All’interno di Maison Anselment attraverso gli occhi di Henri, Villeneuve (Aosta)

Primo pomeriggio in compagnia di Henri Anselmet per scoprire l’azienda di famiglia Maison Anselmet e il suo progetto personale La Plantze

16 Gennaio 2025

Scesi dalla zona di Morgex e La Salle ci dirigiamo a Villeneuve, nella parte più centrale della Valle d’Aosta, per incontrare Henri Anselmet e scoprire l’azienda di famiglia Maison Anselment, oltre al suo progetto personale La Plantze.

La storia di questa realtà trova le sue origini in nonno Renato che, nel 1978, ha ereditato settecento metri di vigna (con un misto di uva a bacca rossa), nel paese di Chavonne, dal padre Enrico e, dopo aver pensato ad una repentina vendita, occupandosi in quegli anni di tutt’altro, ha deciso di tenere questo piccolo appezzamento e vinificare le uve che donava. Renato, nel corso degli anni, incrementò i metri vitati per la produzione di vino in bottiglia, mantenendo sempre un elevato standard qualitativo e trasmettendo la passione al figlio Giorgio. Dopo gli studi all’Institut Agricole Regional, il giovane intraprese la strada del padre e, fino al 2008, la trasformazione delle uve era gestita “come si poteva”, con il supporto del garage della casa di famiglia, alcune botti all’esterno e alcuni magazzini in paese.

I lavori di costruzione della nuova cantina a Villeneuve iniziarono nel 2007, in un luogo dove si trovava solo prato e un meleto, presentando ufficialmente il nuovo volto della Maison con la vendemmia 2009.
Negli anni sono incrementati anche gli ettari vitati, arrivando ai dieci dei giorni nostri, che si estendono da Chambave fino a circa quattro chilometri da Courmayer, con un ampio spettro di varietà, tra cui le internazionali Pinot Nero e Chardonnay, ma anche Traminer, Pinot Grigio, Moscato, Merlot, Syrah, Gamay e le autoctone Prié Blanc, Cornalin, Petit Rouge, Fumin, Mayolet. Per quanto riguarda le uve autoctone, negli anni ’90, sono state effettuate delle selezioni massali, al fine di poterle reimpiantare preservando così la genetica viticola della Regione.

Si contano sessantaquattro diversi appezzamenti, dai mille metri a un ettaro, caratterizzati dalla maggior parte di vecchie vigne. Avendo vigneti così dislocati, la criticità più grande è la raccolta, dovendo gestire i diversi periodi di maturazione delle varietà nel loro posizionamento. Le caratteristiche dei substrati possono variare da zona a zona, trovando un sottosuolo morenico che vede sfumature più sabbiose in centro Valle, con alcune percentuali di limo e bassissime quantità di argilla, più presente in bassa Valle, pure non avendo vigneti in quell’area.
L’imperativo di Maison Anselmet è “poca quantità e grande qualità”, con impianti simil-borgognotti e una produzione che di media si attesta su un chilo di uva per pianta. Si cerca di tenere il più basso possibile il capo frutto, per evitare le gelate primaverili, allungando anche i tempi di potatura, per lo stesso motivo.

Il lavoro che si fa in vigna si può definire “rispettoso”, avendo la fortuna di essere in una Regione felice, dove il problema più grande è l’oidio, pur avendo avuto lo scorso anno quantità di peronospora. Fortunatamente, dopo le piogge, un prezioso alleato è il vento, il quale asciuga terreni e vigne, mantenendo una buona sanità. La media dei trattamenti è di tre/quattro per anno. Le vigne presentano tendenzialmente un ciclo vegetativo molto breve e si è lavorato negli anni per rendere le lavorazioni il più meccanizzate possibile, anche se c’è un bel da fare anche manualmente. Un’altra fortuna è che, essendo in terreni per lo più sabbiosi, non c’è una grande proliferazione dell’erba, che viene comunque gestita e sfalciata e non si adottano diserbi chimici.

La cantina, inaugurata con la prima vendemmia del 2009, è stata costruita dopo un’attenta analisi di altre realtà e con la volontà di avere un luogo di vinificazione il più “comodo” possibile, ottimizzando i vari spazi e tempi di lavorazione. La ricezione delle uve avviene nella parte più alta e le uve pressate o meno, si trasferiscono nelle vasche per caduta.

Tra le chiacchiere, scopriamo che nel 2013, grazie all’opportunità di ottenere alcuni contributi, sommata alla voglia di provare una nuova strada nelle vinificazioni, è nato il progetto personale di Henri, producendo le sue prime milleottocento bottiglie, da una vecchia vigna mista di varietà a bacca rossa, situata a Saint-Pierre. Grazie al successo commerciale e la richiesta di alcuni locali della zona di avere anche un vino bianco, si sono iniziate, anno dopo anno, a sommare le etichette, fino ad arrivare ad una produzione di circa venticinque mila bottiglie, ottenute da circa sei ettari vitati. Il progetto è nato come “sperimentale”, soprattutto nelle vinificazioni, che vedono l’utilizzo di diversi vasi vinari, dalle anfore alle botti grandi, oltre a tecniche come la macerazione, senza cercare l’ossidazione, e le vinificazioni ad uva intera. Tra le varietà che fanno parte della sua azienda, che ha preso il nome di La Plantze (dal termine in dialetto valdostano “patois”, che significa terrazzamento) troviamo: Viognier; Sauvignon; Pinot Grigio; Petit Rouge; Fumin; Cornalin; Mayolet; Premetta; Syrah.

Possiamo affermare che l’ispirazione di Henri è legata al Rodano e la Loira settentrionali, mentre i vini di papà Giorgio sono più legati alla Borgogna.

Tornando a parlare di Maison Anselmet, troviamo una produzione di circa ottantamila bottiglie per anno, anche se ci sono stati picchi che hanno superato le centomila, come nell’annata 2016. Le etichette sono una ventina, tra cui troviamo tre diversi Chardonnay, che si differenziano per lo stile di vinificazione e maturazione; Traminer Aromatico (circa quattrocento bottiglie per anno); Pinot Grigio; Müller Thurgau; Petite Arvine; due Pinot Nero, provenienti rispettivamente da una vigna più giovane e una più vecchia; Petit Rouge; Syrah; Fumin; un uvaggio in rosso “Prisonnier” ottenuto da vigne di oltre cent’anni; un passito a base di Moscato, Pinot Grigio, Sauvignon e Traminer, con uve che vengono appassite in una cella apposita, prodotto solo nelle migliori annate. A questi si sommano altri blend in bianco e in rosso, oltre le edizioni speciali, come nel caso del “Balos”, dedicato al primo nipote di Giorgio, frutto dell’appassimento di una parte delle uve autoctone valdostane Petit Rouge, Cornalin, Fumin, Mayolet.
I cavalli di battaglia dell’azienda, con cui si è fatta conoscere a livello locale, nazionale e internazionale sono sicuramente le interpretazioni di Chardonnay e Pinot Nero, ottenuti da vigneti piantati da Giorgio tra il 1989 e il 1990.

Un tempo si produceva anche una bollicina “La Perla Bruna”, accantonata per mancanza di spazio e riproposta nelle ultime vendemmie. Non ancora ritornata in commercio, si tratterà di un trentasei mesi sui a base Chardonnay e una parte di Prié Blanc, che sta affinando sui lieviti in una ex miniera in affitto a La Thuile.

I protagonisti principali dell’azienda, oltre a papà Giorgio e nonno Renato, ancora presente in prima persona, sono mamma, Bruna e le sorelle di Henri, Stephanie e Arline che si dividono i lavori tra la parte commerciale, quella di campagna e cantina.

Prima di addentrarci nel mondo degli assaggi andiamo a scoprire le principali aree dell’azienda Maison Anselmet, partendo dalla parte esterna della cantina, dove arrivano le uve in cassette retate da quindici chili (rispettando lo stile della Borgogna). Dalla campagna, dove si ottiene una media ettaro di quaranta/cinquanta quintali, le cassettine vengono trasportate con un furgone, poiché si è notato che avviene un minore schiacciamento dei grappoli. Solitamente le uve riposano in una cella refrigerata o in vasche refrigerate, per poi essere selezionate a mano mediante un tavolo vibrante. La maggior parte delle uve a bacca bianca vengono pigiadiraspate mentre quelle rosse si trasferiscono direttamente in cantina, in entrambi i casi tramite un foro, per caduta.

Proseguendo il nostro percorso si incontrano alcune vasche in ferro, utilizzate da papà Giorgio e nonno Renato alla fine degli anni Settanta, oltre ad alcune barrique che sfruttano il freddo delle temperature invernali esterne per le precipitazioni. Maison Anselmet ha installato anche un impianto per l’auto produzione di azoto, utile nelle diverse lavorazioni e fondamentale per abbassare i livelli di solforosa aggiunta, che si sono dimezzati.

Nella prima stanza della cantina si incontrano le vasche in acciaio, tutte collegate all’impianto di raffreddamento e altre barrique. Peculiarità tecnologica di questo ambiente è che si trova un riscaldamento a pavimento a zone, così da poter controllare le temperature soprattutto nelle fasi di fermentazione alcolica e malolattica. Un segreto dell’azienda, per quanto riguarda le uve a bacca rossa, è che non vengono svolti rimontaggi, ma follature manuali, “a sensazione e interpretando se una vasca è ridotta o meno”, portando così in pressa gli acini il più interi possibile.

Una seconda stanza, costruita in tufo pugliese, è destinata all’affinamento dei vini in legno, con la prevalenza di barrique e tonneau di un’unica azienda francese, con cui Giorgio ha iniziato la sua avventura nell’elevazione dei propri prodotti.
I formati spaziano tra la barrique borgognotta da duecento ventotto litri ai tonneau, variando sia nelle misure delle doghe, sia nelle tostature, pur mantenendo al 99% legno di rovere francese. Solitamente si introduce ogni anno un terzo di legno nuovo.
Altra tecnica che viene utilizzata dall’azienda è quella di avere contenitori sempre colmi, evitando in ogni modo le ossidazioni e giocando, piuttosto, con le riduzioni. Per movimentare le particelle e le fecce fini che si trovano nelle tonneau vengono ruotate su sé stesse.

Ritornati alla sala degustazioni, che lascia intravedere la barricaia da un vetro posto sul pavimento, cominciamo ad assaggiare alcuni dei vini di Maison Anselmet e qualche chicca dell’azienda di Henri.

Il primo assaggio è del bianco “Nix Nivis” (Fiocco di neve) 2023, prodotto con il Riesling del vigneto di fronte all’azienda, vinificato in solo acciaio. Un vino fresco, che regala note aromatiche, di agrume, tè nero, frutta, mela gialla, per un sottofondo balsamico e non ancora tendente all’idrocarburo. In bocca entra pieno, ma fresco, sapido, minerale, con una leggera nota amarotica, buon corpo e persistenza.

Un secondo Riesling è “Mathieu” che prende il nome del figlio di Henri, affinato per un terzo in legno, un terzo in anfora e la restante parte in acciaio. Un 2020, prodotto solo in questa annata, dove la frutta è più matura, restano le note agrumate, che si alternano alla speziatura e ad un tocco di vaniglia, tendendo in questo caso all’idrocarburo. In bocca è sicuramente più pieno, con un buon corpo, ben bilanciato dalle parti dure, oltre ad avere una maggiore persistenza.

Passiamo ad un terzo vino bianco, balzando nell’azienda di Henri, La Plantze, il “Pas Toi” 2023, un Viognier, forse l’unico prodotto in Valle d’Aosta, ottenuto da una vigna piantata in un terreno incolto in cui si è voluto investire. Annata 2023, le uve vengono vinificate direttamente in legno, macerando per circa quarantotto ore, con un affinamento di dieci mesi nello stesso vaso vinario. Al naso si esprime con note rivolte all’aromaticità, un tocco di pesca, agrume, che si alterna tra fresco e candito, spezie dolci e uno spunto di zagara, per un sorso ben bilanciato, dritto, con buona spalla acida, mineralità, sapidità e persistenza.

Balziamo nel mondo degli Chardonnay con uno dei tre vini ottenuti da quest’uva, che affina dieci mesi in legno di barrique, con battonage organizzati ogni quattro giorni, nel primo periodo, per passare a uno alla settimana ed infine ogni quindici giorni circa. Vino del 2023 che esprime note tropicali, dall’ananas al mango, con spunti di fiori gialli, ma anche note speziate, di pepe bianco, micetta, tocco di zolfo e di vaniglia. Messo in bottiglia da due settimane, in bocca alterna note morbide ottenute dalla fermentazione malolattica, ad una buona freschezza, sapidità, mineralità, spalla acida e lunga persistenza. Sicuramente tra qualche anno sarà più integrato e armonico.

Il mondo dei vini rossi si apre con i due Pinot Nero, entrambi vendemmia 2023, ottenuti rispettivamente da vigne giovani e da vigne più vecchie. Il primo vino viene vinificato con un 30% di uve intere, dipendentemente dall’annata, effettua una macerazione carbonica per una settimana, evitando così di spaccare gli acini e mantenere il colore, oltre all’utilizzo del freddo, impedendo la fermentazione malolattica, che viene svolta successivamente in primavera, rimanendo in barrique per dieci mesi.
Al naso si presenta fresco, con sentori di lamponi, ribes, note erbacee, un leggero tocco speziato, per un sorso di beva, ancora giovane, con una discreta spalla acida, buona sapidità, mineralità, tannino leggermente verde e buona persistenza.

Il secondo Pinot NeroSemel Pater” (che in latino significa “una volta padre”, vino dedicato da Giorgio al padre Renato) che è stato imbottigliato tre settimane prima del nostro incontro, si ottiene con uve di un vigneto piantato tra il 1989 e il 1990. La vinificazione, in questo caso, prevede tendenzialmente il grappolo interno e, dopo un processo simile al precedente, l’affinamento è di un anno in barrique. Al naso si caricano un po’ i profumi, con sentori di frutti rossi, un tocco di rosa rossa, arrivando a note di rabarbaro, note ematiche, per poi passare una cioccolata fresca, liquirizia e un sottofondo balsamico. In bocca presenta un buon corpo, ma comunque entra fresco e di beva, percependo che ha bisogno di qualche mese di bottiglia per integrarsi tra le parti.

Un assaggio anche di Syrah, non ancora etichettato e commercializzato, il quale prende il nome di “L’Avenir Pour Mathieu”, una sorta di vino/dedica per il futuro del figlio di Henri. Questa vigna, esposta a sud, è stata piantata nel 2014 e le sue uve vengono vinificate per l’80% intere e per il restante 20% pigiadiraspate, facendo affinare per dodici mesi le parte separate, al termine dei quali il tutto si unisce in un’unica massa.
Al naso si presenta con un’ottima concentrazione di frutti neri, mora, mirtillo, cassis, note speziate, un tocco erbaceo e di cioccolato. In bocca ha un buon corpo, ben bilanciato dalle parti dure, che ne garantiscono freschezza e piacevolezza di beva, con tannini che si fanno sentire e una ricca persistenza.

Concludiamo con “Le Prisonnier” (In francese significa “il prigioniero” e il nome non è stato celto per caso; è prigioniero della montagna, essendo prodotto da uve ottenute da un vigneto secolare incastonato, “imprigionato”, tra i ripidi declivi del monte Torrette a Saint Pierre) a base di uve Petit Rouge, Cornalin, Fumin e Mayolet, una sorta di Torrette, che non presenta la percentuale minima della prima varietà. Le uve provengono da una vigna di cento otto anni, disposta su cinque terrazze. Due delle varietà utilizzate, Cornalin e Majolet, effettuano un appassimento in pianta e la vinificazione prevede una macerazione di tutte le uve in legno ad acino interno, per poi affinare un anno in barrique.
Al naso sprigiona note di frutti neri, violetta, rosa rossa, uno spunto di sottobosco, cioccolato, tocco di liquirizia, una buona speziatura, per un sorso importante ma fresco, con buona spalla acida, sapidità, mineralità, un tannino vivido ma delicato e una buona persistenza.

Un viaggio alla scoperta delle varie sfumature della famiglia Anselmet, che si conclude con la consegna della maglia numero 385 ad Henri.

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