Una mattinata passata a Villa Bogdano, in compagnia di Raffaele Foglia, per approfondire il territorio di Lison e questa storica realtà
14 Novembre 2024
Ci troviamo a Lison di Portogruaro, la terra del Tocai, all’interno di Villa Bogdano, per approfondire questa storica realtà e il territorio circostante, in compagnia di Raffaele Foglia, che si occupa della direzione commerciale dell’azienda.
Il nostro viaggio comincia dalla vecchia torre vinaria, uno dei punti più altri di Villa Bogdano, con la sua terrazza panoramica da cui si può godere di una vista sull’intera proprietà e delle attività che vengono svolte in tutta trasparenza. Questi ambienti sono stati recentemente restaurati e la parte inferiore si può considerare come il cuore pulsante dell’azienda.
Ma andiamo con ordine: Villa Bogdano è stata acquistata nel dicembre del 2016 da Domenico Veronese, originario di queste terre, ma occupato nel settore della finanza per più di vent’anni, a Londra.
Scavando nella storia si Lison e di questi luoghi si balza indietro di qualche decina di secolo, fino ad arrivare all’epoca dei romani, di cui si sono trovate diverse testimonianze, tra cocci, monete, cimeli e il resto più importante recuperato nel 1926: il gruppo bronzeo raffigurante Diana cacciatrice, risalente al III secolo d.C., conservato oggi al Museo Nazionale Concordiese di Portogruaro. La statuetta è stata ripresa da Villa Bogdano per rappresentare l’azienda, identificandone il logo in essa.
Con il passare degli anni i terreni sono passati di mano alla Repubblica Serenissima, periodo a cui risale il primo impianto della villa, nel 1500.
A testimoniare la presenza dell’azienda è stata identificata una mappa all’interno dell’archivio storico di Venezia, datata 1676, dove si possono anche approfondire le aree di bonifica del Consorzio di Lison, indicando con i colori verde, giallo e rosso quelle più o meno a rischio di esondazione del fiume.
Lo stabile padronale, per come lo vediamo oggi, è stato restaurato da un greco, dedicando il nome alla moglie Maria Bogdano, anche se non è chiaro il perché anche lui acquisì lo stesso cognome della congiunta.
Le terre del Lison sono state abitate dalla contessa Concina, che nel post fillossera, importò le barbatelle di Sauvignonasse dalla Francia, ambientate in queste terre come Tocai e arrivate fino al Friuli più orientale.
Dopo la proprietà di una famiglia milanese, che si occupava principalmente di allevamento di bestiame e produzione di uova, per circa tre generazioni, l’acquisto da parte di Domenico con l’obiettivo di dare una nuova luce alla tenuta e alla zona del Lison. Al suo fianco il cognato Lucio Tessari, amministratore e agronomo di Villa Bogdano e Raffaele Foglia, amico e vicino di casa di un tempo incaricato della direzione commerciale dell’azienda.
Tornando alla vista che offre la torre possiamo vedere la maggior parte dei centonovantacinque ettari della tenuta, incontrando numerosi edifici e pertinenze, per lo più in fase di restauro.
Peculiarità del territorio è la presenza di due fiumi, il Lison e il Loncon, che si uniscono in punta all’azienda. I corsi d’acqua con le loro esondazioni hanno fatto sì che il terreno presenti un’alta concentrazione di argilla (in alcune particelle arriva anche al 54%) e, a circa ottanta centimetri, un metro di profondità è ricco di carbonato di calcio, prendendo il nome di caranto.
Queste tipologie di terreni hanno le proprie peculiarità positive che si trasformano nelle caratteristiche che infondono ai vini, ma risultano estremamente difficili da lavorare. C’è da sottolineare che Villa Bogdano è certificata Bio dal 1993 e i trattamenti sono esclusivamente di copertura, con rame e zolfo, seguiti da alcuni consulenti esterni. Non si smette mai di sperimentare, strizzando l’occhio alla biodinamica e ai suoi impatti sull’ecosistema. Sicuramente lo studio e l’osservazione per diminuire l’impatto umano in vigna sono un a costante; per esempio, a breve dovrebbe partire un progetto che prevede tra l’altro di selezionare alcune piante che si sono dimostrate più resistenti alla flavescenza dorata che sta colpendo queste terre, per capire come replicarle e avere un patrimonio genetico naturalmente più solido.
Una fortuna è anche quella di possedere alcuni boschi all’interno della proprietà, che creano delle oasi di biodiversità naturale, da cui si stanno analizzando i concetti di agricoltura rigenerativa, volendoli riportare anche in vigna. Tra i boschi quello più antico è il bosco medioevale di Lison (oasi certificata di biodiversità, zona di interesse comunitario, e posto del cuore del FAI), dove è stato recuperato il cimelio di Diana cacciatrice, durato negli anni fino ai giorni nostri, poiché non erano presenti alberi di quercia, utili per la costruzione di imbarcazioni e le palificazioni nella vicina Venezia.
Assieme ad AIAB Friuli Venezia Giulia si sta portando avanti una sperimentazione di agricoltura rigenerativa, da un paio di anni. È stata riservata un’area di quattromila metri quadri dell’azienda a trecentonove piante selezionate, per far sì che possano essere un sostegno per gli impollinatori, ospitando anche alcune varietà, come il salice o il melograno, che offrono rifugio agli insetti antagonisti. Non si esclude la propagazione del progetto a tutta l’azienda nel corso dei prossimi anni.
All’interno della proprietà possiamo notare diversi stabili, tra cui Casa Zabeo, l’abitazione del mezzadro, che si vorrebbe trasformare in un Museo del Lison. Nelle vicinanze si scorgono anche i resti di un monastero, quasi inglobato totalmente dalla natura.
Ad oggi ci sono nove cantieri di restauro aperti, tra cui anche il rinnovo della vecchia barchessa della villa, una delle parti più vecchie risalente al 1500, che sarà dedicata agli uffici, wine shop e una piccola osteria, con sala degustazioni (oggi ambienti presenti al piano inferiore della villa).
A tendere l’obiettivo è anche quello di voler restaurare l’intero stabile della villa, destinandola ad essere un ambiente ricettivo, lavorando parallelamente all’attrattività di questo luogo; missione decisamente non facile.
Tra i vigneti possiamo trovare impianti più recenti e un’eredità del passato, con un piccolo filare a “cassone padovano”, un antico metodo ormai in disuso, utilizzato dai monaci benedettini.
La produzione di vino è da sempre parte di queste terre, con testimonianze certe del diciannovesimo secolo, ma con la sicurezza che l’attività veniva svolta anche antecedentemente.
Oggi tutta l’area di vinificazione è stata rinnovata, dedicando una zona alla ricezione delle uve, vendemmiate manualmente nel caso delle vigne più vecchie o meccanicamente per la restante parte, dove si trova anche una pigiadiraspatrice e le vasche di fermentazione.
Le masse si trasferiscono in cantina, dipendentemente dalla varietà delle uve, per poi seguire vinificazioni e affinamenti in cemento vetrificato e ulteriori affinamenti in diverse tipologie di legno.
La cantina di affinamento è stata ricavata a fianco della villa, restaurando vecchie vasche di cemento e integrando con nuove botti di legno, privilegiando il grande formato (due francesi e due italiane).
La produzione dell’azienda si attesta a circa venticinque/trenta mila bottiglie per anno.
Tra le etichette troviamo la linea dei vini “varietali”, dove sono presenti il Lison Classico; lo Chardonnay; il Pinot Grigio Ramato e due rossi: Merlot e Refosco dal Peduncolo Rosso. La caratteristica principale di questi vini è che sono esclusivamente vinificati in purezza ed affinati in vasche di cemento vetrificato, dopo una prima parte di fermentazione in acciaio, proprio per ottenere la massima espressione del vitigno da cui hanno origine. Le etichette che li vestono riprendono le cortecce degli alberi che sono presenti all’interno del bosco di Lison.
Sono presenti anche due Prosecco, un Brut e un Brut Nature, che dal prossimo anno si semplificheranno in un’unica etichetta, puntando sul prodotto meno dosato. L’etichetta del Prosecco è stata ripresa dalla rosa dei venti presente all’interno del pavimento veneziano originale del 1800, il quale posa ancora sulla terra viva e pertanto non presenta alcuna crepa, situato nell’attuale wine shop.
Infine troviamo i vini “selezione” in cui è presente il Bianco Veneto IGT “185”, 100% prodotto da uve Tocai Friulano; il Refosco dal Peduncolo Rosso DOC Lison Pramaggiore “186”, lo Chardonnay Veneto IGT “187” e il Rosso Veneto IGT “195” a base di Merlot e Cabernet Sauvignon (che può variare nel solo Merlot in purezza, dipendentemente dalle annate). Per questa linea si sono scelte alcune selezioni dei vigneti più vecchi dell’azienda, riportandone il numero di parcella in etichetta. Tutti i vini di questa linea riposano un periodo in cemento vetrificato, per poi passare ad un affinamento in legno, di diversa tipologia.
Nel 2020 si sono vinificate le uve Tocai Friulano del vigneto a cassone padovano, con un affinamento per metà della massa in anfora e metà in barrique, ottenendo trecentotrentasette bottiglie e ventuno magnum, ad oggi conservate per un ulteriore riposo, in attesa di realizzare l’etichetta che possa meglio rappresentare questo progetto esclusivo.
Dopo un percorso di approfondimento sulla storia di Villa Bogdano e quella del territorio del Lison, ci sediamo all’interno della sala degustazioni per assaggiare alcuni dei vini prodotti, concentrandoci sugli autoctoni, in compagnia anche di Monica, sommelier e responsabile dell’accoglienza.
Cominciamo la nostra degustazione con il Lison 2021, ottenuto dalle uve piantate nel 1943 da Giovanni Zabeo, mezzadro della tenuta. In questo caso, essendo parte della linea “varietale” le uve vengono raccolte a mano e lasciate tra le cinque e le sette ore in criomacerazione, per poi iniziare la fermentazione in acciaio con l’inoculo di lieviti selezionati. L’uva viene poi pressata in maniera soffice e si trasferisce la massa in vasche di cemento vetrificato dove si effettua una decantazione statica, pur ripetendo battonage ogni sette-dieci giorni. Il vino riposa negli stessi contenitori per circa otto mesi, prima di essere imbottigliato.
Un Tocai a bacca gialla che regala un vino che si presenta con sentori freschi di agrume, erbe aromatiche, salvia, tiglio, una nota di miele e un tocco amandorlato. In bocca entra con una buona sapidità, una punta minerale, discreto corpo, moderata acidità, un finale amarotico e persistente.
Passiamo allo stesso vino con qualche anno in più in bottiglia, annata 2018, ma con lo stesso processo di vinificazione. Al naso si possono percepire gli anni in più in bottiglia che fanno presentare al naso note più mature di frutta gialla, sentori tropicali, di ananas, mango, costanti note erbacee, ma anche un tocco di iodio e un denominatore di ossidazione, non ancora troppo impattante. Al palato si presenta comunque fresco, con una buona beva, sapido e abbastanza mineralità, sempre moderata la spalla acida e una buona persistenza.
La terza annata che assaggiamo è la 2019, anno estremamente tumultuoso, caratterizzato dalle frequenti grandinate e un conseguente diradamento naturale in vigna. Le giornate erano caratterizzate da una mattiniera foschia che lasciava il posto al sole e clima ventilato. Questo ha impattato sulla vigna regalando una muffa nobile agli acini, che hanno seguito lo stesso processo di vinificazione, regalando però note molto particolari e uniche nel bicchiere. Un vino che si esprime con note di frutta disidratata, un mango più intenso, ma anche spezie dolci, curcuma, zafferano, miele, pepe bianco. Le stesse spezie ritornano al palato dove questo vino entra comunque diretto, fresco, più tondo e corposo, ma comunque secco, ricco in sapidità, mineralità e con una buona persistenza.
Tornando all’annata 2018 assaggiamo anche quella che si può definire, non da disciplinare, un Tai Riserva, nella sua declinazione “185”, in riferimento alla selezione della parcella piantata dal signor Zabeo. Dopo una crio-macerazione più prolungata di ventiquattro ore, 90% del mosto fermenta a temperatura controllata di diciotto gradi, in vasche di cemento vetrificato, il 10% in barrique di rovere francese di media tostatura; oltre a diciotto mesi di affinamento in parte in vasche di cemento vetrificato, in parte in barrique. Un vino che si presenta con note principalmente terziarie, tra cui il pepe nero, la vaniglia, bastone di liquirizia, caramello, ma anche uno spunto di cedro, sentori di erbe aromatiche in sottofondo, come la salvia e un tocco di frutta secca. In bocca entra pieno, con un buon corpo, bilanciato da una buona sapidità e mineralità, concludendo con una maggiore persistenza.
È il turno dei vini rossi, tra cui il Refosco dal Peduncolo Rosso 2018, proveniente da una parcella del 2001, con uve che restano a contatto una decina di giorni a ventisei-ventotto gradi, periodo in cui parte la fermentazione. Si passa ad una pressatura soffice e ad un conseguente affinamento di otto-dieci mesi in cemento. Un vino che esprime note di frutta rossa fresca, frutti di bosco, mora, ribes nero, bastone di liquirizia e un leggero sottobosco che fa capolino. In bocca entra fresco, con un buon sorso, pieno ma di beva, con una discreta sapidità e un tannino ben presente oltre ad una buona persistenza.
Il secondo rosso è il fratello maggiore, assaggiato nelle annate 2018 e 2017, “186”, con uve provenienti da quasi due ettari piantati nel 1992, che presentano una maggiore argilla nel substrato. Dopo il periodo di affinamento di diciotto mesi in cemento, il vino viene fatto riposare per ventiquattro mesi in botti grandi.
Il primo Refosco si presenta ancora molto fresco, con note di frutti neri, inchiostro, note speziate, di bastone di liquirizia, facendo percepire l’affinamento in legno, mentre il secondo vino fa emergere sentori più delicati, che puntano, oltre che sulla frutta rossa su note floreali di rosa rossa, ma anche violetta e carcadè, per poi spostarsi su sentori balsamici, con un leggero ginepro, ma anche un sottofondo di sanguinella. Al palato la differenza maggiore sta nella delicatezza del tannino, ancora irruento nel primo vino, per poi dimostrarsi più setoso nel secondo, mantenendo in entrambi i casi una buona freschezza, sapidità, ma anche corpo e persistenza, più accentuati nel 2017.
Curioso di ritornare a toccare con mano gli sviluppi dell’ecosistema Villa Bogdano, maglietta numero 368 per Raffaele!


