Vigneti Vecchio, seconda tappa a nord dell’Etna per conoscere la storia di Rosa e Carmelo che si sono dedicati alla viticoltura sul Vulcano
23 Aprile 2026
Una seconda tappa sempre a nord dell’Etna, ci porta a Verzella, paesino a nord di Solicchiata, dove ad aspettarci c’è Rosa, una delle protagoniste della piccola azienda Vigneti Vecchio.
Assieme a lei andiamo a scoprire il percorso che ha portato la sua famiglia a fondare questa realtà nel 2016. Tutto è partito dal DNA del marito Carmelo, che proviene da una famiglia di mezzadri da diverse generazioni, i quali si sono occupati della gestione di una proprietà di circa trentacinque ettari, al di là della strada dove è sorta la cantina, appartenuta ad un signorotto del posto.
Questo fondo veniva coltivato per il suo 50% circa, essendo per la restante parte ricoperto da colate laviche che hanno lasciato un terreno pietroso praticamente impenetrabile. La coltura era mista, con una grande prevalenza di vigneti, ma anche di alberi da frutto e, dove non riuscivano ad affondare le radici le vigne, si coltivava addirittura il grano. Per centinaia di anni la situazione della famiglia Vecchio è stata quella di sfruttamento, tanto che Rosa tiene a raccontare un aneddoto tramandato dal nonno del marito, anche lui Carmelo. In un anno di carestia Carmelo chiese alla signora del feudo se potesse dare del grano per la sua famiglia, ma questa glielo negò. Mesi più tardi la stessa chiamò il mezzadro per pulire la stanza dove era stoccato il grano, poiché questo era marcito.
Dopo un lungo periodo di servigi, fortunatamente, si sono presentati gli anni del riscatto sociale, riuscendo Carmelo ad acquistare il fondo, anche se poco dopo mancò. Una parte degli otto figli, tra cui il tredicenne Mario (il suocero di Rosa), si mise d’accordo per subentrare all’acquisto della terra, che, tra le altre cose, era stata offerta ad una cifra, che poi si è dimostrata più alta.
Il feudo rimase così nelle mani della famiglia Vecchio che lo aveva custodito per secoli, dedicandosi al ripristino delle attività di vigna e di coltivazione in generale, con una grande opera di rinnovo, tra cui lo sbancamento tramite motopala manuale dei vigneti e la modernizzazione degli impianti, ove possibile.
Inoltre, si mantennero alcune aree di vigna ad alberello e una parte di terrazzamenti, raggiunti da strade più agevoli e percorribili.
Una curiosità è che per allargare le strade, lì dove c’erano già dei filari, questi ultimi venivano interrati per essere fatti riemergere al bordo della strada stessa.
Con il passare degli anni anche Carmelo si iniziò ad appassionare a questo settore, lavorando per diciotto anni in una conosciuta e limitrofa azienda, sempre a nord dell’Etna. La volontà e il sogno di avere un progetto proprio, oltre a quello di creare qualcosa di condiviso con la moglie Rosa, lo portò a pensare di iniziare a costruire la propria realtà.
Spinto anche dagli amici produttori, uno in particolare, nel 2016 ha preso ufficialmente vita Vigneti Vecchio, all’interno del garage di casa di quaranta metri quadri, con il solo utilizzo di cinque tonneau usati, avendo in prima battuta scartato l’idea di gestire le vinificazioni in aziende terze.
Con l’idea di produrre un vino completamente identitario e rappresentativo della famiglia, è iniziata questa avventura, grazie all’affitto di una prima vigna in Contrada Crasà (oggi non più presente tra quelle allevate) e un altro appezzamento proveniente dalla famiglia materna di Carmelo.
Nel corso degli anni sono stati acquistati alcuni appezzamenti, arrivando ad un totale di tre ettari vitati in produzione, i quali si trovano in quattro aree principali sul versante nord dell’Etna: sulla parte centrale del versante a Randazzo, precisamente in Contrada Donna Bianca (al di fuori della denominazione) a ottocento metri sul livello del mare dove si trova circa mezzo ettaro; tra i seicentocinquanta e i settecento metri, a Solicchiata in Contrada Piana dei Daini un altro mezzo ettaro, per poi passare ad un ettaro a Linguaglossa, in Contrada Friera (la prima dove si testimonia sia stato edificato un Palmento) e un altro ettaro molto frammentato ricavato dal podere ereditato dalla famiglia, in Contrada Malpasso. Tutte le vigne affondano le radici su terreni lavici di diverse conformazioni, dai costoni molto alti di Randazzo, a quelli misti di Solicchiata e Malpasso, oltre a quelli più sciolti e antichi di Linguaglossa.
Dando uno sguardo proprio alle vigne di Malpasso si possono notare le diverse aree vitate, con un impianto più recente a spalliera, risalente agli anni Settanta, e quelli più antichi ad alberello, in una sorta di anfiteatro che racchiude piante centenarie pre-fillossera, ad alberello. Il podere è ormai frazionato tra i diversi eredi, ma viene comunque mantenuto con passione e dedizione, lavorando la vigna in maniera attenta e precisa, dando spazio anche agli alberi da frutto e qualche capretta.


All’interno del podere è presente il vecchio Palmento, utilizzato oggi da uno dei fratelli in maniera amatoriale per pigiare le uve e produrre un vino per autoconsumo. Non si è certi della data di costruzione di questa struttura, che si è conservata quasi alla perfezione, ma si può notare una data, probabilmente riferita al suo restauro o ampliamento, del 1889.

Tornando a parlare di vigna la conduzione si può definire quasi “ossessiva”, con un presidio costante tra i vigneti, al fine di poter capire che tipologia di interventi fare, ma soprattutto quando intervenire. Come dice sempre Mario, che continua a dare un prezioso supporto alla nuova generazione: “Se mi calassero dall’alto a occhi bendati in un vigneto, saprei riconoscere dove sono e che tipo di piante starei toccando”. Fortunatamente quasi tutte le annate sono state “felici”, tranne la 2023, dove la peronospora ha colpito gran parte dei vigneti.
L’azienda non ha alcuna certificazione, ma cerca di mischiare la tradizione all’innovazione e all’evoluzione della tecnologia, al fine di essere il meno interventisti possibile, con trattamenti a base di zolfo e talvolta rame, gestiti in maniera oculata capendo il bisogno delle singole aree vitate. “L’uomo si deve adattare alla natura”.
In vigna e cantina, oltre a Mario, sono presenti Carmelo e il fratello di quest’ultimo, Salvo, mentre Rosa è la protagonista dell’accoglienza, della parte commerciale, ma anche del supporto dove è più necessario.
Il suo regno è sicuramente la sala degustazioni, costruita nel 2021, assieme alla cantina che ha sostituito il garage di casa, dove all’interno possiamo trovare tutto ciò che è necessario per chiudere il ciclo produttivo, dal grappolo, all’imbottigliamento ed etichettatura.
Anche i tonneau utilizzati nelle fasi iniziali sono stati pensionati, pur non essendo stati eliminati per un valore affettivo, sostituiti da vasche in acciaio e vetroresina, dove avvengono le fermentazioni, esclusivamente spontanee. L’affinamento di tutti i vini non vede più il legno, sebbene usato, come protagonista, ma il cemento, con vasche di diverso formato acquistate da cantine che le dismettevano e restaurate per dargli una nuova vita.
Dal primo bianco e primo rosso prodotti, i quali hanno ottenuto fin da subito un grande successo principalmente oltreoceano, oggi le etichette Vigneti Vecchio sono aumentate a sette, per un totale di venti/venticinque mila bottiglie (a fronte un potenziale massimo di circa trentamila).
Alla base della piramide troviamo tre vini d’ingresso di Vigneti Vecchio, denominati “Sciare Vive”, tra cui un bianco a base 70% Carricante e 30% Catarratto, oltre ad altre varietà come il Grecanico, Inzolia e Minnella, il quale effettua una più o meno lunga macerazione dipendentemente dall’annata; un rosato da Nerello Mascalese 100%, ottenuto da una vigna piantata nel 2020 e il rosso da uve Nerello Mascalese, ma anche Nerello Cappuccio, Minnella Nera e qualche vitigno a bacca bianca, come si era soliti fare un tempo.
Prima di passare ai rossi di contrada, un secondo rosato, in questo caso Metodo Ancestrale, da uve Nerello Mascalese, che viene sboccato e presentato sul mercato con il nome di “Sciarabballa”, vestito da un’etichetta disegnata dalla figlia della coppia.
Tra i vini di contrada troviamo “Contrada Donna Bianca”, Nerello Mascalese per il 50% e la restante parte di Nerello Cappuccio, Grenache (proveniente da una vigna di settant’anni custodita da un anziano contadino del posto), Nocera e le uve a bacca bianca; “Contarda Friera”, da una vigna antecedente al 1895 e alla costruzione della circumetnea, che ha diviso successivamente il vigneto, dove troviamo Nerello Mascalese e “una miriade di altre varietà” tra cui circa un 25% di uve a bacca bianca. Infine “Contrada Malpasso”, il vino che porta il nome della Contrada di casa, a base di uve Nerello Mascalese, Cappuccio e un 5/10% di varietà a bacca bianca, nato durante il periodo del Covid, con le prime uve raccolte e diraspate a mano tra amici, vinificate con macerazione carbonica in cemento per una ventina di giorni, fermentazione, conseguente pressatura e affinamento nello stesso cemento.
All’interno della sala degustazioni, che anche in questo caso Rosa tiene a specificare che mescola la modernità e la tradizione, con i tavoli in castagno sorretti da una struttura in acciaio, cominciamo ad assaggiare i vini Vigneti Vecchio dall’unico bianco prodotto. 70% Carricante, 30% altre uve a bacca bianca, annata 2023, il quale si presenta con note di macchia mediterranea, origano, mentuccia, goccia d’oro, fieno, un tocco di frutta disidratata, leggera zagara per un sorso fresco, dritto, “leggero”, con una buona mineralità, sapido e una moderata persistenza.
Passiamo al rosato 2025 ottenuto dal contatto sulle bucce per poche ore delle uve di Nerello Mascalese, il quale regala sentori di pesca, arancia sanguinella, un tocco ematico ma anche di pepe bianco e origano. In bocca entra sempre teso, fresco, con un’ottima beva, spalla acida, abbastanza sapido e minerale e con una moderata persistenza.
Il primo rosso che assaggiamo è quello della linea “Sciare Vive”, annata 2024, che, come per tutti gli altri rossi, affina in solo cemento. Al naso si presenta delicato, con note di ciliegia, rosa rossa, uno spunto ematico, fumè e un leggero sottobosco, per un sorso sempre fresco e di beva, abbastanza teso, con un tannino ancora scalpitante, una discreta mineralità, abbastanza sapido e abbastanza persistente.
Proseguiamo con “Malpasso” 2022, dove i sentori al naso sono più carichi, pieni, con note di cioccolato, frutta matura, ciliegia sotto spirito, china, tabacco dolce, noce moscata. Il suo corpo si percepisce anche in bocca, dove entra pieno, sostenuto da una discreta acidità, abbastanza sapido e minerale, un tannino più integrato del precedente, tocco amarotico e buona persistenza.
Il terzo rosso è quello di Contrada Friera, annata 2022, il più floreale, erbaceo dei tre, con note di frutta surmatura e un tocco di sotto spirito, per un sorso che presenta meno acidità, più morbidezza, discreta sapidità e mineralità, tannino abbastanza integrato e buona persistenza.
Un ringraziamento a Rosa, dinamica protagonista di questa azienda creata con le forze della famiglia e molti sacrifici, in attesa che passi per Venezia per la consegna di una delle magliette Winetelling.


