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martedì, 16 Luglio, 2024

Nella località di Zugliano a sud di Udine per scoprire Villa Job (Udine)

A sud di Udine, nel paesino di Zugliano, all’interno dell’ecosistema Villa Job, creato negli anni da Alessandro

20 Gennaio 2024

La prima uscita alla scoperta di nuove cantine italiane del 2024 non poteva che essere nell’amato Friuli, precisamente a Zugliano, piccola località a sud di Udine, dove trova le sue radici l’azienda Villa Job.

La prima riflessione che probabilmente tutte le persone che raggiungono il centro di Zugliano è quella di aver potenzialmente sbagliato posto, poiché dalla strada principale non si vede alcuna vigna né tanto meno un accenno di cantina o richiamo alle vinificazioni. Ad aprire il grande portone verde che separa il mondo urbano da quello agricolo di Villa Job è Alessandro, il quale chiarisce subito tutti i dubbi indicando che il luogo non è volutamente comunicato e chi lo raggiunge ci va per il vino e non per il posto in sé.

L’accento di Alessandro non mente molto, nato in Toscana, trasferitosi a Milano per lavoro e trapiantato in Friuli per passione. Ci troviamo in quella che un tempo era la proprietà di nonno Riccardo, una tenuta del ‘600, che da sempre ha visto come sue attività principali l’agricoltura e una piccola parte di allevamento. Fino agli anni ’80 si allevava per lo più la vigna, piante di tabacco e gelsi, per i bachi da seta, oltre al grano e seminativi. Quella della mietitura era una vera festa, poiché si ritrovavano diverse famiglie del paese, che di media erano composte da sette/otto persone, all’interno degli spazi della villa per usufruire dell’attrezzatura messa a disposizione della comunità ed infine brindare e banchettare nella barchessa.
Il corpo centrale della villa non è praticamente mai stato abitato e si utilizzava come magazzino di stoccaggio.
Un tema importante era la condivisione degli spazi e degli attrezzi da lavoro, in una sorta di mezzadria moderna, concetto ripreso da Alessandro, quando ha deciso di cambiare vita e ritornare nelle terre di origine del nonno, per dedicarsi alla vita campestre.

Negli anni ’90 il concetto di mezzadria era praticamente sparito e la piccola azienda condivisa era diventata una sorta di industria del mondo del vino, la quale produceva circa ottocentomila bottiglie, con uve di proprietà, ma con una gran parte della materia prima che veniva acquistata. In quegli anni il business di famiglia si era spostato totalmente dall’attività agricola a concentrarsi su un prodotto ottenuto dal marmo, trasferendosi a Carrara. Saltando dagli anni novanta alla seconda metà degli anni 2000, precisamente nel 2006, nonno Riccardo è venuto a mancare e, dopo qualche anno di stand by, poiché né papà Gregorio né nessun altro degli eredi voleva tornare in Friuli e soprattutto alla lavorazione dei campi, la decisione nel 2015 di Alessandro di abbandonare Milano ed il suo lavoro di consulenza, al fine di tornare alle origini.

Una scelta dettata dalla passione e dalla conoscenza del mondo enologico e ristorativo acquisita negli anni, frequentando locali e ristoranti con proposte uniche e talvolta insolite, oltre alla ricerca e studio in ambito enologico, parallelamente alla sua attività. Un ritorno alla vigna con il desiderio di produrre vini essenziali, senza l’aggiunta di correzioni che ne facevano peggiorare i sentori, come la gomma arabica o la bentonite o troppa solforosa, partendo da un lavoro in vigna focalizzato alla riduzione dei trattamenti. Questo percorso è stato cominciato assieme ad un enologo di un’azienda più strutturata e “convenzionale”, che ha messo a fattor comune le sue competenze, facendo percepire i rischi e le potenzialità di queste filosofie di lavorazione, condividendo le varie metodologie in vigna e campagna.

Negli anni successivi, a seguire Alessandro è entrato in famiglia un altro viticoltore, di Cormons, Davide Gaggiola, il quale ha da sempre avuto il sogno di produrre il proprio vino, pur non avendo a disposizione né campagna né cantina. Oggi Alessandro ha messo a disposizione parte della sua vigna a Davide, così che possa produrre i suoi vini, con la sua espressione e marchio, all’interno della cantina Villa Job. Negli ultimi anni si è unito anche un altro ragazzo, Benjamin, che coltiva della Malvasia in Slovenia, unita a quella di Davide per le sue vinificazioni. Progetti diversi che hanno sia il trait d’union del mondo del vino, ma anche un valore sociale e della convivialità che porta il lavoro di gruppo. Complementare al vino la produzione di miele, seguita dalla moglie Lavinia, riprendendo la passione per le api che già nonno Riccardo aveva.

Per approfondire il vigneto ci addentriamo in una sorta di clos dietro alla struttura, in compagnia dei due labrador Garolla e Yuma. All’interno della tenuta di trenta ettari ne contiamo otto e mezzo vitati, che si completano di seminativi Bio, grani evolutivi ed erbe apistiche, il tutto circondato dalle mura della proprietà, ma anche dal vicino bosco e fiume Cormons, così da impedire ogni forma di contaminazione.
Il substrato è formato prevalentemente da argilla, con tracce di marne e scheletro, essendo in una sorta di “panettone” rialzato rispetto al resto delle proprietà adiacenti. Un valore aggiunto che ha sfatato la diceria popolare, la quale affermava che a Zugliano si potevano coltivare solo patate. La diversità dei substrati porta, però, a complicare le lavorazioni, dovendo adattare gli attrezzi per lingue di terra, non avendo un’uniformità totale, un tema che ha impattato anche nelle vinificazioni, che si è scelto di fare in maniera separata.
La filosofia che si applica nelle lavorazioni riprende i principi di Fukuoka, cercando di osservare di più e lavorare di meno, comprendendo come supportare la vigna per arrivare ad ottenere un frutto ideale per essere trasformato in vino. Si effettuano una potatura invernale ed una estiva, senza sforzarsi troppo qualora non avesse senso e trattamenti ridotti all’osso; nel 2022 ne sono stati effettuati tre. Oltre a rame e pochissimo zolfo, in fase di eliminazione, vengono utilizzati prodotti a base di tannino di castagno, alghe, fiori d’arancio. “Dobbiamo cercare di andare oltre, non per azzardare e rischiare, ma grazie all’osservazione possiamo capire che, per esempio, non è necessario intervenire ogni qual volta che piove”. L’equilibrio è un tema fondamentale, aiutato anche dalla biodiversità; grazie anche alle api che, prima della vendemmia, in agosto, danno un prezioso supporto che si riflette nella qualità dell’uva. Questi piccoli aiutanti, attratti dallo zucchero dei grappoli talvolta bucati dalle colleghe vespe, o li svuotano o li saturano con la propria saliva, restituendo un acino esteticamente brutto, ma di perfetta qualità.
Altra peculiarità è che non si dirada e non si defoglia, considerando il sole come un nemico e ottenendo uve mature, con un’ottima acidità e croccantezza. In questa zona si vendemmia più tardi rispetto ad altre del Friuli, con uve protette sia dalle foglie, ma anche grazie all’effetto di un altro alleato, il vento.
Purtroppo nel 2023 la grandine ha distrutto tutta la produzione e i vini che si berranno nel 2025/2026 riporteranno in etichetta che le uve sono state acquistate da alcuni amici, che rispettano la stessa filosofia di Villa Job.

Le piante, per sei ettari e mezzo, sono state piantate dal nonno, mentre i due ettari più distanti, “fuori dal clos”, sono opera di Alessandro, che ha integrato le varietà con Tocai, Schioppettino e Ribolla Gialla, a completare le già presenti Malvasia e Sauvignon (purtroppo soggetto al mal dell’esca).

Spostandoci a chiacchierare in cantina approfondiamo che varietà a bacca rossa e varietà a bacca bianca si trattano allo stesso modo, in termini di vinificazione, con alcuni giorni di macerazione e fermentazione in tini troncoconici, dipendentemente dall’annata.
Nel 2015 si è cominciato a vinificare utilizzando un pied de cuve, per poi passare via via a fermentazioni spontanee da uve che, dal 2018, sono tutte macerate. Sono state tentate anche lunghe macerazioni, per poi tornare al corretto periodo di sosta sulle bucce, determinato dalla varietà e dall’annata.

In cantina si trovano oltre alle vasche di fermentazione in legno, contenitori di cemento recuperati da una vecchia azienda e ripristinati, oltre ad alcune tonneau, due botti grandi e poche vasche in acciaio. Tutti i vini ad esclusione di uno dei due Pinot Grigio affinano in legno per poi essere assemblati o nel legno stesso, di più grande formato, o in cemento, evitando ove possibile l’acciaio.

Le bottiglie prodotte da Villa Job sono di media trentamila per anno e si dividono in cinque più due etichette: due Pinot Grigio, “Piantagrane” e “Guastafeste”, rispettivamente con due e quindici giorni di macerazione, “Sudigiri”, Sauvignon Blanc; “Untitle”, Tocai; “Serious”, Refosco dal Peduncolo Rosso e due vini prodotti solo in alcune annate, quali: lo SchioppettinoGravità” e un blend di Pinot Grigio, Sauvignon, Ribolla Gialla, “Risic Blanc”, ottenuto da metodo ossidativo, ogni due/tre anni. La Ribolla Gialla in questi terreni non esprime il meglio di sé e si è deciso di vinificarla singolarmente. La filosofia di base è che “se il vino non è all’altezza non esce nel mercato”.

Per assaggiare alcuni dei vini ci spostiamo a casa di Alessandro, passando tra i vari pertugi della villa, al caldo della stufa a legna, che riscalda tutta l’abitazione. Cominciamo proprio con il Pinot Grigio 2021, l’unico che non fa affinamento in legno, definito il vino d’ingresso di Villa Job, “quello per tutti”. Un vino dai sentori di pesca ed albicocca disidratata, arancia, un tocco erbaceo, di salvia, note agrumate e balsamiche, con uno spunto di tè verde che ritorna in bocca. Al palato emergono sapidità e buona spalla acida, beva, freschezza, con una discreta persistenza.

Il secondo vino è il fratello maggiore Pinot GrigioGuastafeste” 2021, che si presenta con note più agrumate, scorza di limone, note botaniche, un sottofondo balsamico, una leggera liquirizia, per un sorso di maggiore acidità, buona sapidità, più tensione, persistenza e tannino.

Infine il RossoSerious” 2020, Refosco dal Peduncolo Rosso che affina un anno in cemento per poi passare in botti di diverso formato. Al naso emergono note di frutta rossa fresca, mirtillo, lampone, ma anche un sottofondo speziato, per un Refosco di beva, non un vino pieno e troppo corposo come i più, ma verticale e fresco, con una buona acidità, enfatizzazione delle sue note dure e spigoli, tannino pungente e discreta persistenza.

I vini Villa Jobgiocano” sulla freschezza e le parti dure delle varietà, con bassissimi livelli di solforosa e una, più o meno leggera, volatile che crea un contorno tra i sentori.

Una chiacchierata con Alessandro oltre al vino, con preziosi consigli enogastronomici in diverse città d’Italia e per lui maglietta numero 301!

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