Un weekend in Valle d’Aosta che ha visto una prima tappa nell’azienda Feudo di San Maurizio di Pierre e Michel Vallet
26 Febbraio 2026
Una tappa obbligatoria in cantina, prima di poter godere di un weekend di relax tra le montagne della Valle d’Aosta, ci porta nell’azienda Feudo di San Maurizio, dove incontriamo Pierre e Michel Vallet, rispettivamente figlio e padre.
Siamo nel comune di Sarre, dove sorge questa azienda famigliare, di cui andiamo a scoprire la storia in compagnia della nuova generazione e proprietà, rappresentata da Pierre. Questa zona, come molte della Regione, ha visto un repentino abbandono della viticoltura e delle attività agricole in generale con l’avvento dell’industrializzazione del ‘900, oltre alla complicità dell’arrivo del vino piemontese, più buono ed economico, vista la minor difficoltà delle lavorazioni. Basti pensare che, a cavallo tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo, praticamente tutte le famiglie della Valle possedevano almeno qualche centinaio di metri di vigna, che allevavano dopo il lavoro, ricavando l’uva da trasformare in vino, per un consumo personale. Dai duemilacinquecento ettari vitati di quegli anni si è arrivati ai duecento di fine ‘900.
Solo nel ventunesimo secolo si è investito per il ripopolamento della vigna, facendo, però riferimento alla sua storia più recente e non a quella che contava oltre duemila ettari. Così, oltre al ripristino dei vecchi impianti, si sono stabilite le quote per quelli nuovi, in prima battuta di dieci ettari l’anno, per poi passare, nel 2021, a trenta.
La storia di Feudo di San Maurizio si intreccia con quella appena raccontata, poiché il bisnonno di Pierre, Octave Vallet, era uno di quelli che aveva la sua vigna e la coltivava per poi ottenere il vino da imbottigliare e bere in famiglia. Un’attività che non è proseguita con suo figlio Graziano, che, vuoi che per un tema ereditario non abbia ottenuto la campagna, vuoi che fare il contadino ai suoi tempi era visto ormai come un lavoro troppo umile, ha deciso di dedicarsi ad altre mansioni, diventando anche sindaco di Sarre. A riprendere questa attività, pur partendo da zero è stata, in questo caso, la terza generazione, rappresentata da Michel Vallet, il quale iniziò la sua carriera lavorativa come lavapiatti tra Cogne e Courmayeur, per poi iniziare a gestire un primo locale e comprarne successivamente uno di proprietà, grazie ai vari risparmi. Il ritorno alla viticoltura è avvenuto ufficialmente nel 1989, quando è stata acquistata una piccola vigna, piantata a Müller Thurgau, con lo scopo di produrre vino da vendere nel proprio bar. Pian piano si sono iniziate a produrre le prime bottiglie, che, oltre ad essere proposte nel bar di famiglia, cominciavano ad essere commercializzate all’interno della Regione, riscuotendo fin da subito un buon successo. Michel si è formato sul campo, senza alcuno studio di settore, pur attingendo dagli insegnamenti e dalla collaborazione con un produttore di una vicina azienda, passata alla ribalta negli anni, dimostrandosi una delle più conosciute della Valle d’Aosta.
Le prime vinificazioni, quasi a livello amatoriale venivano fatte nel garage di casa, fino all’acquisto dell’attuale cantina, nel 2004 (un tempo magazzino quasi abbandonato dove, tra le altre cose, venivano fatte le sfide di coraggio tra ragazzini), al cui piano superiore è stato aperto, nel 2015, il bar con piccola cucina, dove ci siamo incontrati con Pierre, che ci tiene a specificare che in più di dieci anni di attività è stato chiuso solo tre giorni. Anche se in fase iniziale si producevano due/tremila bottiglie, la cantina è stata fin da subito concepita per una produzione di almeno quaranta/cinquantamila bottiglie.

Un ambiente che oggi è diventato stretto, poiché la produzione di Feudo di San Maurizio è arrivata alla centocinquanta mila bottiglie per anno.
Ma andiamo con ordine; nel corso degli anni si è investito sull’ampliamento dei terreni vitati, volendo investire nel paese di Sarre, o meglio solo all’interno della parrocchia di Saint Maurice, abbandonando anche le poche vigne presenti a Chésallet. La volontà è stata quella di avere appezzamenti vicini, che per la maggior parte si trovano in collina (“perché in piano si fanno i prati”), ad eccezione di qualche vigna più datata che era stata piantata in un’area più pianeggiante.
Oggi si contano un centinaio di “vignette”, tutte disposte nell’arco di tre chilometri per un totale di venti ettari vitati, a cui si sommano alcuni appezzamenti di segale, mais da polenta e un ettaro e mezzo di alberi di mele.

Volendo toccare con mano uno dei vigneti dell’azienda, ci spostiamo di una manciata di chilometri, dove è presente un vigneto terrazzato che è in fase di ripristino, dove si sta facendo un lavoro manuale per ricreare quella che era una vigna che segue le caratteristiche di un tempo. Una delle peculiarità principali è che parte degli impianti è sostenuta da pali in pietra, con le stesse pietre recuperate dai vari scavi in vigna e tra le campagne di proprietà. All’interno di questa parete vitata si sono create delle piccole installazioni, come le grotticelle dove poter trovare ristoro o semplicemente riposare al fresco, ma anche decorazioni con vecchi strumenti dell’epoca o finte casette con tanto di finestrelle. Qui si intrecciano vigne vecchie, tra cui alcune delle prime piante messe a dimora da Michel in questo luogo nel 2010, protette da un arco in pietra, oltre a nuovi impianti e sperimentazioni, come quella che diventerà una tettoia naturalmente vitata, dove ci si potrà fermare per riposare e gustarsi il panorama circostante.

Guardando quanto ci circonda, possiamo notare nella parte inferiore altri impianti vitati di proprietà, oltre ad una parte di terreno che è stata ripristinata per mettere a dimora alcune nuove barbatelle. Spostando lo sguardo ad est si può notare l’unica vigna più pianeggiante, fino a risalire con lo sguardo, dove è presente un appezzamento al cui interno sorgerà la nuova cantina, già in fase di costruzione.
In questi terreni, che di media sono a ottocento metri di altitudine sul livello del mare, ricchi di scheletro, pietre, ma anche con molta sabbia, dove le radici vanno in profondità, si adotta quella che viene definita una “conduzione logica di lavorare”. Il lavoro è praticamente gestito tutto manualmente, in terrazze dove i mezzi motorizzati fanno fatica ad arrivare, ad eccezione di qualche piccolo cingolo. Una conduzione biologica sarebbe impossibile, dovendo essere costantemente fuori a trattare, avendo così optato per ridurre gli interventi, avvalendosi di meno trattamenti, ma con un minimo di prodotti sistemici. Un lavoro svolto con attenzione, misurazione del tempo e salvaguardia delle persone che si recano in queste terrazze ripide e avverse, oltre ai costi, sia dei trattamenti stessi, ma anche del carburante.

Uno dei motori fondamentali è sicuramente la passione per questo settore e per la produzione di vino, oltre al sacrificio, che porta a lavorare questi terreni “difficili”. Caratteristiche che si sono sviluppate ben presto anche in Pierre, che ha intrapreso la strada del padre, cominciando proprio a fianco di lui questo mestiere e iscrivendosi alla facoltà di enologia ad Alba, per completare la sua professionalità, non solo con la pratica, ma anche con un approccio teorico.
Tornando alla base, ci addentriamo in cantina, dove in una sorta di tetris, si trovano principalmente vasche in acciaio, oltre ad alcuni legni, con botti troncoconiche, qualche tonneau e alcune barrique esauste ad uso sperimentale. Ad oggi si utilizzano solo uve di proprietà, vendemmiate a mano tendenzialmente di mattina per le bacche bianche e nel pomeriggio per quelle rosse, seguendo così tutto il processo: dal taglio dell’acino, fino alla messa in bottiglia del prodotto finale, essendosi dotati anche di una macchina per gli imbottigliamenti. Le fermentazioni sono tutte spontanee, non utilizzando lieviti selezionati; si usa il controllo delle temperature e il legno, solo di grande formato, viene adoperato a piccole dosi.
Lo scopo dell’azienda è quello di fare vino buono e di beva, lavorando le singole varietà in purezza, svolgendo anche molte micro-vinificazioni per poter far emergere le caratteristiche di ogni vigneto e creare successivamente i diversi assemblaggi.
Il vino viene messo in bottiglia prima della successiva vendemmia, così da avere la cantina vuota per le trasformazioni successive e anche perché la domanda supera talvolta l’offerta di prodotto. Curiosità è che Feudo di San Maurizio non possiede una rete commerciale e le bottiglie prodotte sono vendute solo in Regione, tranne nel caso in cui si fermino turisti e appassionati e facciano scorte che possono poi essere portate e consumate nel mondo.
Tra le centocinquanta mila bottiglie prodotte per anno, troviamo circa una ventina di etichette, tra vini bianchi e rossi, per lo più frutto di singole varietà, ma anche qualche assemblaggio. Una carrellata di etichette che comincia con il Torrette proposto sul mercato dal primo di maggio successivo alla vendemmia, a differenza del Torrette Superiore che comincia le sue vendite dal primo agosto dello stesso anno. In entrambi i casi si vinificano le stesse vigne di Petit Rouge di base con percentuali minori di altre varietà a bacca rossa locali, per poi selezionare in cantina le migliori vasche dedicate ad uno e all’altro. Il mondo dei rossi prosegue con il Nebbiolo che, pur non essendo una varietà locale “è buona e volevamo capire come si poteva esprimere in questa zona”; le autoctone Cornalin; Majolet; Vuillermin; Fumin; per poi passare al Pinot Nero.
All’interno del mondo dei bianchi si trovano il Müller Thurgau; Gewürztraminer; la Vallese ricca di acidità, importata attorno agli anni Sessanta/Settanta Petite Arvine; lo Chardonnay per passione e “perché viene bene dappertutto, ma in montagna si esprime meglio”.
Non solo vini fermi, ma anche due Spumanti, uno Charmat a base Müller Thurgau e un Metodo Classico, dal 2020, con uve Pinot Nero e Chardonnay, così da ottenere una bollicina rosè.
Per completezza Pierre ci racconta che vengono prodotti anche tre vini da tavola sia in bianco che in rosso, dove si trovano vitigni non ammessi nel disciplinare della Regione, come Ciliegiolo, Barbera e Lagrein. Infine, non potevano mancare due vini passiti, con uve di Petit Rouge per il rosso e Priè Blanc per il bianco, fatte surmaturare in pianta e cassetta.
Le etichette Feudo di San Maurizio sono state disegnate venticinque anni fa da un amico artista di Michel, mantenendo la loro attualità e carattere moderno anche ai giorni nostri.
Gli assaggi, all’interno del bar di famiglia, che apre tutti i giorni alle cinque e chiude dopo l’aperitivo, attorno alle nove di sera, cominciano con il Petite Arvine 2024, un vino delicato, che regala note di agrume, pesca bianca, miele, per un sorso tondo, con un’acidità integrata, buona sapidità, equilibrio e discreta persistenza, oltre ad una sorta di dolcezza data dalla maturità dell’uva.
Proseguiamo con il Gewürztraminer 2024 che anche in questo caso si esprime con note delicate, un tocco di zagara, sentori tropicali, mango, litchi tutto molto tenue ed integrato. In bocca si percepisce una spalla acidità maggiore, pur mantenendo un buon equilibrio, con un tocco sapido, abbastanza minerale e con una buona persistenza.
Il mondo dei rossi si apre con il Vuillermin 2024, che sprigiona note molto fresche di rosa rossa, violetta, frutta rossa, una leggera spezia, tocco balsamico e cioccolatoso. Al contrario dei precedenti vini bianchi che fermentano e riposano solo in acciaio, questo vino fermenta ed affina in vasche troncoconiche per sei mesi. Al palato una discreta acidità, abbastanza sapido e minerale, tannino morbido e quasi impercettibile, oltre ad una buona persistenza.
Non poteva mancare un assaggio di Nebbiolo, annata 2021, che fermenta e affina in botti di legno troncoconiche. Al naso regala note di frutta rossa matura, leggero cassis, note ematiche, di sottobosco, spezia, ma anche una leggera liquirizia e tabacco dolce. In bocca entra largo e ben integrato, con una discreta acidità, tannino delicato, note minerali e una buona persistenza.
Concludiamo con “Saro Djablo” (un appellativo che racconta diverse vicende storiche con protagonisti gli abitanti di Sarre) 2024, un vino da tavola blend di diverse varietà, tra cui una predominanza del Lagrein, con un affinamento in tonneau per circa tre mesi, essendo gli unici contenitori da cinquecento litri, data la quantità ridotta della sua produzione. Al naso si esprime con sentori di frutta fresca, tra cui lampone, fragolone, ma anche mirtillo, rosa canina e un leggero sottofondo erbaceo. Anche in questo caso una costante integrazione ed equilibrio, con una discreta sapidità e mineralità, buona persistenza e tocco amarotico in chiusura.
Ringraziando Pierre per la bella ed esaustiva visita, in attesa di assaggiare anche il suo Pinot Nero, portato a casa, riprendiamo il viaggio verso Courmayeur, senza dimenticare di consegnargli la maglia numero 454!


