Cantina Gennaro Papa, immersi nelle epoche del Falerno assieme ad Antonio Papa
01 Luglio 2021
Un weekend lungo tra le terre campane, che si apre subito con la visita alla Cantina Gennaro Papa a Falciano del Massico nel pieno della zona di produzione del Falerno del Massico.
L’incontro con Antonio, ultima generazione della Cantina Gennaro Papa, si apre con il racconto delle epoche del Falerno, da buon oratore ed ex insegnante di materie umanistiche.
Per risalire alle origini di questo antichissimo vino dobbiamo tornare indietro nel tempo di diversi secoli fino al quarto prima di Cristo, epoca in cui i Romani vinsero le battaglie Sannitiche e scesero in Campania, zona che al tempo vedeva i cocci delle più antiche popolazioni greche.
Tra Benevento ed il litorale cominciò ad insediarsi la popolazione romana e oltre agli ulivi la coltivazione della vite era pratica comune. Le testimonianze più tangibili sono arrivate ai giorni nostri tramite le anfore, utilizzate per le vinificazioni e conservazione del vino. Uno dei primi documenti al mondo che testimoniano l’attività di vinificazione è proprio l’antico vaso vinario inciso, come una sorta di etichetta, con la tipologia del vino e da chi veniva prodotto. Alcuni esempi che sono arrivati ai giorni nostri sono la scritta “FAL MAS” per identificare il Falerno del Massico oppure Caedicia Victrix, a rappresentare una delle prime donne produttrici di vino, proveniente da una delle più floride e principali città del tempo, Sinuessa.
L’abbondanza e prosperità del territorio, che gli ha fatto conquistare anche l’appellativo di “felix”, pian piano lo fece diventare una location esclusiva, con la costruzione di ville rustiche tra le colline o abitazioni che si estendevano sulla via principale che portava a Roma, la tutt’ora esistente Appia.
Si narra che a Roma in quei secoli venissero bevute circa tre milioni di bottiglie all’anno, basandoci sull’attuale formato standard da settantacinque centilitri.
Il Falerno ha vissuto un secondo periodo di grande lustro anche in epoca imperiale, quando nel primo secolo molti “VIP del tempo”, di cui ci sono almeno dieci testimonianze tra senatori e persone influenti, si recavano in terra campana per produrre il proprio vino.
I Romani, inoltre, furono i primi a creare le micro-zone, accorgendosi che da diversi territori si potevano ottenere prodotti finali con differenti caratteristiche. Nelle vinerie del tempo erano presenti vini provenienti da pianura, collina o montagna (montagne non estreme poiché il Monte Massico raggiunge gli 810 metri) e i più costosi erano proprio quelli provenienti dalle zone più alte. Il Falerno era denominato Faustianum o Faust.Fal oppure Caucinum o Cauc.Fal nella sua versione più aspra rossa oppure in bianco (non è ancora certo se l’una o l’altra versione).
Un vino che è stato il precursore di tematiche legate al marketing, fattore impattante anche sui costi, oltre alla divisione per zone, cosa che ad oggi si è persa. Prodotto che si è legato ai politici “influencer” che, come molti personaggi famosi dei giorni nostri, producevano i loro vini.
A quel tempo non si sapeva se le uve erano di Primitivo o Aglianico, ma questa tematica è legata alla “Guerra fredda del Falerno” dei decenni scorsi.
La terza vita di questo vino è stata quella più infelice, dopo la caduta dell’impero romano e la decadenza del territorio abbandonato senza le finanze del senato che alimentavano anche la sua produzione, il famoso vino è sparito dal commercio.
Dopo un periodo di lacune immense è necessario fare un salto nel sedicesimo secolo, durante il quale si ritrovano alcune tracce del Falerno grazie alla chiesa e più precisamente nelle scritture di papa Paolo III Fanese che lo descrive come un vino buono chiamandolo, in maniera italianizzata, “Fistiniano”. Un vino di qualità che era stato selezionato dal sommelier personale, o più precisamente bottigliere, Sante Lancerio, incaricato di trovare il miglior prodotto enologico per le celebrazioni.
Una quarta vita a partire dal 1800, periodo di casate influenti che posizionano il Falerno nei pressi del Monte Cuma o Monte Gauro, decentrandolo dal territorio originario.
Grazie allo zampino dei Borboni, però, si è riscoperto l’antico vino chiamato Rosso di Mondragone.
Dopo gli anni della fillossera il recupero di questo vino partì proprio da Mondragone, città in cui un tempo vi era anche il vescovo, e si ricominciò a piantare Primitivo ed Aglianico, i due protagonisti della battaglia fratricida per decretare quale fosse l’uva con cui produrre questa tipologia.
Il Falerno nell’epoca moderna vede l’arrivo della DOC nel 1989 e principalmente il traino di due aziende: Moio e Villa Matilde, la prima più a sud con una produzione maggiore di Primitivo, mentre la seconda situata vicino al Garigliano, con una produzione maggiore di Aglianico.
Una guerra civile tra Aglianico e Primitivo che si è conclusa con la divisione della DOC in “Bianco”, con un minimo di 80-85% di Falanghina, “Rosso”, con un minimo di 60-90% di Aglianico (in questo caso il disciplinare consente l’aggiunta anche di vitigni internazionali) e “Rosso Primitivo” con un minimo di 85% di Primitivo.
Oggi l’area di produzione del Falerno del Massico DOC si estende in cinque comuni in provincia di Caserta: Mondragone, Falciano del Massico, Carinola, Sessa Aurunca e Cellole. Le bottiglie prodotte sono circa ottocento mila bottiglie e stanno emergendo sempre più frequentemente nuove piccole aziende tra cui Cantina Gennaro Papa. Una realtà che vede le sue origini dal bisnonno di Antonio, Gennaro Papa, lo stesso nome che suo padre, a cui è intitolata l’azienda. Il bisnonno, infatti, produceva vino per sé e commerciava qualche piccola quantità in damigiana, oltre ad aver fondato il primo bar di Falciano, il “Bar Italia”.
Il nonno successivamente continuò sulla falsa riga, ampliando l’attività commerciale e vendendo circa sessantamila quintali (contro i cinquecentotrenta quintali che vengono prodotti oggi) di uva a commercianti napoletani.
Il padre di Antonio, anche lui insegnante, è stato il primo ad imbottigliare il vino come IGT Roccamonfina e nel 1999 a immettere nel mercato la prima etichetta di Falerno.
L’azienda Gennaro Papa è oggi condotta da Antonio, che al contrario di Checco Zalone, dopo quattro anni di insegnamento, ha deciso di abbandonare il posto fisso per dedicarsi all’azienda di famiglia, senza perdere la passione per le materie storiche ed umanistiche, che promuove continuamente nei suoi racconti per far amare quello che è il nostro passato, definito ciclico e causa del nostro futuro.
La filosofia della Cantina Gennaro Papa è quella di portare il territorio in bottiglia, per far emozionare il consumatore finale con un vino schietto e sincero emblema della zona della Campania in cui viene prodotto.
Ogni giorno si combatte per far, da un lato percepire al cliente finale che anche se il vino non affina in barrique è buono lo stesso e dall’altro che il Primitivo anche dopo due anni di invecchiamento evolve e non decade, come erroneamente pensano molte persone.
La direzione è quella di abbandonare del tutto il legno, che viene usato solo in alcune annate e con contenitori usati e poco impattanti. Antonio afferma che il vetro sarebbe il contenitore più affine a lui, il giudice più meschino ma il più onesto.
In vigna si lavora in maniera tradizionalista a basso impatto, senza alcuna certificazione, ma con trattamenti limitati, sovesci periodici, nessuna irrigazione e nessuna concimazione.
Il Falerno, rigorosamente a base di Primitivo esce nel mercato dopo due anni, anche se nel disciplinare ne è previsto uno solo di affinamento. Il desiderio è quella di inseguire la DOCG così da portare il periodo di affinamento ad un minimo di tre anni.
Gennaro Papa conta cinque ettari di vigneto, quasi tutti circondati da complessi collinari e montani, che si trovano tra i cento e i duecentottanta metri sul livello del mare, con un 95% di vitigni a bacca rossa di cui il 75% sono Primitivo. Il terreno è sempre caratterizzato dalla presenza di pietre e rocce, con una prevalenza di limo sabbioso di origine piroclastica e non marina; nelle zone più basse, oltre alla copiosità di scheletro si trova molta argilla.
Le etichette prodotte sono tre rossi e un bianco, con fermentazioni che vedono parte di utilizzo di lieviti selezionati dal Primitivo e un’altra parte di lieviti indigeni, dipendentemente dalle annate. Non si effettuano filtrazioni e si limitano anche i travasi. Partendo dai vini rossi troviamo “Campantuono”, Falerno del Massico DOP 100% Primitivo; “Coclave”, sempre un Falerno del Massico DOP a base di Primitivo proveniente da vigne più giovani; “Opimiano”, vino rosso con uve Primitivo, Barbera e Piedirosso. L’unico vino bianco è un 50% Falanghina e 40% Moscato, clone Terracina.
Una curiosità che mi racconta Antonio è che nella sua tesi di laurea presso l’Università Federico II di Napoli ha svolto una ricerca sui vitigni predominanti di quella zona nel secolo scorso e si è scoperto che le tre principali uve coltivate erano: Moscato, Pallagrello Bianco e Fiano.
Per questa volta nessun assaggio, ma qualche scorta da portare in Veneto!
Prima dei saluti un piccolo sfogo di Antonio che lamenta giustamente la scarsa valorizzazione del turismo e dell’eno-turismo in una zona in cui ci sono sia il mare, sia montagne, il lago di Falciano, siti archeologici, una vasta gamma di prodotti alimentari ed enologici. E’ un vero peccato per una comunità con così tante meraviglie da offrire, sperando ci possa essere un investimento attrattivo per portare più persone in questa magnifica parte di Campania.
Maglia 59 per il Prof Antonio Papa!


