Nell’ecosistema di Paola Riccio alla scoperta della sua azienda: Alepa
03 Luglio 2021
Nell’entroterra campano, appena fuori dal centro di Caiazzo incontro Paola Riccio nel giardino di casa sua, dove sorge l’azienda Alepa, che ha fondato e gestisce in prima persona.
Sedendoci sotto un albero secolare con vista sui vigneti e coccolati da una dolce brezza, cominciamo a chiacchierare.
Il luogo dove ci troviamo era la vecchia residenza estiva di Paola, la quale passava li tutte le estati fin da bambina, sviluppando un profondo amore per il posto, che l’ha conquistata definitivamente quando decise di trasferirsi li, dopo gli studi in economia e la laurea conseguita a Napoli, per dedicarsi alla viticoltura.
“Ho capito che la mia dimensione era questa e non le serate mondane al bar o in discoteca”.
L’inizio di questa avventura, dettata dalla passione per la natura e il mondo enologico, semplicemente con le sue forze e poche competenze tecniche, colmate nelle fasi iniziali da alcuni consulenti esterni.
L’azienda Alepa, che nelle prime battute lavorava in maniera convenzionale, si è trasformata negli anni fino ad arrivare a produrre vini sempre più naturali. Una piccola realtà che conta due ettari e mezzo di vigneti principalmente a corpo ed una produzione di meno di diecimila bottiglie per anno dipendentemente dal corso degli eventi. Il nome racchiude i volti femminili della famiglia di Paola con la sorella Alessandra “Ale”, lei “P” e la mamma Annamaria “A”.
Una delle uve maggiormente coltivate è il Pallagrello Bianco, un vitigno che ha visto il massimo del suo splendore durante il regno dei Borboni e acclamato in diverse scritture del tempo, come una delle varietà di pregio e fonte di attrazione anche turistica nel territorio di Caiazzo.
Due aneddoti che testimoniano l’importanza del Pallagrello balzano alla mente di Paola; il primo è la vigna del ventaglio: un vigneto, voluto dal re Ferdinando IV di Borbone nella seconda metà del Settecento, sulle colline di San Leucio. Il secondo invece è la vigna di Monticello nel comune di Piedimonte Matese, realizzata sempre per volere di Ferdinando IV di Borbone, il quale impediva ai non autorizzati di attraversare i 27 moggi di vigna (circa nove ettari), pena un’aspra sanzione pecuniaria.
Negli anni ’50 questo vitigno cadde nell’oblio e non trovò la sua giusta valorizzazione, vendendone il prodotto finale come sfuso in blend con altre uve e, nella sua versione a bacca bianca, talvolta confuso con il Coda di Volpe.
Solo negli anni ’90 venne rivalutato e, sebbene la sua propagazione è stata lenta e macchinosa, ad oggi circa trenta aziende del territorio producono questa varietà sia a bacca bianca sia a bacca rossa.
Dopo un excursus sulla storia di quest’uva torniamo ad Alepa e al suo ecosistema in cui vivono cani, oche, galline, tutti animali amati e governati da Paola, che ogni giorno vengono liberati in diversi orari per evitare incidenti diplomatici tra le razze.
Il terreno tra le colline è principalmente calcareo-argilloso e a pochi metri possono variare le percentuali delle due conformazioni; per approfondire i vari sottosuoli si stanno effettuando diversi studi e carotaggi.
La conduzione della vigna viene effettuata in maniera sostenibile lasciando tutto inerbito, con sfalci manuali, sovesci a base di lupino (anche se Paola non ama fare molte movimentazioni del terreno). Le legature seguono la tradizione di un tempo con l’utilizzo di salix viminalis (salice viminale).

Pur non parlando di biologico e stando alla larga da molte pratiche biodinamiche, i trattamenti sono a base di rame e zolfo e quest’anno Paola tende a sottolineare che sono stati solo due quelli a base di rame, di cui uno di emergenza dopo una brutta grandinata.
Tra le chiacchiere entriamo nel mondo dei vini Alepa con “Casa di Campagna” che richiama dia nel nome sia nell’etichetta il trasferimento della titolare da Caserta ad un luogo più tranquillo è più sentito. Un 2018 a base di eguali percentuali di Falanghina e Greco in uvaggio; vinificate in bianco e fermentate con un pied de cuve da vendemmia anticipata. L’affinamento viene svolto in solo acciaio.
I profumi sono quelli della frutta matura, albicocca ed agrumi per lo più, ma anche fiori gialli, erbe aromatiche e una balsamicità che si ritrova in bocca, tra la sua freschezza e il sorso pieno e generoso. Una chiusura minerale e un tocco velato di acidità.
Un tuffo nel 2013 con “Riccio” il Pallagrello Bianco che prende il nome proprio dal cognome di Paola. Una bottiglia tra le ultime prodotte in maniera convenzionale (senza ovviamente esagerare con agenti esterni, cosa che non è mai stata nelle corde dell’azienda), dal colore dorato e i sentori di frutta matura, frutta secca, spezia dolce, note di miele e zabaione. Al palato in sorso è pieno e fresco, morbido, avvolgente e dalla ricca mineralità e sapidità. Un Pallagrello con ben otto anni alle spalle, che affina solo in acciaio e bottiglia, a testimoniare la longevità di quest’uva.

Torniamo a quattro anni fa, nel 2017, con “Privo l’Eretico”, l’etichetta forse più conosciuta di Alepa e sicuramente quella che balza prima all’occhio. Una rappresentazione dell’artista ed illustratore Fabio Bonetti, con un bambino che ha il vino all’interno della propria testa, una metafora della giovane Paola e del suo sogno di abitare in campagna e produrre vino.
Macerazione di circa una settimana per le uve di Pallagrello e una fermentazione che parte solitamente il quarto giorno in maniera spontanea. Anche qui troviamo una metafora con il nome “Eretico” poiché la resurrezione delle uve avviene un giorno dopo quella del nostro Signore. “Privo” a marcare il fatto che la fermentazione è del tutto spontanea e non ci sono alcune sostanze chimiche aggiunte.
L’affinamento avviene per circa un anno tra acciaio e botti di castagno e si ottiene un vino balsamico, con note di macchia mediterranea, frutta secca, albicocca disidratata, note di erbe aromatiche. In bocca è pieno, minerale, con una discreta acidità, abbastanza sapido e una trama tannica non invasiva sul finire del sorso.
Conclusione dolce con “I Santi”, il frutto di una vendemmia tardiva di Pallagrello attaccato da botrytis cinerea, raccolto nel mese di novembre. Il nome richiama il nostro popolo di santi e poeti, e la località di San Giovanni e Paolo in cui ci troviamo. Vendemmia 2010 le cui uve effettuano una leggera macerazione per poi lasciar affinare il vino in acciaio e successivamente in bottiglia. Vino pieno, corposo, con note di frutta secca, caramello, zucchero cotto, tabacco bagnato e sentori fumè. Leggermente ossidato, ma piacevole, con un corpo che si fa sentire e una buona mineralità che supporta la struttura.
La voglia di Alepa e della sua titolare è quella di spingere l’azienda sempre più verso la biodiversità, con animali, uliveti, orti, seminativi, e i boschi circostanti, potendo tornare ai concetti di un tempo di autosostentamento e di raccolta dei prodotti finali in base alle necessità.
Dopo gli assaggi e le chiacchiere uno sguardo ai vigneti e la foto di rito con la maglia 62 per Paola.


