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lunedì, 23 maggio, 2022

Quattro giorni alla scoperta della Valtellina

Valtellina, quattro giorni alla scoperta di questa vallata caratterizzata da cantine di montagna che puntano sulle diverse interpretazioni dell’uva Chiavennasca

ValtellinaUn’esperienza in Valtellina che si apre nel migliore dei modi, con una prima tappa nella cantina storica di Mamete Prevostini (leggi l’articolo dedicato) a Mese, a pochi chilometri dal paese di Chiavenna. Serata passata con il produttore per approfondire la sua storia e l’assaggio dei suoi vini, nel ristorante di proprietà, “Crotasc”, che prende il nome dai tipici sassi ammontonati, chiamati Crotti.

Dopo aver dormito nelle magnifiche stanze sopra al ristorante, cullati dal silenzio della montagna, l’indomani sveglia presto per raggiungere una seconda cantina, Arpepe (leggi l’articolo dedicato), che trova la sua sede alle porte del paese di Sondrio, appena sotto al Castel Grumello, in quella che è una delle sottozone di questa vallata, denominata appunto Grumello.

L’origine del nome Valtellina proviene dal paese di Teglio, centro un tempo più grande e popolato, i cui abitanti ancora oggi sono chiamati Tellini.

Fino agli anni ’80 del secolo scorso questo territorio è stato un bacino di produzione di vino ottenuto da uve Nebbiolo definito Chiavennasca, nome attribuito non grazie al paese di Chiavenna, bensì per la quantità di vino che ne veniva prodotto. In dialetto: “Ciù” (Più) – “Vinnasca” (Vino/Vinosità).

La Valtellina, oggi, trova al suo interno una divisione in macro-zone di produzione dei vini “Superiore DOCG”: quella più generica è la Valtellina Superiore DOCG, mentre le altre aree (da Ardenno a Tirano, passando per Sondrio) sono Maroggia (25Ht), Sassella (130Ht), Grumello (80Ht), Inferno (55Ht) e Valgella (140Ht). Le aree che non sono individuate in questa divisione sono dedicate alla produzione del Rosso di Valtellina e una parte per lo Sforzato di Valtellina.

ValtellinaUn tuffo nella storia di questo territorio con la visita alla Nino Negri (leggi l’articolo dedicato), la cantina più grande e produttiva della Valle, la quale vede il suo cuore pulsante in uno storico palazzo del 1500, all’interno del centro di Chiuro. Oltre alla parte storica quella più “goliardica”, con un lauto pranzo in abbinamento ai vini dell’azienda, presso il ristorante situato alle porte del Castel Grumello. ValtellinaPer smaltire i manicaretti, una passeggiata ammirando le rovine del castello che è tutelato dal Fondo Ambiente Italiano, oltre alla vista sulle meraviglie della Vallata.

Ci troviamo all’interno di due versanti, quello Orobico (delimitato dalle omonime Alpi Orobiche) e quello delle Alpi Retiche, di origine e conformazione territoriale simile, ma una differenza di esposizione, che ne ha impattato, soprattutto ai giorni nostri, la coltivazione della vite, prediligendo il versante Retico.

La quarta azienda visitata in questa avventura prende il nome proprio da uno dei monti del versante Orobico, che divide la Valtellina e la provincia di Sondrio, dalla Val Seriana, nel bergamasco. Il monte si chiama Pizzo Coca e a questo è dedicata l’azienda (leggi l’articolo dedicato) omonima condotta da Lorenzo (bergamasco) e Alessandro (Valtellinese), la quale ha preso vita qualche anno fa, trovando sede a Ponte in Valtellina, uno dei borghi un tempo più importanti; paese di politici, scienziati e persone di spicco nel panorama italiano dei secoli scorsi.

ValtellinaI terreni sono pressocchè uniformi, con una matrice di natura scistosa, presentando una percentuale maggiore di limo e sabbia, a discapito dell’argilla, che è materia molto rara. I vigneti sono caratterizzati da terrazzamenti di diverse inclinazione e profondità, contornati da duemilacinquecento chilometri di muretti a secco, Patrimonio Immateriale dell’Umanità.

L’esposizione dei principali vigneti è orientata a sud con la protezione delle Alpi che favorisce un particolare microclima, oltre alla ventilazione che proviene dalla brezza del lago di Como.

La viticoltura è indubbiamente definita “di montagna”, agevolata negli ultimi trenta/quarant’anni dal cambio di tecnica di coltivazione della vite: dal Ritocchino (con vigne perpendicolari alla montagna) al Girapoggio, nel quale le vigne sono parallele. A causa delle difficoltà di conduzione di questi vigneti, gli ettari delle aziende talvolta dislocati e le condizioni meteorologiche non sempre favorevoli è generalmente difficoltoso applicare il disciplinare BIO, preferendo un sistema integrato, anche se alcune piccole realtà stanno sperimentando questo approccio e non solo.

La potenzialità di questo ecosistema, che gode di una favorevole escursione termica tra giorno e notte oltre ad un’ottima esposizione, si riflette nel prodotto finale, trovando conferma anche nelle bottiglie di vecchie annate, che possono regalare ancora emozioni positive, pur non essendo state prodotte con le tecniche moderne che oggi abbiamo a supporto.  Esperienza di assaggio di una vecchia annata durante la quinta tappa, in visita all’azienda Rainoldi (leggi l’articolo dedicato), degustando una bottiglia datata 1999, i cui profumi, freschezza, piacevolezza di beva, acidità ed equilibrio non avrebbero mai portato alla mente una vendemmia di ventidue anni fa.

ValtellinaLa seconda notte (e anche la terza) è stata passata nell’Azienda Agricola ed Agriturismo Arbulè, a Poggiridenti, una piccola ed accogliente struttura creata dall’ingegnere e appassionato di Rally, Daniele.

ValtellinaNon sono mancati un paio di aperitivi per assaggiare qualche prodotto di produzione propria, tra cui vino, marmellate, frutta, accompagnate da alcuni formaggi locali.

Tornando a parlare di Rainoldi, la sua sede è a Chiuro, all’interno della quale si possono respirare quasi cent’anni di storia, con uno sguardo sempre rivolto all’innovazione e al futuro, grazie anche ai progressi dell’enologia moderna. Se un tempo per vendemmiare venivano utilizzate le Gerle, oggi Rainoldi, per ottimizzare tempi e preservare l’incolumità e l’energia dei propri collaboratori, utilizza come mezzo di raccolta l’elicottero, che trasporta i vari cestoni di uva, dalla vigna, direttamente in cantina.

Oggi la Valtellina conta meno di mille ettari vitati, contro gli ottomila nell’epoca napoleonica (secondo alcune testimonianze) e i tremila degli anni settanta. La produzione si aggira attorno alle tre milioni di bottiglie circa, nettamente inferiori alla quantità di vino, principalmente sfuso, che veniva prodotto fino agli ultimi decenni del secolo scorso.

Anni nei quali i ristoranti, in controtendenza con le Langhe, acquistavano i vini di Valtellina al ribasso, in un clima precursore della svolta qualitativa di questo territorio, che in seguito ha visto l’affermazione di diverse realtà vitivinicole, oltre al riconoscimento della DOCG nel 2003 e il consolidamento sul mercato dello Sforzato.

Dopo un po’ di storia, tuffo in una delle più emergenti realtà valtellinesi, anche se con un background di vignaioli di tre generazioni. Un’accoglienza famigliare quella di Renato, Francesco e Florinda Folini (leggi l’articolo dedicato), all’interno della sala al piano terra della propria abitazione a Chiuro, in cui è stato creato un piccolo agriturismo. Degustazione dei manicaretti di mamma Florinda e papà Renato abbinati ai vini prodotti da Francesco, che dal 2013 conduce l’azienda.

ValtellinaUn pranzo accompagnato dagli amici di “Tastà Valtellina”, un gruppo di ragazzi autoctoni che, autofinanziandosi, condividono i posti che frequentano nella vallata: ristoranti, cantine, rifugi, malghe, luoghi culturali, o semplicemente esperienze che si possono vivere in questo territorio.

Dopo antipasto, primo, secondo e dolce una nuova visita, questa volta nella micro-cantina Le Strie, Le streghe (leggi l’articolo dedicato), fondata e condotta da Stefano, Luciana, Paolo e Marisa, nel paese di Ponte in Valtellina.
Due gli ambienti principali, a pochi metri l’uno dall’altro: cantina per vinificazioni ed affinamenti e sala degustazioni, all’interno delle vecchie carceri del paese.

Le rese medie di questo territorio si aggirano tra i trenta e gli ottanta quintali ettaro, anche se è difficile talvolta parlare di ettari vitati, essendoci vigneti molto sparsi e dislocati per ogni azienda, una sorta di Risiko di vigne.

In controtendenza la penultima azienda visitata nella giornata conclusiva, Triacca (leggi l’articolo dedicato), che nel suo corpo principale conta circa quattordici ettari vitati. La sede di rappresentanza di questa realtà sorge a Bianzone, in uno storico palazzo chiamato La Gatta, che un tempo era un monastero benedettino, risalente al quindicesimo secolo. Un progetto imprenditoriale dello svizzero Gino Triacca che ha visto uno dei suoi vini essere protagonista di una cena con ospite Carlo Azelio Ciampi, al tempo della presidenza della Repubblica. Il Moscato Rosa Triacca, grazie a quell’occasione, ha preso il nome di “Vino del Presidente”.

La conclusione di questo tour alla scoperta della Valtellina è stata l’incontro con Marco Fay, che assieme al padre e alla sorella Elena, conduce l’azienda di famiglia Sandro Fay (leggi l’articolo dedicato). Qui oltre alla visita della cantina di San Giacomo, il racconto della storia e la degustazione si è tornati a parlare molto di territorio.

Un territorio che ha visto un’evoluzione anche dal punto di vista di interpretazione morfologica, la quale ha impattato sulla produzione del vino, prima in ingenti quantità destinati al commercio con la Svizzera fino ad arrivare alle bottiglie di pregio dei giorni nostri.

Con la creazione delle varie sottozone della DOCG Valtellina Superiore è stato creato un primo modello di comunicazione, forse un po’ riduttivo e limitante, con un sistema già standardizzato dove Sassella era sinonimo di fruttato, Grumello di sapidità, Valgella di acidità e Inferno di austerità; senza dimenticare il colpo di coda finale, negli anni 2000, con l’aggiunta della quinta sottozona Maroggia.

Nell’ultimo decennio o poco più, grazie anche ad un ricambio generazionale, si è cercato di uscire da questi stereotipi clusterizzati, cercando di capire ed interpretare il territorio a seconda delle diverse altitudini.

ValtellinaUna vallata caratterizzata da un fondo valle ricco di umidità, i principali paesi a mezza costa e vigneti che si estendono fino agli ottocento metri sul livello del mare. Il punto di partenza nei lavori di approfondimento che vanno oltre alle sottozone, si sono concentrati proprio sul tema delle altezze individuando alcune caratteristiche generali nei vini: entro i quattrocentocinquanta metri i vini presentano una maggior facilità di beva e meno struttura; tra i quattrocentocinquanta e i seicento metri, dove il clima è mite, non ci sono gelate e si ha un’ottima escursione termica si raggiunge idealmente il più corretto equilibrio e maggiori “garanzie”; ed infine, oltre i seicento metri, nella zona più asciutta, si riscontra meno maturazione delle uve, bucce più fini, caratteristiche che impattano nell’ottenere un’acidità maggiore. Quest’ultima è retorico dire che è la zona più ostica, ma anche quella che consente vendemmie tardive e permette di ottenere uve destinate all’appassimento.

Ad oggi si vuole far percepire queste caratteristiche legate alla Valtellina, che vanno oltre a quelle che si sono cristallizzate negli anni e probabilmente sono state anche fuorvianti rispetto agli occhi del consumatore finale.
In un mondo di possibilità uno degli scopi della Valtellina è quello di puntare sulla Chiavennasca, un Nebbiolo di montagna con alcune caratteristiche ben precise e una propria identità, esprimendo sentori generalmente fruttati e floreali oltre ad una freschezza e piacevolezza nella beva.

Ottimo segnale dell’ultimo decennio è l’incremento delle aziende, che da circa una trentina, sono arrivate a più di sessanta.

ValtellinaUn particolare ringraziamento al team della Strada del Vino Valtellina, una Strada che in questo caso si estende per sessantasette chilometri, la quale collega Ardenno a Tirano e permette di far godere i visitatori di panorami mozzafiato, piccoli borghi, rovine di castelli antichi, senza dimenticare le cantine, i ristoranti e le strutture ricettive che permettono di immergersi nel relax della vallata, assaporando i piatti della tradizione accompagnati dai vini di montagna.

La speranza è quella di tornare quanto prima in questo magnifico territorio.

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