Mattinata assieme a Danilo Charrère nella sua Le Clocher, Jovençan (Aosta)

Tarda mattinata assieme a Danilo Charrère nell’azienda che trae le origini dai vigneti di nonna Eulalia: Le Clocher

17 Gennaio 2025

Siamo in località Jovençan in compagnia di Danilo Charrère, per scoprire, assieme ad un gruppo di svizzeri-francesi appassionato di vino (rispolverando così la comprensione della lingua francese), Le Clocher.
Ad accoglierci, oltre al padrone di casa, una serie di cani di diversa taglia in cerca di coccole, e, tra una carezza e l’altra, ci immergiamo nella storia di questa realtà famigliare.

Le origini di Le Clocher sono da ricercare in nonna Eulalia, che già negli anni ’50 si occupava della cura di qualche piccolo appezzamento vitato, circa duemila metri, con vigne miste di Petit Rouge, Pinot Nero e Gamay, per la produzione di vino sfuso. Un’attività che è proseguita fino alla metà degli anni ’70, non trovando poi eredi nei figli, che mantennero comunque quelle viti, patrimonio di famiglia.
La nonna è mancata a cent’anni e non si è mai fatta mancare un bicchiere di vino durante i pasti”.

Danilo, mosso dalla passione per la viticoltura e mosso dal ricordo dell’attività della nonna, ha cominciato a dedicarsi alla vigna nei primi anni Novanta, decidendo, passo dopo passo, di creare la propria azienda vitivinicola.
Per omaggiare la sua famiglia ha deciso di battezzarla Le Clocher, poiché suo bisnonno Grato, era impegnato nella professione di “suonatore di campane” del paese, a seconda che ci fosse una celebrazione felice, un giorno di festa, o un funerale.
Da sempre il paese di Jovençan conta una storia viticola e ad oggi sono presenti circa quarantacinque ettari vitati e le aziende vitivinicole che producono vino in bottiglia sono quattro.
La cantina è stata edificata circa trent’anni fa e ogni giorno, pezzo dopo pezzo, si è costruita l’azienda, che oggi vede anche come protagonista la figlia di Danilo, Nicole. Nicole è impegnata in un’altra professione, ma la volontà è quella di dedicarsi all’azienda di famiglia, essendoci entrata in maniera fisiologica anche per la passione nei confronti di questo mondo, che l’hanno anche portata ad approfondirlo da un punto di vista più legato alle degustazioni, diplomandosi sommelier.

Ritornando a parlare di vigna, gli ettari vitati sono quattro e mezzo in trentasei aree diverse, principalmente localizzate all’interno del comune di Jovençan, puntando ad avere appezzamenti monovarietali.
In vigna l’idea di fondo è quella di lavorare il meno possibile, ma il meglio possibile, cercando l’equilibrio della pianta in un determinato terroir, non credendo in alcuna regolamentazione come il biologico. Di media si tratta appena prima e poco dopo la fioritura, per poi entrare in vigna esclusivamente con rame e zolfo di miniera, solo in caso di necessità. Viene sottolineata anche da Danilo la difficoltà di gestione della vigna nel 2024, con una perdita della produzione del 30%, a causa della peronospora.
Particolarità degli impianti è che sono tutti a guyot e, nel corso degli anni, si è cercato di riprendere anche le caratteristiche tipiche dell’ambiente circostante delle campagne valdostane. Si sono recuperati e ricostruiti diversi muretti a secco, tipici di questa zona, rispettando le peculiarità originarie, una su tutte le protuberanze a forma di finestrella che fungevano e fungono tutt’ora come frigo naturale per conservare al fresco naturale vino, salumi e formaggi, fondamentali per le merende nelle pause dal lavoro.
Per il prossimo futuro, sperando nella clemenza del clima, c’è la volontà di ampliare la produzione del Pinot Nero e del Petit Rouge, dedicato al Torrette. Il mercato richiederebbe anche uno Chardonnay, ma la propensione è quella di concentrarsi nelle varietà che già sono presenti, puntando sempre maggiormente alla qualità.

Dando uno sguardo alla cantina si possono trovare solo botti di legno di grande formato, ritenendo che la barrique non sia un formato rappresentativo della Regione, oltre a vasche in acciaio e vetroresina. Alcune botti hanno addirittura più di cinquant’anni, trasmettendo così la filosofia aziendale, di voler puntare sui sentori primari di ogni varietà, senza avere influenze da agenti esterni, come il legno. L’idea di base è che nei vini si debba sentire il territorio e non uniformare i prodotti della Valle d’Aosta per renderli piacevoli a tutto il mondo, mediante l’impatto delle botti.

Per assaggiare i vini ci sistemiamo nella sala adibita a degustazioni, oltre a più di qualche festa, al caldo della vecchia stufa della nonna, alimentata dalla legna. La produzione si attesta sulle circa trentacinquemila bottiglie per anno, che si dividono in dodici etichette: Petite Arvine; Pinot Gris; “Ombre”, a base di Moscato e Petite Arvine; Petite ArvineCuvée Bois” una produzione limitata che affina anche parzialmente in legno; Gewürztraminer; Chanì, rosato a base di Cornalin; Cornalin; Fumin; Torrette; Torrette Superieur; Pinot Noir; Gamay.

Il primo assaggio è di Petite Arvine 2023, vinificato e affinato in solo acciaio, che ci regala sentori di albicocca, mango, gelsomino, un tocco vegetale, leggera nota di erba aromatica, origano, per un sorso abbastanza tondo, equilibrato, con una buona acidità, minerale, sapido e una discreta persistenza.

Ad accompagnare la degustazione alcuni piatti di affettati, in parte prodotti dallo stesso Danilo e alcuni formaggi acquistati, ma fatti successivamente affinare sempre da lui. Tra gli affettati troviamo pancetta, salame misto tra manzo e maiale e non può mancare il sanguinaccio, che, a seconda dell’area della Regione, viene prodotto con tecniche diverse, in questo caso, per esempio, non si utilizza il sangue del maiale, bensì la rapa rossa.

Il secondo bianco sposta lo sguardo ad un panorama internazionale, degustando il Pinot Gris (che in Regione prende anche il nome di Malvoisie). Annata 2023, si presenta al naso con sentori delicati, di mela verde, un tocco erbaceo, spunto gessoso, un pizzico di pepe bianco e una leggera nota di origano. In bocca entra dritto, fresco, con una buona sapidità, mineralità, discreta acidità e persistenza.

Il primo vino rosso che degustiamo è il Gamay 2023, il quale fermenta in legno grande, per poi affinare in vasche d’acciaio.
Al naso presenta note fresche di frutti di bosco, mora, mirtillo, fragola, sentori di violetta, note vinose, un tocco erbaceo e di pepe nero. In bocca entra con una buona freschezza, ritornano le note di mirtillo, un buon corpo, buona spalla acida, mineralità, sapidità, tannini morbidi e discreta persistenza.

Passiamo ad un secondo internazionale, sempre in rosso, il Pinot Nero 2023, ottenuto da sei diverse vigne, che si trovano ad un’altitudine di ottocento metri sul livello del mare, con una pendenza che rende difficili le varie lavorazioni. La fermentazione alcolica avviene in legno, per poi affinare un anno in acciaio.
Un vino che regala sentori delicati di frutti rossi, tra cui il ribes, la fragola, ma anche leggere note di rabarbaro, una punta di spezia e note ematiche. Al palato è fresco e verticale, con una discreta acidità, minerale, sapido, un tannino presente ma delicato e una discreta persistenza.

Il primo vino autoctono in rosso, scoperto proprio in quest’area quando è stata svolta la zonazione, è il Cornalin 2023 che fermenta in botte grande di legno, affinando successivamente circa un anno in acciaio. Al naso sprigiona note di frutti rossi, fragola, ma anche un sottofondo erbaceo e speziato e una nota di liquirizia fresca. In bocca regala un buon corpo, con beva e freschezza, spalla acida, mineralità e buona sapidità, tannino delicato e buona persistenza.

Concludiamo gli assaggi con il Torrette Superiore 2023 che viene interpretato da Le Clocher in un 100% di Petit Rouge, di due diversi vigneti. Anche in questo caso la fermentazione alcolica viene svolta in legno per poi riposare circa un anno in acciaio (da disciplinare deve avere un grado in più del “base” e affinare almeno undici mesi, anziché cinque, non specificando il materiale del vaso vinario). Al naso emerge la frutta rossa, che lascia successivamente spazio a note di prugna, un tocco terroso, di cioccolato e tabacco dolce. In bocca si può percepire un buon corpo, bilanciato da una discreta acidità, mineralità, sapidità, tannino abbastanza morbido e buona persistenza.

Un ringraziamento a Danilo per aver aperto le porte della sua azienda, non vedendo l’ora di assaggiare il suo pan dolce, tipico di quest’area della regione. Per lui maglietta numero 388.

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