Finalmente con Matteo Bisol nella sua azienda Monban, Collalbrigo (Treviso)

Monban, un pomeriggio per scoprire l’azienda creata da Matteo Bisol, approfondendo la sua storia e la filosofia del suo Prosecco non Prosecco

08 Febbraio 2025

Dopo diversi anni di conoscenza con Matteo Bisol, finalmente riusciamo ad incastrare una chiacchierata all’interno della nuova sede aziendale di Monban, all’interno di un vecchio podere situato a Collalbrigo, a pochi passi da Conegliano.

Il cognome di Matteo ricorda sicuramente le origini della famiglia e il legame con il mondo del vino, pur avendo fondato un nuovo progetto da zero, con le sue uniche forze, ma soprattutto per interpretare il suo punto di vista nella produzione del “Prosecco”. Fin da piccolo il vino è stato uno dei protagonisti principali del suo percorso, essendo il bisnonno Desiderio, originario di Santo Stefano di Valdobbiadene, il fondatore dell’azienda vitivinicola che porta ancora oggi il suo cognome. I primi passi e le prime esperienze sono stati mossi all’interno del nucleo familiare, sfruttando l’esperienza aziendale, ma anche grazie ai numerosi viaggi enologici, soprattutto in Francia che venivano organizzati. In queste occasioni Matteo ha iniziato a scoprire un modo nuovo di trasformare le uve, diverso da quello delle sue terre natali, avendo la fortuna di visitare “in anteprima” numerose realtà artigianali, che si sono imposte ai giorni nostri tra le big. Un nuovo punto di vista che era distante dalle logiche delle realtà più strutturate, con un imprinting strutturato e processi di grandi aziende; più legato alla passione per il vino, oltre a quello che c’è nelle retroscene della produzione.

Dopo aver fatto le prime esperienze nell’azienda di famiglia, si è dedicato a Venissa, un progetto noto per la sua unicità, nella Laguna di Venezia, precisamente sull’Isola di Mazzorbo, dove si è investito nella valorizzazione del vitigno Dorona.

Il richiamo del mondo del Prosecco è stato però troppo forte e l’attaccamento con le sue origini lo hanno fatto tornare nei pressi delle sue zone natali. Per capire al meglio il suo DNA, Matteo racconta l’aneddoto di nonno Antonio, ex presidente del Consorzio del Prosecco, negli anni in cui questo vino stava andando fuori dai confini regionali e nazionali, il quale ha lottato per la sua produzione esclusivamente nella provincia di Treviso. Antonio si è dimesso volontariamente quando il disciplinare ha consentito l’allargamento della produzione al di fuori della provincia.

Un tale attaccamento affettivo che lo ha portato, nel 2020, ad individuare un vecchio podere a Collalbrigo da prendere in affitto, di nove ettari, di cui sei vitati. La proprietà è di una famiglia veneziana e si può notare una vecchia torre del quindicesimo secolo, un tempo utilizzata come vedetta, collegata a vista al Castello di San Salvatore e al Castello di Conegliano. Oltre alla residenza padronale, sono presenti anche la vecchia stalla con il fienile e le case dei mezzadri, una di queste abitate dalla vedova di uno degli storici lavoratori delle terre che la circondano, assieme al cane Fiocco, ormai diventato mascotte di Monban.
Per decenni i mezzadri, oltre alla vigna coltivavano anche orti e mais, allevavano mucche, maiali, galline e conigli; attività interrotte gradualmente grazie all’incremento della popolarità del settore del vino. Si decise così di dedicarsi alla vigna, che un tempo vedeva anche più protagoniste varietà a bacca rossa, per poi trasformare le uve nella cantina che oggi è nelle sue fasi finali di restauro.

Parlando di vigna, troviamo piante che raggiungono i sessanta/settant’anni di età, con varietà tipiche della zona, principalmente Glera e Glera Lunga, oltre ad aver piantato Boschera, Verdiso, Perera e quattro filari di Marzemino. La peculiarità di questo territorio è che si compone di un minimo strato argilloso ed organico, che lascia quasi subito lo spazio ad un conglomerato roccioso e marne calcaree.
Con l’arrivo di Matteo si è cominciato a portare avanti l’idea di un’agricoltura rispettosa, senza particolari certificazioni (anche a causa delle complessità burocratiche molto impattanti per le piccole aziende), ma utilizzando solo prodotti consentiti dal biologico, pur riservandosi di avere la possibilità di intervento qualora l’annata non fosse favorevole. Oltre a rame e zolfo si applicano anche prodotti a base di alghe e funghi, oltre ai preparati biodinamici corno letame e corno silicio.

Per ricreare la biodiversità tra le vigne sono stati piantati almeno una ventina di alberi, riportando così un distacco dalla monocultura. Sicuramente favorevole è la posizione del corpo aziendale, esposto tra il sud e il sud-est, godendo di una naturale ventilazione, oltre al beneficio del bosco che circonda parte della vigna.
Matteo sta muovendo alcuni passi all’interno del mondo della biodinamica, partendo dal presupposto che molti dei grandi vini di cui è un estimatore seguono questa filosofia e principio. Sicuramente questo è l’inizio di un percorso, che deve essere portato avanti passo dopo passo, volendo introdurre anche l’organismo animale in azienda, ma volendo avere la giusta struttura prima di fare il passo più lungo della gamba. Il punto di arrivo è abbastanza chiaro, ma tutte le tappe del percorso sono fonte di complessità ed è fondamentale aspettare il momento giusto per poterle affrontare. Un altro tema è quello di voler creare una sorta di comunità aziendale, che possa essere connessa ad un più ampio ecosistema di produttori che sposano questa strada, per beneficiare di una condivisione tra persone allineate filosoficamente, fonte di crescita consapevole ed evoluzione.

Tale approccio in vigna si riflette in cantina, con vinificazioni (ad oggi gestite presso la cantina dello zio, ma che dal 2025 avverranno nella nuova cantina di Collalbrigo), che partono da trasformazioni alcoliche spontanee, solforosa che si utilizza a partire dai travasi, sempre dosata ai minimi, nessuna filtrazione, malolattiche svolte e un costante rispetto per tutto il processo di trasformazione delle uve. Lo scopo ultimo è quello di voler far risaltare le varietà e il territorio, con metodologie che sono state ereditate dal passato. L’evoluzione ci ha portato ad un incremento di nozioni legate alla conoscenza dei processi chimici, alle innovazioni tecnologiche in termini di materiali ed attrezzature ed infine alla divulgazione di prodotti enologici. L’idea di Matteo e di Monban è quella di sposare i primi due ambiti di evoluzione, rimanendo alla larga dal terzo.

Sicuramente il Metodo Martinotti negli anni ’60 ha portato grandi benefici, soprattutto in termini di velocità di vendita e riduzione dei magazzini di stoccaggio, ma

sono convinto che da un punto di vista dell’espressione di questo territorio e delle varietà, i metodi che li valorizzano al meglio sono la vinificazione del Vino Tranquillo e la vinificazione del Vino Frizzante Rifermentato in Bottiglia Colfondo”.

La Glera di per sé si presenta con note fruttate, essendo una varietà semi-aromatica, con una moderata acidità, bassa gradazione alcolica, buona sapidità e facilità di beva. Secondo Matteo il metodo di produzione che più gli rende grazia è quello della rifermentazione in bottiglia, oltre alla vinificazione in bianco fermo, soprattutto con il repentino cambio climatico che ne attenua le acidità. L’autoclave va a creare un vino che viene spesso sovrastato dalle bollicine, facendo passare in secondo piano i sentori varietali e di uno specifico territorio. “Lo Charmat è troppo spumante, ma poco territorio e vitigno

Il 2025 è il primo anno in cui tutte le vinificazioni saranno gestite all’interno della nuova cantina, restaurata grazie all’aiuto della moglie Veronica, in arte “design by very”, dove sono state restaurate le vecchie vasche originali in cemento. Oltre all’area delle vinificazioni si è creata la zona di ricezione, dove sarà posizionata la pressa e la sala dedicata alle degustazioni, notando il tocco di Veronica, che ha integrato uno stile pratico, moderno e minimale, a quello rustico del passato, di questa storica stanza.

C’è da sottolineare che il progetto Venissa non è stato abbandonato del tutto, ma si è mantenuta la supervisione della gestione dei vigneti e delle vinificazioni. L’azienda ha ottenuto la certificazione Bio nel 2018 e un’anteprima svelata da Matteo è che nel 2024 sono stati prodotti tre diversi cru di Dorona, vinificati in maniera separata, con uve rispettivamente provenienti dalle isole di Torcello, Mazzorbo e San Maffio.

Ritornando a parlare di Monban è necessario citare le origini del suo nome, ripreso dall’abbreviazione del nome della torre Montalban.
Oggi l’azienda produce circa diecimila bottiglie, con una potenzialità di poter aumentare questi numeri, utilizzando tutte le uve della tenuta.
Le etichette principali sono quattro, partendo dal vino bianco TranquilloQuesto non è”. Il primo vino prodotto da Matteo, nel 2020, riporta in etichetta la pipa fumata dal bisnonno Tranquillo, che ricorda il quadro di Magritte “Questa non è una pipa”. Il nome è stato quasi una conseguenza ironica al fatto che questo vino non è passato alla commissione del disciplinare del Prosecco.

Il secondo vino in ordine di produzione è il ColfondoQuesto neanche”, ottenuto dalla stessa base del precedente, rifermentato con il mosto dell’anno successivo. In questo caso, per scelta e con un po’ di dispiacere, non si è voluto nemmeno presentare il prodotto al Consorzio, non rischiando ogni anno la bocciatura e scegliendo una ben precisa strada nella produzione di vini che richiamano la tradizione ma “paradossalmente” non possono essere chiamati con il proprio nome. L’etichetta riporta il cappello del bisnonno paterno Desiderio, sottolineando ancora una volta il richiamo ai metodi del passato pur con la tecnologia che possiamo sfruttare al giorno d’oggi.

Il terzo vino è uno Charmat Lungo Extra Brut che viene fatto rifermentare con il mosto dell’anno successivo e non viene filtrato, ma semplicemente travasato, per eliminare i fondi.

A seconda dell’annata, possiamo trovare un Rifermentato in Bottiglia Rosè, “Il Rosato”, con protagonista la Glera e la storica uva (una delle due più presenti nella storia della Laguna di Venezia, assieme al Raboso) Marzemino, oppure un Rosso ottenuto da una vinificazione ed affinamento in cemento delle stesse uve nelle migliori annate, “Il Rosso”.

Tra le chiacchiere assaggiamo un calice di Colli Trevigiani IGT 2023, il Rifermentato in Bottiglia bandiera dell’azienda Monban. Un vino dai sentori di mela gialla, tiglio, sentori agrumati, un tocco di fieno, spunto erbaceo e di erbe aromatiche come salvia e origano e un sottofondo di lievito. In bocca entra con un sorso pieno, ma fresco, di grande beva, una discreta spalla acida, ottima sapidità, buona mineralità, bolla abbastanza fine e moderata persistenza.

Un ringraziamento a Matteo per averci fatto scoprire il suo mondo e la sua filosofia, per lui un arrivederci e maglietta numero 391!

 

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