Nel biodinamico mondo di David Leclapart, Trépail (Francia)

Alla fine di una giornata di visite a grandi Maison dello Champagne andiamo a scoprire la piccola realtà biodinamica di David Leclapart

13 Febbraio 2025

Ci spostiamo nella zona a nord est di Epernay, tra le Montagne di Reims, per raggiungere il paesino di Trépail, dove incontriamo, ormai all’imbrunire il produttore David Leclapart.
Al caldo dell’interno della sala degustazioni, ricavata in un’area dell’abitazione di famiglia, iniziamo a scoprire le origini e la storia di questa piccola azienda di Champagne che prende il nome dal suo fondatore. David nasce da una famiglia di vignaioli, che per lo più hanno conferito le uve ad aziende terze. La sua formazione è stata principalmente nella zona della Beaujolais dove dal 1994 ha frequentato una scuola legata alla biodinamica, facendo nascere in lui una passione per questo mondo e questa visione di affrontare i processi di, soprattutto, vigna e cantina.
Dopo aver passato due anni a lavorare in un’azienda situata ad Epernay, a causa della prematura scomparsa di papà Bernard nel 1996, è dovuto tornare a supportare i lavori di vendemmia. Mamma Lucette, a quei tempi, purtroppo non riusciva a condurre da sola l’attività di famiglia, chiedendo così al figlio se volesse prendere lui in mano l’azienda. David accettò, alla sola condizione di poter convertire il tutto alla biodinamica.

Nel 1997 ci fu una sorta di transizione amministrativa e, ufficialmente, dal primo di gennaio del 1998 David Leclapart prese le redini dell’azienda, battezzandola a suo nome. L’eredità di famiglia contava due ettari e seimilacinquecento metri, che negli anni sono aumentati, grazie ad un nuovo piccolo impianto, diventando quasi tre ettari vitati disposti in ventidue appezzamenti.
I vigneti, provenendo dalla strada principale che collega Trépail al vicino paese di Ambonnay, si trovano sia sulla parte destra sia sulla parte sinistra, dove il substrato si diversifica rispettivamente in un gesso più friabile, mentre, dall’altro lato, in un gesso molto più compatto e ricco di silicio.

David ha sposato a pieno le pratiche biodinamiche, spiegando questo approccio come “semplice ma complesso”. È necessario avere una visione globale dell’agricoltura, fatta di terra e cielo, che sono le due entità più impattanti su ciò che viviamo; pertanto, serve un metodo che possa unire queste due forze al fine di generare un beneficio sugli esseri viventi, piante e animali, che popolano il mondo. Per trasmettere un messaggio all’interno della pianta prima e nel vino successivamente si devono unire cielo e terra, grazie anche all’interpretazione dell’uomo.
Uno dei mantra che viene seguito è quello lasciato in eredità da Bernard de Clairvaux, monaco cistercense vissuto nel tredicesimo secolo: “Le ciel donne naissance, la terre nourrit, l’homme affine”. Letteralmente il cielo dona la vita, la terra nutre e l’uomo affina.
In questa visione viene messo al centro l’uomo, che, come protagonista principale, deve interpretare il cielo e la terra come uno jin e jang che formano un unico ecosistema a favore di chi vive e popola il pianeta.

Più amore metti più le cose vanno bene”.

Questi principi vengono tradotti con pratiche tangibili, come la pratica dei trattamenti tutti a spalla, ad oggi integrati da un sistema più meccanizzato e dotato di una pompa peristaltica (a causa di qualche problema alla schiena del produttore). Si utilizzano i preparati biodinamici 500 e 501 seguendone i cicli ben precisi e dinamizzandoli solo con acqua piovana, che riporta le informazioni provenienti dal cielo. La tecnica della dinamizzazione permette di ossigenare e informare l’acqua, che, a sua volta, dona tali informazioni alle piante.
È fondamentale rispettare le varie fasi dei due preparati, con le preparazioni ed interramenti autunnali e la dinamizzazione primaverile. In questo modo si unisce la parte animale a quella vegetale, ma è necessario tener presente che prima di ottenere un benessere dell’apparato fogliare e della pianta è opportuno pensare al benessere e alla fertilità della terra.

Oltre ai due preparati si cerca di intervenire il meno possibile in vigna, utilizzando la sola poltiglia bordolese per proteggere le piante.
L’azienda David Leclapart è certificata Bio e Biodyvin, un’associazione di vignaioli per lo più francesi, ma anche provenienti da altre parti d’Europa, fondata nel 1995.

La quantità di bottiglie prodotte è di media ventimila per anno, ma in annate difficili come la 2021, dove hanno avuto il sopravvento grandine e gelate, la produzione si riduce molto; in quell’anno, per esempio, è stata di sole quattromila bottiglie.

Le etichette, quando le cose vanno bene, sono quattro: “L’Amateur”; “L’Artiste”; “L’Apôtre”; “L’Astre”, mentre se l’annata non va nel migliore dei modi si fa un blend di tutto il raccolto, il quale viene denominato “L’Aphrodisiaque”. Da considerare che la maggior parte dei vini prodotti sono a base Chardonnay, a parte “L’Astre”, l’unico Pinot Nero, pur trovandoci nella zona principale della coltivazione di queste uve, le Montagne de Reims. Questo poiché nel paesino di Trépails a partire dagli anni ’50 sono state sostituite molte vecchie vigne di Pinot Nero con lo Chardonnay.
Altre due etichette sono prodotte dal figlio di David, Martin, che dal 2020 si è cimentato nella vinificazione delle uve di Chardonnay e Pinot Nero, in bianco e in rosso, ottenendo due Coteaux Champenois.

Tra le chiacchiere iniziamo a degustare i vini di David Leclapart, cominciando con “L’Amateur”, dal nome che richiama un fantomatico amante dei vizi del buon vivere, con la peculiarità di aver svolto la fermentazione alcolica e la prima parte di affinamento in ceramica. Annata 2022 in anteprima, Blanc de Blancs Extra Brut, il quale si presenta con sentori di frutta, albicocca, note tropicali, tiglio, per un sorso ricco, pieno, tondo, con una buona beva, sostenuto da una buona acidità, discreta sapidità, mineralità e buona persistenza.

In ottica generale tutti gli Champagne prodotti da David sono millesimi, la fermentazione alcolica parte spontaneamente, non si utilizzano solfiti per stoppare la fermentazione malolattica e non vengono dosati. I vini base restano in affinamento meno di un anno, per andare in bottiglia prima della successiva vendemmia, così da liberare lo spazio necessario in cantina, da dedicare alle nuove vinificazioni.

È il turno de “L’Artiste”, colui che ricerca il bello, un altro Chardonnay 100% il cui vino base affina per metà in ceramica e per metà in barrique usate. Un 2020 che si presenta più floreale e agrumato, con note più fresche che si ripresentano al palato, dove entra più dritto, con una buona acidità, sapidità e mineralità, oltre ad una discreta persistenza.

Il terzo vino è l’apostolo, “L’Apôtre”, ottenuto da un vino base che affina per il 100% in barrique usate. Qui vengono utilizzate le uve di Chardonnay, provenienti dai terreni gessosi delle vigne più alte.
Un 2015 che regala note più ossidative, pur delicate, con sentori di frutta secca, note di canditi, miele, fieno, un leggero sotto spirito di albicocca e giuggiole, un sottofondo di curcuma e noce moscata, oltre ad una leggerissima e piacevole volatile, ben integrata. In bocca entra comunque con un buon corpo, complesso, ma di beva, con una discreta acidità, sapidità, mineralità e buona persistenza.

Concludiamo le bolle con “L’Aphrodisiaque”, un nome che ricorda i poteri afrodisiaci dello Champagne. Annata 2019, assemblaggio di un 80% Chardonnay e 20% Pinot Nero regala note più agrumate, ma anche di piccoli frutti rossi, una discreta speziatura, ma anche sentori di zafferano e note balsamiche, che tendono all’anice e ad un tocco mentolato.
Un vino che entra in bocca con un buon corpo, che fa denotare anche il suo grado alcolico di tredici e mezzo, pur essendo bilanciato dalle parti dure, che ne consentono beva e verticalità oltre a presentare una buona persistenza.

Per rendere omaggio al figlio Martin un assaggio anche di Coteaux Champenois rosso, con uve Pinot Nero della vendemmia 2022. Le uve vengono diraspate a mano per poi fermentare in tini troncoconici e trasferire il vino per circa dodici mesi in barrique nuove, per poi sostare altri due mesi in acciaio, prima di essere imbottigliato.
Al naso presenta molte note speziate, di pepe, vaniglia, ma anche china, marasca, un tocco terroso ed ematico, oltre ad una spunta di rabarbaro, per un palato dove emerge molto il sentore di legno, ancora giovane, ma con una buona beva, freschezza, buona acidità, tannini delicati e discreta persistenza.

Una curiosità finale la possiamo trovare sul logo dell’azienda. La quale richiama i quattro elementi: Terra, Aria, Fuoco, Acqua, ripreso anche nella parte inferiore dei tappi a fungo degli Champagne. A decorare, invece, la parte superiore del fungo i simboli dei dodici segni zodiacali; tutti richiami alla spiritualità e ai principi della biodinamica descritti e raccontati durante la chiacchierata con David.

Prima dei saluti uno sguardo alla cantina, che si trova al lato opposto della strada, in un ambiente che viene gestito come un tetris di vasche in acciaio, ceramica e botti di legno. Le prime barrique risalgono al 1998 e si sono iniziate a cambiare solo nel 2019, utilizzando in questo modo quasi esclusivamente legno usato per più passaggi.

Giunta ormai la notte e un freddo che penetra nelle ossa, un caro saluto e un ringraziamento a David Leclapart per averci portato nel suo ecosistema.

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