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martedì, 16 Luglio, 2024

St Quirinus, tra visita, degustazione e notte di relax al Maso, Caldaro (Bolzano)

St Quirinus, una serata in compagnia di Michael e Fabienne per scoprire la storia della famiglia ed assaggiare alcune delle più di venti etichette prodotte

02 Dicembre 2023

Una giornata in Alto Adige tra cantine e mercatini di Natale di Bolzano che si chiude nel migliore dei modi, in compagnia di Michael e la compagna Fabienne, nell’azienda di famiglia, St Quirinus, situata a Pianizza di Sopra, piccola frazione di Caldaro.
Fin dall’arrivo in azienda si possono notare due diverse strutture, il Maso Premstalerhof e il Maso St Quirinus; il primo costruito dal nonno di Michael, Bruno, circa cinquant’anni fa, restaurato nel 2016 e gestito oggi da nonna Anna; mentre il secondo costruito nel 2009 da papà Robert e gestito dalla sua compagna Birgit. Entrambi i Masi sono destinati all’accoglienza, rispettivamente con cinque e quattro appartamenti e la possibilità di godere di una tipica colazione nei mesi che vanno da dopo Pasqua fino alla fine dell’autunno, oltre ad avere sempre il pane fresco e caldo per tutte le mattine di permanenza.

Prima di approfondire la storia di questa realtà famigliare uno sguardo alla camera che ci ospiterà per la notte, dove la peculiarità principale è che l’architetto che l’ha progettata non ha voluto mettere alcun quadro, sostituito dalle grandi vetrate che regalano una vista mozzafiato tra le vigne a corpo e le adiacenti montagne. “Non sono necessari quadri, poiché è la natura stessa che forma dei quadri”. I Masi sono stati inseriti nel contesto agronomico dell’azienda, costruiti con materiali naturali, come il legno, nel rispetto del paesaggio, in linea con la filosofia portata avanti sia in vigna sia in cantina.

Per scoprire le origini di St Quirinus, dal suo lato vitivinicolo, iniziamo la chiacchierata con l’ultima generazione della famiglia Sinn, Michael, entrato in azienda dopo gli studi all’istituto tecnico ad Ora e alcune esperienze in Nuova Zelanda. Da sempre l’agricoltura è stata l’attività della sua famiglia, con protagonisti principali meleti e vigneti. Il primo punto di svolta per creare una più strutturata azienda è avvenuto nel 2009 quando sono stati cominciati i lavori di creazione della nuova cantina sotterranea, ultimata nel 2013, quando si producevano circa ottomila bottiglie. Nel corso degli anni il lavoro è cresciuto, grazie ad un ottimo riscontro positivo del mercato e l’espansione degli ettari vitati destinati alla produzione del vino in bottiglia, così da dover ampliare la cantina; lavori conclusisi nel 2022 poco prima della vendemmia. Oggi la produzione di St Quirinus è di cinquantamila bottiglie, con la previsione di arrivare in due anni a settantamila.

Gli ettari vitati ad oggi sono sette e mezzo, tra proprietà e affitto, oltre a due conferitori e sei ettari di meleti. Molti degli appezzamenti sono a corpo e la proprietà si espande tra Termeno e Appiano, con una concentrazione maggiore a Caldaro e Pianizza dove si trova l’azienda. A corpo troviamo un substrato caratterizzato da argilla che nasconde alcuni grandi massi; spostandoci sulle colline la roccia, porfido rosso, la fa da padrona; mentre da Caldaro in giù il terreno è più calcareo, con roccia dolomitica e scheletro.

St Quirinus è certificata BIO dal 2006, sia per quanto riguarda la conduzione della vigna sia per i trattamenti sulle mele. Nel 2013 è stata ottenuta anche la certificazione Demeter e alcuni vini vengono prodotti rispettando tale disciplinare. Oltre a rame e zolfo vengono utilizzati altri prodotti come bicarbonato, polvere di roccia, alghe, per limitare le dosi dei primi due. Assieme ad altri viticoltori biodinamici vengono prodotti i preparati 500 e 501 che vengono poi cosparsi tra le vigne; mentre, assieme ad alcuni contadini di Caldaro, si preparano i cumuli di letame di mucca, unico fertilizzante che viene addizionato per arricchire sia i vigneti sia i meleti.

Parlando dell’origine del nome dell’azienda dobbiamo tornare ai secoli scorsi quando queste colline erano abitate dai Frati Benedettini, di origine germanica, i quali producevano già vino (eredità dei Romani) e il loro patrono era per l’appunto St Quirinus.

Il cuore pulsante di questa realtà è la cantina sotterranea, che ha preso vita in due momenti diversi, con un primo ambiente che un tempo ospitava qualche botte d’acciaio e legno, diventato oggi il magazzino delle bottiglie, che di media vengono imbottigliate due volte l’anno. Dal più recente ampliamento hanno preso vita altri due ambienti, uno spazio per gli acciai, di diverso formato, gestendo per lo più fermentazioni e vinificazioni delle uve separate, anche perché le varietà e le provenienze sono decisamente parecchie (solo di varietà resistenti se ne contano dodici, mentre di Sauvignon le vigne sono quattro diverse).
L’uva viene tutta raccolta in cassetta e trasportata per gravità in cantina, con fermentazioni che avvengono per lo più in acciaio, ma anche in vasche troncoconiche (per le uve a bacca rossa Pinot Nero, Merlot e Lagrein) e anfore di terracotta. Per quanto riguarda il tema fermentazioni possono avvenire in diversi modi, a seconda della tipologia delle uve e del vino che si vuole ottenere; spontanee, con pied de cuve o con l’aggiunta di lieviti BIO selezionati.
In un secondo ambiente, scortati dal cane Bella, si possono vedere le botti di legno di diverso formato, dai tonneau da cinquecento e settecento litri alle barrique, ma anche due botti più grandi, da dodici ettolitri, per l’affinamento di una parte dei vini bianchi. Qui si possono notare anche le anfore, di una famosa ditta trentina, che sono posizionate sia interrate nell’argilla, sia “libere”, al fine di verificare i vari cambiamenti che possono esserci su una stessa massa di vino e che impatto può esserci nel suo affinamento. Il primo vaso vinario di terracotta è stato acquistato nel 2015, anno in cui si è sperimentata la produzione di un vino macerato ottenuto da una varietà resistente. Sicuramente l’argilla aiuta a mantenere una temperatura più costante e permette un minor scambio con l’ambiente esterno; qui ora riposano Pinot Nero, Merlot e Lagrein (destinati all’assemblaggio con gli altri vini affinati in legno). Gli esperimenti di St Quirinus sono decisamente numerosi e il mio stimolo di provare dei micro-imbottigliamenti per sentire le differenze tra anfore interrate e non, sicuramente non aiuta il processo di riduzione delle numerose etichette della gamma dei vini prodotti.

Le etichette sono più di venti, con due bollicine Metodo Classico sia in bianco, a base di uve provenienti da vitigni resistenti, sia in Rosè, a base di Chambourcin (etichetta che dallo scorso anno non viene più prodotta. Troviamo poi un Sauvignon Blanc; Sauvignon “MMXXI”, una Riserva di un particolare vigneto; Weiss BurgunderSolt”, Pinot Bianco dall’omonimo vigneto; Pinot GrigioOpera 24”e Gold MuskatellerOpera 24”, ottenuti da due vigneti di un conferitore che sono posizionati nei pressi di un bunker della seconda guerra mondiale, ad Appiano, chiamato proprio Opera 24; Gewürztraminer; Planties Weiss e Planties Amphora, due bianchi ottenuti da varietà resistenti a bacca bianca; TerlanerBerwerk”, blend di Chardonnay, Sauvignon, Pinot Bianco della vigna di Terlano; Sonnentanz Spatlese, un Sauvignier Gris vendemmia tardiva che conta cinquanta grammi zucchero e rappresenta il progetto condiviso di Michael e Fabienne; Planties Rosè, con le resistenti Chambourcin e Prior. Nel mondo dei rossi troviamo la Schiava Vernatsch Berwerk; Kalterersee Classico SuperioreQuirinus”, Schiava con denominazione del Lago di Caldaro; BlauburgunderQuirinus”, Pinot Nero; LagreinBadl”; MerlotQuirinus”; con uve di Pianizza; Merlot Riserva, con uve conferite da Termeno; Planties Rot, rosso ottenuto dalla resistente Cabernet Cortis in purezza. Si aggiungeranno un paio di nuovi esperimenti come il Sauvignon 2021 vinificato ed affinato in botti nuove da settecento litri e un Pet Nat di Moscato Giallo, vinificato con le uve dell’amico che possiede il bunker sopra citato e affinato nel bunker stesso.

Piccola parentesi, St Quirinus non produce solo vino e mele, ma anche uova, confetture di albicocca, mele cotogne, pesche, miele e qualche trasformato di mela come succo e qualche tentativo di sidro. Non poteva mancare una birra, Grape Ale, prodotta con un amico mastro birraio e ottenuta con il mosto di Aromera, varietà Piwi a bacca rossa.

Per assaggiare alcune delle etichette citate ci accomodiamo nella sala degustazioni, al piano inferiore rispetto agli appartamenti del Maso, cominciando con la bollicina Metodo Classico, che trova il suo primo anno di produzione nel 2014, prodotta per passione e non per entrare in competizione con i produttori di spumante. Solo cinquecento bottiglie all’inizio, frutto di molte sperimentazioni e sboccature in tempi diversi. Un Brut a base di Aromera, Joannither e Bronner (stesso uvaggio del cuvée bianco fermo) annata 2017, il quale affina sessanta mesi sui lieviti. Al naso si presenta con note fruttate, tropicali, un agrume maturo, note erbacee, sottofondo di lievito e crosta di pane, oltre alla pietra bagnata. In bocca entra con una bolla fine, verticale, ma con un buon corpo, buona spalla acida, minerale e una discreta sapidità.

Passiamo ai bianchi con il Pinot Bianco 2022, con uve ottenute da piante a pergola, nei pressi di Caldaro, che di media possiedono cinquant’anni e un affinamento di due terzi in acciaio e un terzo in legno. Dalle note timide al naso di pietra bagnata, note agrumate, salvia, camomilla, un pizzico di sapidità, per un palato delicato, con una tenue acidità, minerale, buona sapidità, finezza, corpo e buona persistenza.

Un assaggio di Sauvignon 2021, produzione che si limita ad una botte da settecento litri, in cui resta in affinamento per dieci mesi. Questa annata è stata un’annata eccezionale, dove si è ottenuta un’uva molto matura, anche se con rese molto basse, di quarantacinque quintali per ettaro. Al naso appaiono note non troppo spinte sul varietale, di pesca bianca, pera, albicocca, frutta matura, tè verde, leggere note di litchi, con note erbacee in sottofondo, una spunta speziata di pepe bianco e un tocco di vaniglia. Al palato ha un ottimo corpo, grado alcolico elevato, ma bilanciato dalle parti dure, buona spalla acida, minerale, sapido, con un’ottima persistenza.

Per pochi intimi lo Chardonnay Riserva 2021 con uve provenienti da Terlano, cresciute in un substrato 100% roccioso e ricco di porfido. Solo quattro barrique, di cui tre dedicate a questo vino, che svolge tutto il suo ciclo, dalla fermentazione all’affinamento di dodici mesi, nei vasi vinari di legno (di cui un terzo è nuovo). Una delle seicento bottiglie prodotte ci regala sentori di frutti tropicali, ananas, mango, ma anche pietra bagnata, note di crema pasticcera, miele, vaniglia, pepe bianco. Al palato si sente il corpo, con quattordici e mezzo di volume alcolico, supportato anche in questo caso da una buona spalla acida, mineralità, sapidità, discreta freschezza e lunga persistenza.

I vini rossi esordiscono con il Pinot Nero 2021 a base di uve a poco più di quattrocento metri sul livello del mare, che volgono una fermentazione in acciaio e parte in tini troncoconici, per poi affinare dodici mesi in tonneau e acciaio ed essere imbottigliato. Al naso emergono note fresche di amarena, ciliegia, note di rabarbaro, leggere note ematiche, con un sottofondo speziato. Al palato entra fresco, delicato, con una discreta acidità, sapido, minerale, con un tannino ben integrato e discreta persistenza.

Passiamo alla Schiava 2021, che riposa per metà della massa in tonneau e metà in acciaio e si presenta al naso con sentori delicati di ciliegia e amarena, mandorla amara, amaretto, leggero marzapane, per un palato verticale, quattordici gradi alcol, sempre ben bilanciati dalla freschezza, sapidità, mineralità, buona acidità, tannino delicato, e discreta persistenza.

Da una pergola di un vigneto tra i trenta e i sessant’anni si ottengono le uve di Lagrein che dopo essere state trasformate in vino riposano un anno in botte grande. Un assaggio di 2021 che regala sentori di frutta nera, prugna, frutti di bosco, mirtilli, inchiostro, liquirizia fresca, spezie, chiodi di garofano, note terrose e sottobosco. Vino dai tredici gradi alcol, più morbido in bocca dei precedenti, comunque ricco in sapidità, freschezza, mineralità, discreta spalla acida, beva, tannino delicato e buona durata.

Infine è il turno del Cabernet Cortis Planties Rot 2019 in purezza, varietà resistente piantata a Termeno. Fermentazione in acciaio, trenta mesi di barrique americana per un vino che al naso si esprime con sentori di frutta sotto spirito, note speziate di noce moscata, pepe nero, peperoncino, tabacco dolce, bastone di liquirizia, note di cioccolato, vaniglia, per un palato con un buon corpo, acidità, buona sapidità, minerale, buona trama tannica e persistenza.

Dopo una lunga chiacchierata e gli assaggi accompagnati da un ottimo tagliere di prodotti locali, tra cui salumi e formaggi, un meritato riposo nel silenzio delle colline di Pianizza. Anche il risveglio è qualcosa di spettacolare, con il quadro naturale regalato dalla grande finestra di vetro posizionata davanti al letto, che fa scorgere una meravigliosa vista tra le vigne.
Vigne che sono “abitate” da alcune pecore, che d’inverno passano il tempo tra i filari, talvolta accompagnate dai due cani, svariati gatti, un’oca e un maiale.

Vino, relax e ottima compagnia sono gli ingredienti perfetti per un weekend di relax in Alto Adige. Con la speranza di godere di queste bellezze anche nei mesi estivi dell’anno, maglietta numero 300 per Michael e Fabienne.

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