Mar Casar, il primo approccio con i vini maltesi grazie al produttore Mark Casar e il suo metodo di vinificazione Qvevri
26 Agosto 2025
Ci troviamo nella parte centrale dell’isola di Malta a pochi passi dalle scogliere Dingli, dove sorge la piccola azienda Mar Casar.
Ci sediamo in compagnia del suo fondatore e unico protagonista Mark Casar per approfondire la sua storia, fatta di diverse esperienze, positive e negative. Una storia che comincia a Floriana, una località situata sotto al borgo di Valletta, dove è nato Mark, il quale afferma che già da bambino faceva una grande confusione. Il ricordo va ai suoi dodici anni quando, in vacanza con la famiglia a Firenze, sul Ponte Vecchio aveva intenzione di scappare e lasciare quell’isola che gli stava così stretta. Un piano messo in atto qualche anno più tardi, a diciassette anni, quando vinse una borsa di studio per studiare a Parigi. Una città dove ha potuto sia imparare la lingua, sia la cultura di questa nazione, principalmente per quanto riguarda gli aspetti legati alla ristorazione, al buon cibo e al buon vino. Dopo un paio di anni in Francia e un periodo in Svizzera, operando nel mondo del turismo e della ristorazione il ritorno a Malta, nel 1991, con alle spalle un divorzio.
Negli anni Novanta stava iniziando ad emergere l’interesse turistico per l’isola, pur non con i flussi che troviamo oggi e Mark iniziò ad impegnare le sue energie in questo settore, occupandosi anche di immobiliare e trading speculativo.
Dopo un secondo matrimonio, da cui ha avuto due figli e l’estrema concentrazione nei suoi lavori, ha avuto una sorta di crollo emotivo che lo ha portato ad una diagnosi di depressione nervosa. A causa di questa problematica ha iniziato la cura da un medico, con il supporto di alcuni medicinali che lo avrebbero dovuto aiutare a regolare l’umore. Durante questo percorso è stato fortuito l’incontro con uno psichiatra, il quale gli ha consigliato di cominciare a fare delle passeggiate all’aria aperta, magari vicino al mare, ritenendo che l’aria marina iodata potesse portare beneficio per il suo stato.
Così, Mark ha iniziato a seguire le indicazioni suggerite, pur ritenendo che le altre persone potessero giudicarlo, deriderlo e parlar male di lui. Per questo motivo, talvolta infondato, ha deciso di comprare un appezzamento di terra dove poteva essere libero di camminare tranquillamente.
Nei primi anni duemila è stato acquistato il primo ettaro di terra, pur essendo la moglie contrariata da questa scelta, ritenendo che il marito non fosse un contadino e non sapendo le sue intenzioni. Dal giorno dell’acquisto non sono più stati assunti i medicinali prescritti, ricordandosi solo dopo tre settimane che li aveva lasciati all’interno dell’auto.
In quell’ettaro, distante poche decine di metri dalla cantina dove ci troviamo oggi sono state piantate le prime uve a bacca rossa, puntando sulle internazionali Merlot, Petit Verdot e Syrah, anche se quest’ultima non appassionava molto il produttore. L’anno successivo sono stati acquistati altri due ettari, attorno all’odierna cantina, costruita nel 2012. Mark ha costruito la sua cantina a cinquanta piedi sottoterra, volendo un ambiente del tutto autonomo, alimentato con energia propria, gestito con il recupero delle acque, costruendo una cisterna sotterranea utile anche per il mantenimento dell’umidità e della temperatura, oltre all’utilizzo di materiali il meno impattanti possibili per l’ecosistema. In una fase iniziale, l’idea era quella di vinificare in grandi tini di legno, ma, venendo a conoscenza delle anfore di argilla georgiane Qvevri ha iniziato ad informarsi su questa possibilità.

Tramite un amico è stato individuato un contatto per importare i vasi vinari e così, nel 2015 sono iniziate le vinificazioni esclusivamente con l’utilizzo delle anfore.
Oggi, troviamo una cantina che ha una capacità massima di trentacinque mila litri di vino con anfore che spaziano dai quattrocento, cinquecento, mille, milleduecento fino ai tremila litri.
Queste sono interrate e ricoperte di una sabbia siciliana molto pesante e ricca di silicati, in una struttura contenitiva costruita con una tipologia di pietra salata e calce e non in cemento armato, come le mura della struttura.
Le uve vengono fatte fermentare naturalmente in anfora, dove avviene un periodo di macerazione e un successivo affinamento sulle fecce fini in un vortice di energia cinetica e magnetica con un continuo movimento naturale. La filosofia di Mar Casar è quella di portare solo uve sane e degne di essere trasformate, preferendo non vinificare tutti gli anni, se la qualità non lo consente.
L’ambiente gode di un’areazione creata con un sistema di condotti che permettono uno scambio con l’esterno, una temperatura costante che oscilla attorno ai venti gradi e un’umidità dell’80%.
Non c’è la necessità di svuotare i vasi vinari per far spazio per il raccolto della vendemmia successiva, rispettando la filosofia di vinificazione di qualità e tutti i processi di imbottigliamento ed etichettatura avvengono all’interno dell’azienda, come nel caso dello stoccaggio, avendo creato uno spazio vicino alle anfore.
Durante il periodo di vinificazione non è permesso a nessuno entrare in cantina, per non contaminare quell’ambiente quasi esoterico che si è creato negli anni.
Non si usa in nessuna fase l’azoto e nemmeno la solforosa, essendo un agente che infastidisce il produttore, avendo quasi sviluppato una sorta di allergia.
La filosofia di lavoro in cantina riflette perfettamente quella che è la mentalità con cui si porta avanti la campagna, dove si utilizzano solo minime dosi di rame e zolfo, seguendo principalmente le fasi lunari e le condizioni meteo. Non essendoci stata una formazione, se non quella sul campo, si sono voluti evitare quegli schemi imposti o quelle ricette che prevedevano solo prodotti “con il teschio sull’etichetta”. Anche in questo caso il concetto di base è il rispetto di sé stessi e di ciò che vi è intorno, in una sorta di cosmo-cultura che abbraccia differenti filosofie e branchie studiate e approfondite nel corso degli anni.
Approfondendo il tema della formazione, secondo Mark per chi produce vini Qvevri è meglio partire da zero, senza aver studi precisi in enologia, così da impattare il meno possibile sul processo di trasformazione delle uve.
“I Qvevri sono come delle belle donne, ma molto esigenti, ti devi fidare se hai a che fare con loro, altrimenti non si crea quell’energia che consente di avere un buon risultato finale”.
“Si toccano solo quando te lo chiedono loro, se non ti fidi non ti fanno il vino”.
Sui processi di vinificazione impattano temperatura esterna, luna, venti, temporali, orientamento, come in un grande puzzle che si deve completare al meglio per ottenere il miglior risultato finale. Per quanto riguarda l’orientamento la cantina è orientata ad Est/Ovest, all’opposto di Nord/Sud, così da non subire un’energia ferrosa negativa per il vino.
Gli ettari vitati sono circa tre nelle due aree che si distinguono tra quella a corpo, più calcarea e ricca di scheletro, e quella a pochi metri di distanza, più argillosa, definiti “più che sufficienti per una piccola cantina che fa vini in anfora solo quando la natura lo consente”.
“In quindici anni sono cambiate molte cose, soprattutto l’energia che proviene da madre terra e il 2024 è stato l’anno peggiore dopo il 1961!”.
Proprio per questo motivo nelle annate ’22, ’23, e ’24 si è deciso di non vinificare, così come la 2025. Mark prevede di riprendere a trasformare le uve nel 2026, ritenendo che con la conclusione del 2025 ci sia la fine di un ciclo fisico e nel 2026 la riapertura di uno nuovo, che si traduce in un nuovo momento positivo per la natura, secondo un’interpretazione alchemica delle cose.
Oggi troviamo nella gamma dei vini Mar Casar uno Chardonnay annata 2017, con uve che macerano fino alla malolattica, per poi rimanere circa ventidue mesi sulle fecce fini in affinamento, il tutto in anfora. Al naso si presenta con sentori di albicocca, albicocca disidratata, miele di acacia, fico disidratato, dattero, un tocco di foglia bagnata e una leggera volatile. In bocca entra dritto, ampio, sapido, quasi salmastro, con una buona persistenza e un leggero tannino sul finale.
“Come tutti gli altri vini viene controllata solo la temperatura, grazie alla cisterna sotterranea e non si aggiunge nessun solfito, questo bisognerebbe scriverlo nelle etichette, anziché scrivere i valori nutritivi o i materiali utilizzati”.
Il secondo assaggiato è il Merlot “Sacrum”, il quale prende il nome dall’osso sacro alla fine della schiena. Nella sua annata 2020 le uve di Merlot sono state macerate ed affinate con della Canapa contenente CBD di varietà Chocolate Kush, dichiarata nella retro-etichetta, in cui sono stati indicati anche i valori e caratteristiche (evidenziando una piccola quantità di THC al suo interno). Un vino che si presenta con note molto profumate, di frutti di bosco, ginepro, mentolo, cioccolato, mirto, dal carattere balsamico e dal sorso fresco, con note erbacee che tornano in bocca, dritto, abbastanza sapido e minerale, un tannino che si fa ben sentire e una buona persistenza.
Il simbolo scelto in etichetta, di origine egiziana, assieme al nome “Ouroboros” rappresenta il ciclo della vita terrena che si conclude reincarnandosi nello spirito, rappresentando così l’eternità.
Un approfondimento sul nome dell’azienda ci porta a scoprire che è una sorta di francesizzazione del nome del produttore Mark Cassar, diventato Mar Casar poiché in Francia non si pronunciano le due lettere “K” e “C” vicine. Ovviamente la parola “Mar” richiama il vicino mare maltese che ha un grande impatto sia sulla vigna sia sui vini che si ottengono.
Concludiamo con un secondo Merlot, sempre annata 2017, dove è presente anche una piccola percentuale di Petit Verdot. Il processo di vinificazione è pressoché uguale allo Chardonnay, regalando al naso sentori più intensi di frutta rossa matura, frutta sotto spirito, un tocco di sottobosco, cioccolato, una nota di liquirizia fresca, e sentori terrosi. In bocca entra dritto, sapido, minerale, con un tannino più delicato e un’ottima persistenza.
Un ringraziamento a Mark per aver aperto le porte della propria cantina e averci fatto assaggiare i suoi vini dal tocco georgiano, sicuramente influenzati dal suo percorso di vita, fatto di decine e decine di sfaccettature differenti.


