Un weekend alla scoperta della Barbera del Monferrato, passando per il Roccaverano DOP, la DOCG Ruchè di Castagnole Monferrato e una cena stellata targata Cannavacciuolo
07 – 10 Novembre 2025
Un fresco weekend di novembre ci porta in Piemonte assieme agli amici di AB Comunicazione, per approfondire le peculiarità del Monferrato, tra Barbera, Nizza, il formaggio Roccaverano DOP, la DOCG Ruchè di Castagnole Monferrato, passando per una cena stellata targata Antonino Cannavacciuolo.
Avventura che comincia in una cittadina di Asti che si sta preparando al Natale, nel cui centro è stata installata una tensostruttura che ha ospitato la seconda edizione del Barbera d’Asti Wine Festival, inaugurato dal vice-presidente del Consorzio. Si è parlato di Barbera come “unica regina del territorio”, ma anche di sostenibilità sia in vigna che in cantina promuovendo la lotta integrata, oltre alla sostenibilità economica per i produttori, ai quali, alla fine delle vinificazioni “rimane solo il raspo” e le bottiglie che devono essere vendute ad un prezzo corretto.
Il tema centrale dell’incontro è stato il rapporto del consumo del vino nel pubblico più giovane, un dibattito condotto assieme agli ospiti Stevie Kim e Antonino Cannavacciuolo, i quali hanno fatto emergere che il vino deve essere un bene accessibile e non deve ostentare in una sorta di ghettizzazione dedicata ad un pubblico di soli esperti. Bere vino (ovviamente con moderazione) dovrebbe tornare ad essere qualcosa di “cool”, con la consapevolezza che è comunque una bevanda alcolica.

Sicuramente le politiche nazionali ed internazionali si son messe di traverso al vino, boicottandone il consumo, ma, talvolta orientando anche il pubblico più giovane a bere miscelati o spirits, che sempre alcolici o superalcolici sono.
È necessaria una comunicazione più efficace e tangibile, che trasmetta la cultura del vino come bene che si interseca alla storia sia del nostro Paese sia del mondo. “Sarebbe il caso di insegnarlo a scuola”, come afferma chef Cannavacciuolo. Il vino è socialità, spensieratezza, voglia di celebrare, senza ostentare e deve essere sicuramente più accessibile, evitando rincari spesso esagerati e fuori luogo da chi lo propone al cliente finale.
Dopo qualche veloce assaggio, direzione Valleandona, frazione di Asti, dove un anno e mezzo fa è nato Le Cattedrali, ristorante stellato (dal 2025) all’interno del contesto di Le Cattedrali Relais, by Aqua Collections. Cena diretta dallo chef pluristellato Antonino Cannavacciuolo, sapientemente condotta dal giovane chef Gianluca Renzi e dalla sua brigata.
Un percorso che ha visto come protagonista un susseguirsi di piatti che hanno mescolato tradizione piemontese e qualche influenza di altre regioni italiane e non. Benvenuto dello chef con un trittico composto da: bao con fassona piemontese, finto grissino di sedano rapa e coda alla vaccinara, per continuare con gli antipasti di insalata russa con carota fermentata ed erbe dell’orto, composizione di funghi, ‘nduja e salsa olandese affumicata; il risotto riserva San Massimo mantecato in burro di nocciola, sedano rapa fermentato e robiola di Roccaverano; un secondo piatto a base di filetto di manzo con carote, topinambur, chips di verdure e fondo bruno.





Cena che non poteva non essere abbinata a vini locali, cominciando con un fresco Arneis, per poi passare ad una Barbera d’Asti e terminare con un Nizza.



Conclusione con un dolce a base di frutti rossi accompagnato da un Moscato d’Asti Passito.
D’obbligo uno sguardo alla cantina, paradiso per gli appassionati del mondo del vino, con circa duemila referenze, che spaziano dai migliori vini italiani, ai francesi e qualche influenza proveniente da diversi stati del mondo; un vero paese dei balocchi dove potersi divertire nella scelta di annate, formati e bottiglie che sicuramente non sono all’ordine del giorno.
Dopo una notte passata presso l’hotel Aja della Mirusina, a Cannelli, è la volta di Roccaverano dove Gaia e Matteo, rispettivamente responsabile della comunicazione e presidente del Consorzio, ci portano nel mondo della robiola Roccaverano DOP.
Ci troviamo in un paesino a sud di Asti, a ottocento metri sul mare, di sole trecento anime, a pochi passi dalla Liguria che si vede in lontananza, il quale regala un fascino del passato con le sue case di pietra, il piccolo centro storico con la chiesa del Bramante e la Torre del 1200.
Da qui prende il nome la Robiola di Roccaverano, diventata dal 2023 Roccaverano DOP. Diciassette produttori, sparsi su diciannove comuni tra Asti ed Alessandria, che producono circa cinquecento mila forme per anno, con un peso medio di due etti e mezzo tre, principalmente in tre versioni: fresca, dopo quattro giorni di riposo, stagionata, dall’undicesimo giorno e molto stagionata dopo alcuni mesi, dove arriva a pesare anche soli ottanta grammi.
La peculiarità di questo formaggio è che viene utilizzato il solo latte di capra (razza Roccaverano, Camosciata Alpina e loro incroci) lavorato a crudo, munto alla sera e addizionato del suo siero, fermentando naturalmente durante la notte. Il giorno seguente viene aggiunto il latte di una seconda mungitura e del caglio animale o vegetale. Il formaggio si sala da ambe le parti, con un lavoro di rotazione, che per tradizione era affidato alle donne, più delicate in questa operazione e poiché gli uomini erano impiegati principalmente nelle attività di pascolo e campagna.

Un’altra peculiarità della produzione del Roccaverano DOP è che i produttori devono possedere un sufficiente quantitativo di ettari per le capre al pascolo, dipendente dal numero di animali (un ettaro per dieci animali), la cui alimentazione deve provenire per un minimo dell’80% dalle zone di produzione, vietando mangimi OGM. Sono previsti alcuni affinamenti, con soli materiali di origine vegetale, tra cui foglie di fico, noce, ginepro, vinaccia.
Dopo la spiegazione e una capatina sulla Torre del 1200, non adatta per chi soffre di vertigini o claustrofobia, un assaggio delle tre versioni, all’interno delle vecchie scuole del paese, ormai dismesse.
La giornata continua nell’Azienda Agricola Traversa Wilma, la quale porta avanti la realtà di famiglia dal 2011, dopo la morte del padre, assieme alla mamma Caterina.
Tra galline, conigli, mucche e capre ha creato un ecosistema agrituristico, con cinque stanze e, a breve, tre appartamenti, dove poter riposare in tutta tranquillità e godere della cucina casalinga da lei proposta, con i prodotti dei suoi orti ed allevamenti.
Dopo aver recuperato le energie con un pranzo casalingo, tocchiamo con mano una realtà produttiva più strutturata, Cascina Adorno. Qui ci sono circa duecento tra capre e capretti nati da poco, oltre ad alcuni vitelli di razza piemontese.
Anche in questa azienda troviamo una struttura ricettiva con camere ed appartamenti, oltre ad un agriturismo che offre i prodotti locali, tra cui formaggi, vino, nocciole, carne ed insaccati.
Dopo aver degustato i formaggi nelle due tappe precedenti, deliziamo il palato con un gelato al fior di latte e uno alla nocciola, prodotti dalla famiglia, con il latte delle loro capre.
Una prima giornata tra le colline del Monferrato che si conclude con un po’ di relax in hotel per affrontare la giornata successiva alla scoperta di alcune cantine del territorio.
Prima tappa a Castagnole Monferrato nell’azienda Ferraris Agricola, dove, oltre alla realtà della famiglia Ferraris è presente il Museo del Ruchè, un luogo dove poter scoprire la tradizione di questa varietà che stava scomparendo, “portata in salvo” dall’ecclesiastico Don Giacomo Cauda. Qui è possibile fare un tuffo nella storia di questo vitigno, potendo assaggiare anche i frutti della sua interpretazione nelle differenti vinificazioni.
Un percorso che continua nell’azienda Montalbera, la più grande della denominazione con i suoi centoquindici ettari in un corpo unico. Ferraris e Montalbera coprono assieme più della metà della quantità produttiva del Ruchè di Castagnole Monferrato, su cui è stato scritto un articolo a parte (Leggi l’articolo dedicato).
Ricarica di energie al ristorante Osteria La Milonga di Agliano Terme, con un piatto tipico riassunto del territorio, dove i protagonisti sono vitello tonnato, insalata russa, tartare di fassona piemontese e peperone con salsa di acciughe e capperi, i quali hanno anticipato i classici plin al ragù fatto in casa.
Dopo un pranzo domenicale ritorno verso Canelli, precisamente a Castelnuovo Calcea, dove trova una delle sue sedi principali la Cantina Sociale Sei Castelli. Ad accoglierci il suo direttore ed enologo Enzo Gerbi, il quale racconta che questa realtà è nata nel 1959 e si compone oggi di ottocento ettari, duecentocinquanta soci e settantamila quintali di uva lavorata di media per anno, il tutto nei comuni di Agliano Terme, Castelnuovo Calcea, Moasca, San Marzano Oliveto, Calosso, Costigliole, Nizza Monferrato, Montegrosso d’Asti, Montaldo Scarampi e limitrofi.
Sono presenti tre stabilimenti, di cui quello dove ci troviamo è diventato nel 2022 il centro enoturistico e shop aziendale, riconvertendo quello che un tempo era il centro di pigiatura.
Una rinascita che non ha visto solo una rivalutazione delle strutture, ma un grande lavoro anche sul territorio del Monferrato, concentrato sulla rivalutazione di alcune vecchie piante di Barbera d’Asti, dando vita al progetto “Risveglio del Ceppo”. Un percorso che è cominciato nei primi anni duemila, con l’università di Torino, notando che si stavano sempre più le vecchie vigne di Barbera. Così si sono selezionate negli anni trentaquattro piante per poter analizzarne il comportamento e l’eventuale propagazione, di cui solo nove sono state piantate e quattro propagate per la creazione di nuovi ettari, dal 2017, dall’iniziale selezione.
La prima bottiglie di Barbera d’Asti DOCG “Risveglio del Ceppo” è stata della vendemmia 2022, seguita anche da una grappa, un Vermouth, Barbera Chinato e lo Spumante Metodo Martinotti Rosè (ottenuto con le uve diradate anticipatamente).
Il progetto è stato presentato nel 2025 e, oltre alla composizione musicale al pianoforte che è stata scritta dal pianista Christian Ravaglioli, si è creato un museo nell’area sotterranea nello stabile che racchiude alcune opere di Ezio Ferraris, artista locale che fin da piccolo ha raccolto vecchi ceppi di vigna delle forme più bizzarre, dandogli una seconda vita.
Non ci resta che assaggiare una delle quattromila bottiglie della prima annata, affinato in tre diversi contenitori, legno, acciaio e cemento.
Una Barbera d’Asti che si presenta con note di frutti di bosco, ciliegia, prugna matura, una leggera rosa essiccata, cioccolato, per un sorso dalla buona acidità, abbastanza fresco, minerale, sapido, con una leggera morbidezza, tannino rotondo e buona persistenza.
Dopo una carrellata di alcuni dei vini della Cantina, riprendiamo il nostro cammino per una cena assieme ad alcuni dei produttori del Monferrato, presso il ristorante Angolo del Beato.
Una serata di approfondimento sul territorio, a stretto contatto con chi lo conosce da anni e lo promuove tramite i vini che produce.
Sei aziende diverse tra cui Prediomagno, Mura Mura, Tenuta La Graziosa, Caldera Fabrizia, Cascina Castlet, Tenuta Santa Caterina, e i loro vini che spaziano dalla Barbera d’Asti, al Ruchè di Castagnole Monferrato, ma anche Nebbiolo e Chardonnay.
Un percorso che si è concluso lunedì mattina con banchi di assaggio, masterclass, cooking show per scoprire le molte sfumature della Barbera d’Asti DOCG e l’eccellenza vitivinicola del Monferrato.
Tre giorni intensi di approfondimento su un territorio che sta emergendo sempre più sia dal punto di vista enologico, ma anche enogastronomico, fatto di tante eccellenze, lavoratori umili e rinascita produttiva, senza aver nulla da invidiare a nessuna area più alla ribalta negli ultimi anni.


