Alla scoperta della DOCG Ruchè di Castagnole Monferrato attraverso gli occhi delle aziende Ferraris Agricola e Montalbera
09 Novembre 2025
Secondo giorno di un’avventura alla scoperta del Monferrato che ci porta a toccare con mano la DOCG Ruchè di Castagnole Monferrato grazie a due aziende che hanno fatto grande questo territorio e questa denominazione, credendo in una varietà che stava scomparendo.
Prima tappa a Castagnole Monferrato, dove ha sede l’azienda Ferraris Agricola e dove è stato creato il Museo del Ruchè. È proprio all’interno del museo che riusciamo ad immergerci nella storia di questo territorio, andata di pari passo a quella del vitigno, che ha rischiato quasi di scomparire.
Assieme a Luca e al suo collaboratore Francesco ci addentriamo nel Museo, creato all’interno della vecchia struttura che un tempo ospitava la cantina Ferraris, trovando oggi una nuova vita. L’astigiano, come molti del Piemonte e dell’Italia in generale, ha subito negli anni due principali flussi migratori che hanno portato gli abitanti a lasciare le proprie terre. Il primo agli inizi del ‘900, principalmente verso gli Stati Uniti ed Argentina, mentre la seconda ondata durante gli anni Sessanta, verso i principali poli industriali d’Italia. Durante la prima grande migrazione anche il bisnonno di Luca si è trasferito oltreoceano, per inseguire la grande corsa dell’oro in California. Con i proventi è stata comprata quella che un tempo era la casa più grande di Castagnole.
Durante i primi anni 2000, Luca, allora poco più che un ragazzino, è voluto tornare da Torino ai territori della sua famiglia, con lo scopo di riprendere l’attività di campagna di nonno Martino e dedicarsi alla viticoltura, con lo scopo di rivalutare una varietà che si stava perdendo, il Ruchè. Questa c’è sempre stata in quest’area del Monferrato, anche se negli anni è sempre stata messa in secondo piano, a favore della Barbera e del Grignolino, principalmente per il fatto che una delle sue caratteristiche è quella di avere una grande potenza vegetativa, rispetto ad una scarsa produzione di uva. Spesso è stata confusa con altre varietà, ma negli anni si è definito il suo DNA, composto dalla Malvasia Aromatica di Parma e dalla Croatina Piacentina.
La sua rinascita si può ricondurre ad un ecclesiastico, mandato a Castagnole dal vescovo di Asti, Don Giacomo Cauda, il quale trovò in questa varietà qualcosa di speciale: “il Ruchè ha un corpo perfetto e un equilibrio di aromi, sapori, profumi unici. Degustato con moderazione libera lo spirito e apre la mente”. Così, dalla vigna mista che un tempo si trovava vicino alla chiesa vennero selezionate alcune piante di Ruchè e Cauda piantò il suo vigneto nel 1964, successivamente passato in mano a Francesco Borgognone e oggi appartenuta all’azienda Ferraris Agricola, da cui viene prodotto il vino “Vigna del Parroco”.
Parlando di territorio, ci troviamo nella parte nord-est della provincia di Asti che comprende sette diversi comuni, in quello che rappresenta una sorta di grappolo. Per definire tale provincia si è scelta proprio questa forma, come rappresentanza identitaria di un territorio che presenta una copiosa quantità di vigneti e produzione di vino.
Per semplificare, questa lingua di terra va da nord di Genova a sud di Milano, caratterizzata dal passaggio del fiume Tanaro e dalle diversità di substrati. Qui è possibile trovare zone più sabbiose o argillose, ricche di calcare, ma anche marna, scheletro e sedimenti marini.
Un tempo questo vino era consumato nelle grandi occasioni, grazie alla sua fragranza aromatica che lo contraddistingueva da altre varietà. Solitamente si beveva entro Sant’Anna, patrono del paese, che cade il ventisei luglio.
Il Ruchè di Castagnole Monferrato è stato propagato nel corso dei decenni, diventando DOC nel 1987 e DOCG nel 2010, ottenendo un altro riconoscimento di prestigio nel 2014, quando il Monferrato, assieme a Langhe e Roero sono entrate a far parte del patrimonio dell’Unesco.
Oggi troviamo venti produttori, con circa un milione e centomila bottiglie prodotte per anno (di cui la metà sono prodotte dalle due aziende toccate con mano), più che raddoppiate rispetto al 2010, quando erano circa quattrocentotrenta mila.
Dopo aver visto un video emozionale sulla storia dell’azienda e di questa varietà ritrovata, scopriamo uno dei tanti “infernot” presenti in questa zona. Un tempo questi cunicoli scavati nel sottosuolo, composto di sabbia umida compattata che al tatto si sgretola, fungevano da frigo naturali per la conservazione degli alimenti. Oggi non possono che essere rivalutati come cantine di conservazione del vino e, nel caso dell’azienda Ferraris, si possono trovare vecchie annate, che vanno indietro nel tempo fino agli anni Ottanta.
Questa realtà conta una cinquantina di ettari, per una produzione media di trecento mila (di cui duecentoventimila di Ruchè), spostando nel 2008 i vari processi di vinificazione dalla location storica, dove è nato il Museo, in un impianto più strutturato e più comodo logisticamente a poche centinaia di metri di distanza.
All’interno della sala degustazioni, ricavata al piano superiore dello stabile, possiamo assaggiare i tre Ruchè di Castagnole Monferrato prodotti da Ferraris Agricola, cominciando dal “Clasic”. Annata 2024, tappato con tappo a vite, si presenta come il “biglietto da visita” dell’azienda da venticinque anni, ottenuto da un blend di sette vigneti di Ruchè, vinificazione ed affinamento in solo acciaio. Vino che esprime sentori di rosa, violetta, pepe, spezie dolci, note di inchiostro, un tocco balsamico e mentolato, per un sorso fresco, di beva, dai toni sapidi e minerali, un tannino quasi impercettibile e una discreta persistenza.
Passiamo al “Vigna del Parroco” 2023, etichetta iconica e rappresentativa della storia di questo vitigno, la quale non porta il marchio Ferraris, con uve provenienti dalla vecchia vigna di Don Giacomo Cauda, vinificazione in acciaio e un affinamento del 20% in legno di tonneau per sei mesi. Un vino dai sentori di frutti rossi e neri al naso, più tenui e meno esplosivi del precedente vino, una maggiore nota speziata, con un tocco balsamico e un sorso che presenta una più importante trama tannica, più corpo, spalla acida, mantenendo una buona mineralità e sapidità, oltre ad una maggiore persistenza.
Infine, il vino dedicato a nonno Martino, Ruchè di Castagnole Monferrato Riserva 2021, prodotto dal 2007, con un affinamento di trentasei mesi in tonneau. Vino che si presenta con note più evolute, che fanno emergere anche tocchi di frutta sotto spirito, tabacco, lasciando in sottofondo il varietale. Prodotto in sole annate dove le uve di una vigna che era destinata ad essere estirpata hanno la giusta qualità, regala un sorso da vedere in prospettiva negli anni, che oggi è ancora fresco e giovane, con un tannino abbastanza marcato, una buona acidità e persistenza.
Dopo aver ringraziato Luca e Francesco, ci spostiamo un po’ più a nord, in direzione Grana Monferrato, dove sorge un’altra realtà fondamentale per la produzione del Ruchè di Castagnole Monferrato: Montalbera. Ci troviamo in un’azienda piuttosto giovane, fondata da Enrico Morando, un imprenditore proveniente da tutt’altro settore, appassionato da sempre del mondo del vino.
Dopo un grande restauro di una vecchia cascina, dove era presente qualche vigna circostante, oggi troviamo una realtà di centoquindici ettari in un unico corpo (di cui un buon 40% a Ruchè), cantina di lavorazione e quattro wine suites.
Dall’inizio delle vinificazioni negli anni Ottanta alle battaglie del figlio Franco Morando per ottenere la DOCG nel 2010, fino alla produzione di circa mezzo milione di bottiglie per anno, divise in circa una ventina di etichette.
Prima di assaggiare i vini Montalbera diamo uno sguardo alla cantina, dove troviamo un’area dedicata agli acciai e una grande barricaia, con, principalmente barrique, alcune tonneau e qualche botte grande. Qui si possono notare anche alcune anfore di terracotta toscane, dedicate ad un progetto di affinamento del Grignolino.
All’interno della sala degustazioni con vista sullo splendido panorama vitato circostante, cominciamo ad assaggiare i vini Montalbera, dal Ruchè “La Tradizione” 2024.
Vinificato ed affinato in solo acciaio si presenta con note fresche di rosa rossa, violetta, fragolone fresco, spunti erbacei, un leggero tocco balsamico e un sottofondo speziato. In bocca è immediato, di beva, con una discreta sapidità e mineralità, tannino delicato e una media persistenza.
Il secondo assaggio è di Ruchè “L’Accento” 2023, le cui uve per un 20% effettuano una sovramaturazione in pianta, mentre la vinificazione ed affinamento sono sempre in acciaio. Al naso è meno esplosivo, con una rosa più matura e una frutta rossa in confettura, oltre a far emergere una spezia più pungente. In bocca si mantiene di beva, anche se con un maggiore corpo, un tannino più marcato e una buona persistenza.
Concludiamo con la Riserva “Il Fondatore” 2022, il quale viene vinificato in acciaio ed affinato per dodici mesi in botte di rovere ovale e dodici mesi in bottiglia. Vino che si carica di frutti rossi più maturi, confettura, fragolone, ma anche note di vaniglia, tabacco, spezia dolce e un sottofondo balsamico. In bocca si carica il tannino e il corpo, con maggiore persistenza e sicuramente da riassaggiare dopo un ulteriore periodo di riposo in bottiglia.
Un viaggio nella storia del Ruchè di Castagnole Monferrato, grazie ai personaggi che hanno creduto in quest’uva, potendola far arrivare ai giorni nostri, per merito di aziende che come Ferraris e Montalbera hanno continuato questo percorso e lo stanno portando avanti al fine di rendere questa varietà e territorio noti a livello nazionale e globale.


