Una mattinata tra le colline di Rovereto in compagnia di Barbara e Riccardo Dalzocchio per approfondire il loro Pinot Nero
29 Novembre 2024
Dopo aver assaggiato più volte il Pinot Nero Dalzocchio e dopo diversi tentativi non andati a buon fine di poter raggiungere l’azienda, finalmente, in una fredda mattina di fine novembre, riusciamo ad incontrare Barbara e Riccardo Dalzocchio e scoprire questa piccola realtà produttrice di Pinot Nero.
Ci troviamo nella parte più alta della città di Rovereto, dove è stato fondato il cuore pulsante dell’azienda, da parte di papà Riccardo Dalzocchio, per poi passare in gestione alla figlia Elisabetta, di recente supportata dalla sorella Barbara.
Assieme a Barbara e Riccardo ci immergiamo nel corpo principale della vigna, da dove si può avere un’immagine del territorio di una parte di Trentino. Il ricordo di Riccardo va a quando era un ragazzino che, assieme al cugino Umberto, andava ogni anno a vendemmiare.
La vendemmia veniva effettuata con un carro trainato dai buoi, sopra il quale era posto un tino di legno e la “mostarola” in cui le uve venivano pigiate con i piedi. Si iniziava alle sette di mattina e si finiva al crepuscolo, quando i vari tini erano colmi. In questo modo si otteneva il mosto direttamente in campagna, sia con uve intere sia con uve pigiate, una tecnica che non è quasi mai cambiata in Borgogna e che è stata concettualmente ripresa dai Dalzocchio, emulando e perfezionando quanto ai tempi dei nonni funzionava eccellentemente.
Riccardo acquistò le terre dove è stata creata l’azienda nel 1979 e, occupandosi in quegli anni di altre professioni, si affidò ad un giovane tecnico per piantare le prime vigne, il quale suggerì l’opportunità di creare un impianto di Pinot Nero, grazie anche all’esposizione al sole di queste terre e la fortuna di essere ventilate dall’Ora del Garda. Così si decise di acquistare delle barbatelle francesi e di investire su questa varietà così elegante e profumata, ma non ancora diffusa tra le terre trentine.
Fino al 1995 le uve prodotte sono state vendute, per lo più ad una grande e nota azienda produttrice di Trento DOC, che ha da sempre ritenuto quelle partite come alcune delle migliori per quanto riguarda il Pinot Nero.
In Riccardo è scaturita una sorta di malinconia nel doversi separare dal frutto dei suoi sforzi, “per due soldi”, e così si sono cominciate le prime vinificazioni, anche per ottenere il giusto riconoscimento e posizionamento dopo il grande lavoro che veniva fatto per portare a casa uve così qualitative.
Nel corso degli anni a prendere le redini dell’azienda è stata Elisabetta, dopo aver conseguito una prima laurea in economia e poi in enologia ed essersi specializzata in diverse pratiche sia enologiche che agronomiche e botaniche. Successivamente ad un primo percorso in una grande azienda di consulenza, la passione per il mondo della viticoltura e del vino l’ha richiamata a casa, per portare avanti questa piccola realtà famigliare. Recentemente anche la sorella Barbara, laureata in scienze ambientali, è al suo fianco, occupandosi principalmente di accoglienza e delle degustazioni.
Oggi Dalzocchio conta due ettari a corpo, tutti attorno all’abitazione di famiglia, dove sorgono anche cantina, magazzino e sala degustazioni. Qui ci troviamo a quattrocento metri sul livello del mare in un terreno dove si incontra un’abbondante quantità di terra per poi lasciare lo spazio alla pietra di matrice calcarea.
Peculiarità della disposizione delle vigne è che si trovano tre terrazzamenti, più un quarto appezzamento dietro la casa padronale, tutti circondati dal bosco (che arriva fino alla città di Rovereto), che crea una sorta di grande Clos incontaminato; riserva e habitat naturale per qualche famiglia di caprioli, i quali possono vivere sereni e protetti dai cacciatori.
Un’altra parcella è situata a cinquecentocinquanta metri, visibile a poche centinaia di metri, dove si trova su un terreno ricco di argilla e piuttosto arido. Infine, un terzo appezzamento, sempre a cinquecentocinquanta metri sul livello del mare, si trova in località San Rocco di Villazzano, sopra a Trento, caratterizzato da un’abbondante quantità di terra, dove sono presenti molte infiltrazioni di acqua risorgiva, favorendo così le radici delle piante ad andare in profondità.
La produzione è di circa trentacinque/quaranta quintali per ettaro, anche se il disciplinare del Pinot Nero DOC Superiore in provincia ne prevederebbe un massimo di ottanta.
“Non lo facciamo perché siamo più bravi degli altri, ma perché ce lo impone l’uva”.
Per ottenere prodotti di ottima qualità non bisogna spingere la pianta a produrre troppa uva. Nel corso degli anni si è eliminato anche l’impianto di irrigazione, installato quasi come adornamento e praticamente mai utilizzato; “questo non c’era ai tempi dei nostri nonni e se pensiamo ai cugini di Borgogna, se si utilizza l’irrigazione i vini vengono declassati”.
Dal 2003 l’azienda è certificata Bio, ma da sempre la famiglia è stata poco interventista, servendosi solo di prodotti di copertura, come rame e zolfo, utilizzando un compost “affinato” per almeno un anno, a base di letame bovino e equino con tralci di vite sminuzzati. C’è da sottolineare che i sesti di impianto sono abbastanza fitti, così le viti sono costrette ad andare in profondità e trovare i giusti nutrimenti dal substrato, migliorando così la qualità dell’uva.
Lo scopo dell’azienda è quello di allevare al meglio la vigna, facendo estrema fatica sul campo, per poi trasformare il prodotto finale in cantina, in maniera semplice e “naturale”. In cantina arriva sempre uva sana e selezionata, dove si cerca di impattare il meno possibile nei processi di trasformazione, aggiungendo un pizzico di bisolfito solo nella fase iniziale. Più la stagione è calda più si utilizzano i raspi e, dando uno sguardo alla cantina di trasformazione, si possono notare i ricordi di Riccardo espressi in maniera più moderna, con due tini troncoconici (uno italiano e uno francese) che riprendono il concetto del tino in vigna, prima tappa di trasformazione delle uve.
L’uva pigiata e in parte diraspata rimane dalle tre alle cinque settimane di media, dove avviene la fermentazione alcolica che parte spontaneamente, previa macerazione a freddo.
Successivamente si trasferisce il vino in barricaia, dove avviene la fermentazione malolattica. Le barrique sono tutte di rovere francese, provenienti dalla Borgogna, sia nuove sia utilizzate per più passaggi. Qui il vino affina per circa diciotto mesi, per poi essere imbottigliato.
Le bottiglie prodotte oscillano tra le otto e le diecimila per anno, trovando oggi in commercio le annate 2018 e 2019.
Dopo aver scoperto un po’ di storia dell’azienda e del territorio, Riccardo ci racconta una serie di aneddoti, successi negli anni, che hanno portato valore ed evidenziato le caratteristiche d’eccellenza del loro prodotto. Nell’ultimo decennio il Pinot Nero Dalzocchio è stato più volte paragonato a quelli della Borgogna e, oltre a dimostrarsi tra i migliori del Bel Paese si è battuto per distinguersi tra quelli dei cugini d’Oltralpe.
Un Pinot Nero trentino che si riconosce e far parlar di sé alla cieca, facendo chiedere a chi lo degusta, “chi è costui?”. Molti amanti di questa varietà negli ultimi anni cercano le bottiglie Dalzocchio, con il desiderio sia di berle, ma anche di conservare le varie annate.
“È una fatica ma anche una grande soddisfazione aver realizzato qualcosa di unico”.
Con questa frase e con la promessa di Riccardo di organizzare una degustazione dei vini Dalzocchio, in un orario più congeniale agli assaggi, riprendiamo il cammino, non prima di aver consegnato la maglietta numero 373.


