Terre Grosse – Zenson di Piave (Treviso)

Terre Grosse, tra vino, ingegneria e storia delle terre del Piave

12 Novembre 2020

Terre Grosse è una piccola azienda conosciuta durante un “Bacaro Tour” a Venezia qualche settimana prima della visita grazie al loro rifermentato in bottiglia da uve Grapariol.

Terre Grosse

Dopo uno scambio di messaggi su Instagram cogliamo l’invito di poter visitare l’azienda, a Zenson di Piave, ad una mezz’ora di strada da casa mia.

Ad accoglierci sono Linda e Nicola, moglie e marito, che assieme al resto della famiglia di Nicola portando avanti questa realtà con uno sguardo alla continua ricerca e sperimentazione sia in vigna sia in cantina.

Nella sala degustazioni rimaniamo subito affascinati da un arco rovescio sotto al pavimento, emerso durante i lavori di restauro, complementare all’arcata superiore che regge la struttura.

La storia di questa realtà trae origine dai bisnonni di Nicola, una tipica famiglia contadina degli anni ’30 che per mantenersi, coltivava la vigna oltre ai campi di seminative e gli allevamenti di bestiame. I vigneti e la produzione del vino sono sempre stati integrati nella famiglia fino ad arrivare ai giorni nostri quando Nicola, la moglie Linda e la sorella Denise hanno deciso di dedicarsi a portare avanti questa attività con un tocco più personale ed innovativo.

Terre Grosse

Grazie anche all’aiuto dell’enologo Daniele Rigo dal 2017 si è consolidato sempre più un percorso dettato dalla sperimentazione e l’innovazione, con la valorizzazione delle uve più autoctone e l’investimento nel piantare vigneti resistenti Piwi (tra cui Johanniter e Muscaris).
Un cambio di mindset anche per Nicola, laureato in ingegneria e vicino alle metodologie di viticultura più “scientifiche” e tecnologiche, che lo ha portato a sposare la filosofia più naturale.
Il background ingegneristico non si è però perso per strada, con i continui investimenti e sperimentazioni anche nelle tecnologie a beneficio della vigna, ottenendo alcuni brevetti. Le innovazioni sono state il creare centraline metereologiche posizionate all’interno dei vigneti con delle micro-telecamere per monitorare la superficie fogliare, sonde per il monitoraggio dell’umidità a prevenzione della peronospora, trappole elettroniche con delle telecamere per monitorare e contare gli insetti presenti.

Terre Grosse

Nel chiacchierare di queste innovazioni sorseggiamo un calice di Pinot Grigio Ramato, direttamente prelevato dalla vasca, con quattro giorni di macerazione sulle bucce dal colore oltre la buccia di cipolla verso il rosato i profumi intensi, minerale e sapido, di ottima prospettiva.

Passiamo poi al Metodo Ancestrale di Raboso, un rosato tripudio di profumi di piccoli frutti rossi, su tutti la fragola ed il lampone, risultato anche di una vendemmia che si effettua nei primi giorni di novembre a piena maturazione delle uve. Al naso emergono poi gli agrumi, tra il pompelmo rosa e l’arancia in una bolla di discreta acidità, minerale e cremosa, che si beve con estremo piacere.

I vigneti si trovano in due terreni diversi, uno prettamente argilloso (più favorevole per i vini rossi) mentre l’altro a medio impasto. Le lavorazioni sono nei canoni del biologico con l’utilizzo di rame e zolfo, nessun diserbo, sfalci solo se necessario e vendemmia manuale.

Proseguiamo con una chicca non ancora in commercio, un Manzoni Bianco che macera ed affina per quattro mesi in anfore toscane di terracotta. Un vino che si presenta limpido poichè le bucce restano sommerse e anche per la tipologia di anfora il vino non si ossida. Profumi floreali di ginestra e fruttati tra la pesca e l’albicocca.

Curioso del Refosco dal Peduncolo Rosso di queste zone ne assaggio quello che produce Terre Grosse, affinato in parte in acciaio in parte in tonneau di rovere francese. Tra i profumi di ciliegia e lampone emerge una nota speziata e una balsamica, che lo contraddistingue e lo differenzia rispetto a quello dei cugini Friulani.

Concludiamo con il protagonista del territorio, il Raboso “top di gamma” dell’azienda, le cui uve per il 10% svolgono un appassimento in fruttaia. Un vino che affina tre anni in barili di rovere ed almeno un altro anno in bottiglia.
Un vino dai sentori di sottobosco, marasca, prugne, violetta, tabacco fino ad arrivare alla spezia e ai sentori più eterei, mentre in bocca la vivacità di quest’uva “rabbiosa” dai toni verdi ed un tannino importante.

Terre Grosse

Una nota storica che ci racconta Linda, sfogliando il libro appoggiato sul bancone della degustazione “Il Vino nella Grande Guerra” è che questo vino dopo la disfatta di Caporetto abbia giovato all’esercito Italiano. Come? I soldati austriaci trovando riposo e ristoro nel trevigiano nel periodo di fermentazione del Raboso, nei momenti del mosto più dolce, si ubriacarono di questo nettare ed arrivarono in ritardo sulle sponde del Piave, permettendo gli Italiani di riorganizzarsi e fronteggiare l’esercito nemico arrestandone l’avanzata.

Terre Grosse

Prima di lasciare l’azienda uno sguardo alla campagna dove si trovano i vigneti di Grapariol nella parte più adiacente, piante che ci spiegano essere molto delicate e soggette a diverse malattie. Questa è un’uva discendente dal Raboso, definita anche “Rabosina a bacca bianaca” più fine della sorella Rabosa Bianca, che presenta maggior acidità.
Una visitina anche all’interno della cantina dove troviamo sia acciaio, sia legno e l’anfora in cui sta affinando il nuovo Manzoni Bianco, di cui ne rubiamo un piccolo assaggio in anteprima.

Torneremo ad assaggiare l’evoluzione di questo particolare Manzoni e degli altri vini prodotti da Terre Grosse.

 

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