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mercoledì, 17 Aprile, 2024

Approfondimento sul Tappo a Vite con i protagonisti de Gli Svitati

Una giornata in compagnia dei produttori che hanno fondato il progetto Gli Svitati, per essere ambasciatori in Italia e nel Mondo del Tappo a Vite

04 Marzo 2024

Una giornata di approfondimento sul Tappo a Vite, a pochi passi da Bergamo, presso lo Showroom Pentole Agnelli, in compagnia dei produttori che hanno fondato il progetto Gli Svitati e molti altri ospiti del settore food and beverage, grazie agli amici di Zedcomm.

Il progetto Gli Svitati è nato dalla volontà di cinque produttori che hanno creduto nella chiusura dei propri vini con il Tappo a Vite, fin dai primi anni duemila. I protagonisti sono Franz Haas, Graziano Prà, Silvio Jermann, Pojer e Sandri e Walter Massa, ambasciatori di questa tipologia di tappi, che in Italia sono ancora in parte visti come sinonimo di bassa qualità del prodotto che si trova all’interno della bottiglia.

Una giornata che si apre con gli interventi di alcuni operatori del settore; i sommelier Oscar Mazzoleni (Il Carroponte), Edgar Chacca (Ciau del Tornavento), Matteo Montone (Master Sommelier e Group Wine Director MaisonEstelle) e la moderazione di Daniele Lucca, per approfondire quello che si ritrova nell’ideale del consumatore finale. Una netta divisione tra il consumatore più esperto o winelover, che si fida del sommelier e non bada alla tappatura del vino e il bevitore meno abituale che, considera ancora il vino chiuso da Tappo a Vite, come “cheap”. Un discorso che è valido per lo più in Italia (e aggiungerei in Francia), poiché in mercati internazionali il consumatore non si crea problemi sulla tappatura del vino e tantomeno si preoccupa di creare viaggi pindarici sulla perdita di poesia dell’atto del sommelier che stappa la bottiglia. In mercati come Londra il Tappo a Vite è diventato quotidianità e, come afferma Matteo, si è perso di vista all’interno della carta dei vini, di che bottiglie presentano tale metodo di chiusura e quali il sughero o simil-sughero.

Un’evoluzione che sta portando la consapevolezza al consumatore finale, che è solo all’inizio di un percorso di formazione ed informazione, divulgata sia dai sommelier ma anche dai produttori. Il compito del sommelier è quello di consigliare i vini e guadagnarsi la fiducia nel cliente finale, non necessariamente quello di occuparsi dell’apertura del vino. È decisamente più importante far trasparire la storia di una determinata etichetta, del suo terroir e delle persone che ci stanno dietro, che la gestualità della stappatura, che può anche riservare la cattiva sorpresa di un vino che sa di tappo. Citazione della giornata è che “Il sughero è come una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita!” (Silvia Carlin).

Il ruolo dei produttori è, invece, quello di fare una scelta consapevole per preservare le caratteristiche dei propri vini, nell’ottica di mantenere la qualità del prodotto con una chiusura frutto dell’evoluzione di questo settore. “Il contrario sarebbe come rifiutare la ruota e preferire il trasporto a dorso dei muli”. Sicuramente al giorno d’oggi manca un tassello, che è quello politico, relativo ai vari disciplinari, il quale, talvolta, impedisce la libera espressione dei produttori. Un tema che avrebbe bisogno di un approfondimento a sé stante!

Gli Svitati hanno investito fin dai primi anni duemila sul Tappo a Vite, il primo su tutti Silvio Jermann, stanco di dover rovinare il suo vino con qualcosa che il produttore non fa. Un vignaiolo che ha visto un cambiamento radicale in tre anni di attività, con lo scetticismo di mercati come il Giappone, la Russia o quello dei ristoranti stellati, i quali hanno cambiato idea in un tempo così ristretto, passando da un imperante scetticismo ad essere soddisfatti di questa scelta.

Anche il mondo delle guide, rappresentato dal curatore di Slow Wine Giancarlo Gariglio, ha avuto un percorso graduale di avvicinamento a questo mondo, con i primi vini inviati una decina di anni fa, visti con stupore e non propriamente accettati in maniera positiva da tutti. La presa di consapevolezza e l’informazione crescente hanno fatto si che ci sia stata un’evoluzione di pensiero in maniera favorevole a tale metodologia, valutando in maniera, talvolta più positiva, alcune tipologie di vino.

Un altro degli ambasciatori de Gli Svitati è Walter Massa, il quale ad oggi ha nel mercato sessantamila bottiglie del suo Derthona, tappate con Tappo a Vite che presentano quattro membrane diverse, frutto dello studio a sei mani sia con l’azienda produttrice, Guala Closure, ambasciatrice della giornata, ma anche con l’istituto di ricerca Fondazione Edmund Mach. Oltre al beneficio nel mantenimento nel tempo del vino il valore aggiunto è anche legato all’abbassamento dei livelli di solforosa aggiunta, nel suo caso quaranta milligrammi di totale e venticinque di libera.

Anche Graziano Prà ha convertito la tappattura dei suoi vini bianchi al 100% Tappo a Vite, stanco delle repentine ossidazioni sui suoi Soave (regalandone una scatola al suo fornitore di sugheri, che è repentinamente sparito dalla circolazione). Franz Haas Junior, in linea con la visione aziendale di papà Franz Haas, porta avanti quella che si può ormai chiamare tradizione del suo Pinot Nero tappato con il Tappo a Vite, sottolineando che “il tema della respirazione del sughero è una grande fesseria”, dato che il tappo in sughero respira se c’è qualche difetto sia nella tappatura sia a causa di indesiderati ospiti che a vista d’occhio non si notano.

Parlando di ossidazione è necessario specificare che questa non è l’origine di tutti i mali del vino, ma solo per alcuni stili di vino, di cui sono ambasciatori Gli Svitati e molti altri produttori di vini bianchi (e rossi) in Italia e nel Mondo. Se non ci fosse ossidazione non si potrebbero bere grandi Marsala o Tokaji, ma anche Porto e Sherry.

Sicuramente la formazione e conoscenza sono due fattori fondamentali per fare questo cambio di mindset, con l’obiettivo di far diventare il Tappo a Vite la quotidianità e tradizionalità. Questi due elementi sono il frutto degli studi de Gli Svitati, che provengono tutti dalla scuola di enologia e tutti sono arrivati a questi risultati in anni di prove e studi per poter presentare sul mercato vini che più li rappresentassero. Dopo questa riflessione di Mario Pojer, lo stesso produttore svela alla platea che, anche nel suo caso, tutti i suoi bianchi 2023 sono stati chiusi da Tappo a Vite e il prossimo anno anche il Pinot Nero seguirà lo stesso percorso.

Perché piantiamo le rose davanti ai vigenti? Non per il profumo, non per anticipare le malattie, ma perché le amiamo e visto che amiamo i nostri vigenti abbiamo scelto di tappare anche i nostri vini con un tappo che rappresenti un gesto d’amore per il prodotto finale da offrire ai nostri clienti”. Walter Massa.

Una lunga chiacchierata introduttiva che lascia spazio agli assaggi di cinque vini. Esordio con due Riesling di Ettore Germano, introdotti dal figlio Sergio il quale afferma “Penso che il vino debba soffocare in bottiglia e aprirsi poi nel bicchiere”. Entrambi del 2016, tappati rispettivamente con sughero e con la Vite. Si presentano come il giorno e la notte, con il primo calice che dimostra, oltre ad un colore più scuro, note ossidative, mielate, mentre il secondo più dritto e verticale, note fresche, nette e pulite, accentuando la nota di idrocarburo tipica del Riesling, quasi inesistente nell’altro. Scopriamo così l’effetto “scalping”, ossia l’assorbimento da parte del metodo di chiusura, in questo caso il sughero, di alcune caratteristiche del vino.

La seconda batteria di vini è rappresentata dai Soave di Graziano Prà, sempre annata 2016, con chiusura DIAM 5 e Tappo a Vite. Anche in questo caso le note del secondo vino sono più rappresentative, nitide, con un tocco di idrocarburo ben definito e tipico della Garganega di queste zone collinari vulcaniche.
Conclusione con un salto in Francia, Sancerre 2023, del Domaine J. De Villebois, tappato per la sua prima volta a Vite, per una richiesta dell’azienda produttrice di tappi, al fine di sperimentare il suo risultato, in un paese, forse, più scettico dell’Italia rispetto a tale metodo di chiusura. Dovremmo rivederci nel 2033 per scoprirne i risultati!

Dopo una carrellata di assaggi durante la pausa pranzo, tra cui Vintage Tunina 2013 di Silvio Jermann, Derthona 2016 di Massa, un confronto dei Pinot Nero 2008 e 2011 nelle versioni Vite e sughero di Franz Haas e una prova di “Barolo” di Ettore Germano del 2013; un pomeriggio più tecnico, con analisi scientifiche portate all’attenzione dai vari ospiti, tra cui: Silvia Carlin (Fondazione Edmund Mach), Michele Fino (Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo), Emanuele di Faustino (Nomisma), Federico di Donato (Guala Closures).

Un riassunto tecnico di quanto sperimentato durante la mattinata, con analisi e spiegazioni scientifiche a favore di questa tipologia di chiusura, le quali dimostrano che la qualità non è frutto del caso.

In conclusione un aspetto decisamente toccante, sia a livello ambientale sia morale, è la sostenibilità dell’alluminio, riciclabile al 100%. Senza entrare nei tecnicismi dei vari decreti e comma, è incredibile come in Italia si possa permettere l’utilizzo di bottiglie che arrivano anche ad un chilo e duecento grammi (VUOTE), ma non è possibile tappare un vino come vuole il produttore, altrimenti non rispetterebbe più un determinato disciplinare. Solo imbottigliando un vino bianco o rosso generico si ha la libertà di scelta, una scelta che è decisamente poco libera, probabilmente condizionata da una legislatura obsoleta, la quale non tutela né la miglior qualità di un vino, né la sostenibilità.

Grazie al Tappo a Vite, potremmo essere davanti ad un buon compromesso tra sostenibilità e conservazione di alcune tipologie di vino, ma la strada è ancora lunga e tortuosa, anche se le armi di informazione, formazione, istruzione, consapevolezza, stanno aiutando questa epoca del cambiamento.

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