Papà Thierry che un tempo produceva solo quattro etichette! Lo stesso vino, Brut, vendemmia 2014 e sboccatura 2016, dove aumenta il sentore di ostrica e i sentori più erbacei al naso per un gusto più concentrato, salino, mantenendo una buona bolla e acidità.

Sicuramente balzano all’occhio le particolari etichette che vestono le bottiglie dell’azienda, una creazione della moglie di un importatore svedese, diventato negli anni amico di famiglia. Design basato sul cambiamento del concetto di marketing di questi anni, poiché, oltre ad avere un prodotto di ottima qualità dentro la bottiglia, è necessario curare anche il packaging e l’immagine aziendale. Le etichette precedenti si possono vedere nella foto della bottiglia appena degustata, qui accanto.

Un assaggio di Blanc de Blanc, Brut Nature 100% Chardonnay con un 50% di vino riserva, sboccato dopo venti/ventiquattro mesi sui lieviti, il quale fa emergere sentori più agrumati e tropicali, sempre discreti e mai invadenti, note di mela golden, un tocco più burroso e il costante sentore marino, per un sorso sempre teso, energico, ma comunque avvolgente e ben equilibrato, con una buona mineralità, sapidità e persistenza.

Passiamo al “Nature de Craie” 100% Chardonnay, senza vino riserva, non dosato e affinato quindici mesi sui lieviti, senza solfiti aggiunti, poiché per l’espressione di quel terroir non c’è stata necessità di aggiungerne. Al naso emerge una frutta più fresca, mela croccante, note erbacee e di fiori freschi, per un sorso più largo rispetto agli altri vini, con un corpo scalpitante, bolla comunque fine e una percezione dello zucchero naturale delle uve, pur essendo un vino non dosato, buona la persistenza e un finale amarognolo.

È il momento di “Les 7”, blend delle sette varietà coltivate: Pinot Nero, Bianco, Grigio, Meunier, Petit Meslier, Arbonne, contenute in un’unica vigna e vinificate tutte assieme, per poi essere parte di un metodo solera che contiene i vini dal 2005 al 2020. Un blend che presenta note più evolute, ma sempre delicate, che tendono al sottobosco, frutta secca, note ossidative, di tabacco, alternate comunque ad un frutto croccante e di fiori secchi. Vino dal sorso complesso, ma verticale, un misto tra eleganza e rusticità che mantiene un buon corpo, sapidità, mineralità e persistenza. Un prodotto che riassume il DNA di famiglia, frutto della selezione massale di vigne piantate dal nonno, il quale consente di degustare qualcosa di diverso e insolito.

Una delle sette uve è diventata anche la protagonista di un vino in purezza, Petit Meslier 100% delle vendemmie 2018 e 2019. Sicuramente non il più classico degli Champagne, che presenta sentori di albicocca, mela gialla, mela cotogna, fiori gialli, tiglio, ma anche un tocco tropicale, di ananas, mango per ritornare agli spunti salini e di ostrica, per un palato dove spicca su tutto l’acidità, buona mineralità, quasi piccante, fine, ma un po’ rustico, una “lama verticale” di buona persistenza.

Conclusione in rosa, con il Rosè a base Pinot Meunier, di cui il 60% viene delle uve provenienti dalla Valle de la Marne, pressate direttamente, per ottenere freschezza, il 30% provenienti dalla Coteaux Sud di Epernay leggermente macerate così da avere un connettore con il restante 10% di uve di Moussy che sono vinificate in rosso. Vino che si sposta sulle note di frutta rossa, ciliegia fresca e fragola croccante, melograno, un tocco ematico e spunti erbacei, con un frutto che ritorna in bocca, dove presenta un buon corpo, mineralità, sapidità, struttura, ma al contempo beva, meno acidità rispetto al precedente e una buona persistenza.

Tutte le bottiglie sono concepite per avere un sufficiente tempo di riposo in vinificazione, in bottiglia sui lieviti ed in bottiglia dopo la sboccatura, così da arrivare pronti per essere degustati al meglio al cliente finale e consentire una digeribilità assoluta di ogni calice.

Curiosi di tornare a vedere i lavori di ampliamento della cantina e curiosi di assaggiare anche due nuovi Champagne in uscita, un arrivederci a Aurelien e alla sua azienda Laherte Freres.

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