La Source, con il suo fondatore Stefano Celi a Saint-Pierre (Aosta)

Conclusione di una due giorni intensi di visite in Valle d’Aosta in compagnia di Stefano Celi, fondatore dell’azienda La Source

17 Gennaio 2025

Ci troviamo nel paese di Saint-Pierre, proprio di fianco al maestoso castello, per scoprire la storia dell’azienda La Source, in compagnia del suo fondatore Stefano Celi.

Piccola parentesi prima di iniziare a scoprire la storia di La Source: il Castello di Saint-Pierre, sicuramente più appariscente e visibile di un secondo castello vicino, di Sarriod de La Tour (appena restaurato e riaperto), è originario del dodicesimo secolo ed è stato arricchito dei merletti che si vedono oggi a fine ‘800, dal vecchio proprietario. Questo è l’unico Castello di proprietà del Comune e non della Regione ed ospita il Museo di Scienze Naturali.

Ci accomodiamo nella sala degustazioni, a tu per tu con il produttore, per scoprire le origini di questa realtà di stampo famigliare. Stefano si è diplomato perito agrario e ha da sempre avuto la passione sia per l’agricoltura in generale sia per l’allevamento di bestiame, attività predominante della sua famiglia.

Pur essendo impegnato in un’altra attività, durante i primi anni ’90 del secolo scorso, assieme ad un paio di amici, che avevano qualche appezzamento vitato, si è deciso di cominciare quasi per gioco, l’attività di trasformazione della produzione viticola.
Nel corso degli anni gli amici “si sono persi per strada”, lasciando Stefano ad intraprendere un’attività solitaria che lo ha portato ad unire i propri ettari vitati a quelli della moglie Gabriella, così da creare ufficialmente l’azienda La Source.
Il nome è emerso quasi fisiologicamente, poiché scavando nell’area di costruzione della cantina, si sono trovate alcune piccole sorgenti d’acqua, tipiche della zona, di cui una è ancora ben presente e visibile in una delle sale sotterranee della struttura.
Il 2007 è stato l’anno in cui si è edificata la cantina a Saint-Pierre, recuperando la vecchia stalla con il fienile annesso, così da riprenderne la conformazione strutturale, con le travi a vista. Balzando al 2020 troviamo l’apertura della struttura ricettiva, che presenta sette camere (sette non per una scelta esoterica, ma per rispettare il numero massimo di stanze, avendo anche l’area dedicata alla ristorazione, secondo le regolamentazioni regionali), battezzate con i nomi dei vini più tipici prodotti dall’azienda. Ultima tappa di La Source, l’apertura del ristorante, nel corso del 2021, il quale offre prodotti a chilometro quasi zero, rappresentativi della Regione Valle d’Aosta, cucinati dallo stesso Stefano.

Oggi l’azienda conta otto ettari vitati, ma non si è persa la tradizione legata agli allevamenti, trovando vitelli, conigli, galline, oche e anatre che si divertono a sguazzare in una vecchia piscina di irrigazione. Oltre agli animali, sono presenti alcuni alberi di melo, con cui si ottengono i vari succhi in bottiglia o bag in box e un’area dedicata agli orti, per la produzione di verdure che vengono utilizzate sia al ristorante sia in famiglia.

Parlando di vigna, gli appezzamenti si concentrano principalmente tra le colline di Saint-Pierre, sul Monte Torrette e nel comune di Aymavilles, in circa ventuno particelle differenti. Anche Stefano mette in luce la difficoltà di raggruppare i terreni, a causa dei frazionamenti ereditari, portando l’esempio di un appezzamento di un ettaro che contava tredici diversi proprietari, per la cui acquisizione totale ci sono voluti addirittura cinque anni. Qui si è successivamente creato un nuovo impianto con protagoniste le uve Cornalin, Traminer e Gamay.
Gli impianti sorgono ad un’altitudine che oscilla dai seicento ottanta ai novecento venticinque metri sul livello del mare, con un’età compresa tra gli otto/dieci e i venticinque anni.

In queste aree della Regione c’è la fortuna di avere climi secchi e ventilati e, tranne nel caso del 2024, “con tre-quattro trattamenti si salva la stagione”. Si cerca di limitare i passaggi in vigna e si adotta un equilibrio che possa salvaguardare tempo e salute delle persone; per esempio, in zone molto impervie, per eliminare l’erba, è strettamente necessario il diserbo, che viene utilizzato un’unica volta per tutta la stagione.

La Source ad oggi produce circa quarantamila bottiglie per anno, divise in nove etichette, tra cui tre bianchi: Chardonnay; Petite Arvine e un Valle d’Aosta bianco a base di Moscato Bianco Petit Grain, Gewürztraminer, Müller Thurgau; un rosato con uve 80% Petit Rouge e la restante parte Premetta e Cornalin e cinque rossi: Cornalin; Gamay e Torrette, affinati in acciaio, oltre al Torrette Superiore e il Syrah che riposano rispettivamente per un anno in legno da cinquecento litri, di cui solo una minima percentuale è di botti nuove.
Solo nelle migliori annate viene prodotto anche un passito con uve di Moscato, Gewürztraminer e Sauvignon, con uve appassite in fruttaia.
L’azienda fa produrre anche alcuni distillati (una grappa bianca a base di Petite Arvine e un’altra ottenuta da un blend di vinacce, che viene affinata in botti di melo, pero, ciliegio e frassino); un amaro alle erbe; un vino aromatizzato (“Vin du Paradis” su ispirazione del Barolo Chinato, con l’aggiunta principalmente di erbe di montagna, tra cui la genziana, da cui trae la sua nota amarotica), ma anche prodotti di cosmesi ottenuti dagli scarti, di qualità, delle lavorazioni dell’uva.

Prima di tuffarci negli assaggi dei vini di La Source è d’obbligo uno sguardo alla cantina che si trova nell’area sottostante alla struttura ricettiva. Il primo ambiente è la sala degli acciai, dove avvengono le fermentazioni e la maggior parte delle vinificazioni e affinamenti, per poi incontrare alcune barrique e tonneau, di legno per lo più esausto, poiché “il legno deve essere la ciliegina sulla torta, non tutta la torta”.  Proseguendo troviamo un’area costruita tutta con pietre recuperate dagli scavi dei vari impianti vitati. Una sorta di grotta dove è presente una vecchia macina in pietra, portata dentro prima della costruzione della stessa sala. Qui si possono notare alcuni esempi delle vecchie etichette, cambiate quasi subito con quelle che troviamo oggi (che vedono nella parte inferiore il simbolo di una mano con agli apici l’uva, il bicchiere, la bottiglia, il cavatappi e la luna, a sintetizzare alcuni degli alleati del mondo del vino), oltre alla sorgente che ha dato il nome all’azienda.

Tornati al caldo della sala degustazioni, iniziamo gli assaggi con il Petite Arvine 2023 e i suoi sentori che regalano note di albicocca, pesca gialla, tiglio, un tocco tropicale, di mango, per un sorso dalla buona beva, freschezza, buona mineralità e sapidità, discreta spalla acida e lunghezza.

Il secondo bianco è “Ensemblo”, frutto della criomacerazione per ventiquattro ore e conseguente vinificazione delle uve di Moscato Bianco Petit Grain, Gewürztraminer, Müller Thurgau. Da un vigneto piantato per la produzione di un vino passito è nato, quasi per gioco un vino bianco aromatico che nell’assaggio del 2020 si presenta con note di agrume, zest di limone, zagara, note di rosa bianca, miele, un velo di pepe bianco, curry per un sorso dritto, con una buona sapidità, mineralità, spalla acida e buona persistenza.

Il mondo dei rossi si apre con il Cornalin 2018 in purezza, che si presenta con note fresche di frutta, tra cui un fragolone maturo e intenso, frutti di bosco, uno spunto terroso e note di sottobosco. In bocca entra con una grande beva, un corpo ben bilanciato, buona freschezza, sapidità e mineralità, discreta acidità, tannini delicati e buona persistenza.

Passiamo al primo Torrette, blend di Petite Rouge per l’85% e un 15% di Vien De Nus (una sorta di fratello della precedente uva, molto delicato e soggetto a marciumi, oltre ai problemi di drosofila), con vinificazione ed affinamento in solo acciaio. Annata 2028 si presenta al naso con note di ciliegia, mirtillo, prugna, rosa rossa e violetta, con una leggera balsamicità di sottofondo, uno spunto ematico e un leggero cioccolato. In bocca entra fresco, con una discreta acidità, minerale, sapido, un tannino meno vellutato, buon corpo e persistenza.

Stefano racconta che il Monte Torrette è composto da tre balze, di cui storicamente solo la prima era quella denominata Torrette. Quella in mezzo, a detta degli anziani del posto, denominata “Conche”, era quella più vocata, mentre la più alta, “Toule” era la più esposta ai venti. In circa trent’anni in tutte e tre le balze si sono piantati numerosi vigneti, recuperando l’intera zona.

Un secondo Torrette prodotto è il Superiore, a base di 90% Petite Rouge e 10% Fumin, in questo caso annata 2019 e affinamento per circa un anno in legno tonneau, per la maggior parte usato. In questo vino troviamo una frutta più matura, con una prevalenza di prugna, ma anche sottobosco, liquirizia, note di cioccolato, leggera spezia e un sottofondo quasi sulfureo. In bocca entra comunque fresco, verticale, con una buona beva, che ne bilancia il corpo, buona mineralità, abbastanza sapido e con discreta spalla acida, per un tannino leggermente più marcato e una buona persistenza.

Concludiamo gli assaggi con il Syrah 2017, piantato a ottocento metri sul livello del mare, dimostrandosi forse una delle vigne di questa varietà più alte d’Europa. L’area in cui è piantata questa vigna è ritenuta una delle migliori di Saint-Pierre, un anfiteatro roccioso esposto totalmente a sud. Al naso emerge la caratteristica nota speziata della varietà, sentori di frutti rossi, lampone ben maturo, violetta, sottobosco, per un sorso pieno e di corpo, ma ben bilanciato dalle parti dure, con un tannino setoso e ricco in persistenza.

Una giornata che si è conclusa nel migliore dei modi, con un ottimo tagliere di salumi e formaggi locali misti e il riassaggio (meno tecnico) dei vini de La Source. Prima di riposare in una delle camere vista castello, dell’agriturismo, un ringraziamento speciale a Stefano, che merita la maglietta numero 390.

 

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