Casa Setaro, alle pendici del Vesuvio per scoprire più a fondo questa cantina che produce vini con le varietà autoctone della zona
04 Settembre 2025
Una tappa intermedia, di ritorno dalla Sicilia ci porta in Campania, alle pendici del Vesuvio, precisamente in località Trecase, per scoprire un’azienda conosciuta da molto tempo, Casa Setaro.
Ad accoglierci Maria Grazia, responsabile commerciale e Jolanda Maria Irene, per gli amici più semplicemente Titti, che si occupa di marketing e comunicazione. Prima di scoprire l’ecosistema esterno di questa realtà ci sediamo nella nuova sala accoglienza, degustazioni e ristorante per approfondire la storia della famiglia Setaro.
Casa Setaro prende il nome da questa famiglia che è giunta oggi alla sua terza generazione di produttori di vino. Papà Vincenzo si è da sempre occupato di agricoltura ed in particolare viticoltura, allevando alcuni vigneti per il conferimento delle uve a cantine più grandi e per una piccola produzione artigianale, finalizzata all’autoconsumo o alla commercializzazione per una cerchia ristretta di persone. Una passione tramandata al figlio Massimo Setaro, il vero artefice di questo progetto molto più ampio e strutturato, che oggi coinvolge anche il figlio diciottenne Vincenzo.
La nascita ufficiale di questa azienda si può ricondurre al 2004, quando Massimo ha iniziato a guardare le vigne collocate tra le sue terre natali con una visione più ampia di come erano viste fino a quel momento, “produttrici di vini del contadino o di facile beva”. Oltre ai vigneti e alle varietà autoctone a piede franco, c’erano tutti gli ingredienti per ottenere vini di prestigio, essendo collocati strategicamente in un territorio posizionato di fronte al mare, giovando della sua brezza, ma anche protetto dalla grande montagna che è il Vesuvio, oltre alla fortuna di godere di una grande escursione termica e di avere un substrato vulcanico molto favorevole alla viticoltura.
Tutti ingredienti che sono grandi alleati al fine di arrivare a grandi risultati!
Così, Massimo si prefissò alcuni obiettivi, finalizzati a dare a questi vini, ottenuti dai suoi territori natali, la giusta collocazione in termini identitari e qualitativi. Uno dei primi è stato quello di battersi per offrire una giusta identità ed importanza al Caprettone, che per molti anni è stato confuso con la Coda di Volpe. Quest’uva è stata riconosciuta come singola varietà solo nel 2015, includendola nel disciplinare del Lacryma Christi bianco, anche al 100%.
Una seconda missione è stata quella di voler iniziare a creare un volto diverso per questa varietà, intraprendendo la strada della spumantizzazione del Caprettone, pur trovando molti pareri contrari e persone che gli diedero del folle. I primi imbottigliamenti furono qualcosa di sperimentale, dove si poteva trovare “qualcosa di buono”, ma perfezionando la tecnica e l’idea di spumantizzazione con Metodo Classico si sono, nel corso degli anni, ottenuti tre spumanti.
Una filosofia innovatrice e sperimentatrice che ha portato Massimo ad essere un pioniere della zona sud del Vesuvio, formandosi ufficialmente tra i banchi dell’università di agraria di Portici, ma trovando grandi soddisfazioni nelle numerose sperimentazioni che ha portato avanti nel corso degli anni per costruire un volto diverso ed innovativo all’interno della sua azienda. Il suo scopo, fin dal principio, è stato quello di valorizzare l’area in cui ha trovato i suoi natali producendo vini che fossero accessibili, comprensibili e alla portata di tutti, trovando anche un packaging e identità facilmente riconoscibili sul mercato.
Oggi, troviamo un’azienda che si compone di diciotto ettari vitati, tutti all’interno del parco nazionale del Vesuvio, sui suoli vulcanici e molto minerali che ha donato il vulcano. Oltre ai vigneti di Trecase, si possono trovare alcuni appezzamenti a Bosco del Monaco, Terzigno, Torre Annunziata situati ad un’altitudine compresa tra i duecento e i trecentocinquanta metri sul livello del mare. Le vigne a corpo sono quelle più antiche, con un’età di settanta/ottant’anni, eredità di papà Vincenzo, a piede franco, talvolta riprodotte per propaggine.
Casa Setaro sta completando la conversione al biologico, conducendo i propri vigneti con rame e zolfo, cercando di intervenire il meno possibile con i trattamenti, giovando anche della fortuna dell’ecosistema che li circonda.
Il terreno vulcanico è estremamente drenante e non permette ristagni di umidità, talvolta ricercata con la tecnica del sovescio; grazie all’influenza del vicino mare è presente una costante ventilazione e, non da meno, la grande escursione termica tra giorno e notte che agisce positivamente sulle vigne.
La cantina è ad una manciata di chilometri, costruita sotto all’abitazione di famiglia, all’interno della quale si gestisce tutto il processo di trasformazione ed affinamento delle uve.
Nel corso degli anni si è creata una struttura dedicata all’accoglienza e alle degustazioni, evoluta anche in ristorante dove poter godere di piatti tipici, accompagnati ai vini di Casa Setaro.
Anche i vecchi casolari sparsi tra i vigneti sono stati rivalutati, trasformandoli nell’albergo diffuso “Vigna delle Rose”, che conta una suite principale, nostro alloggio per la notte, e quattro camere matrimoniali con bagno ad un centinaio di metri, raggruppate in un’unica struttura, che comprende anche una piscina, da cui godere di una meravigliosa vista sia sui vigneti sia sul Vesuvio che svetta a pochi passi.
Parlando di produzione Casa Setaro si attesta sulle centomila bottiglie prodotte per anno, divise in dodici etichette, che andiamo ad assaggiare, ad eccezione della Falangina “Campanelle” e dell’Aglianico “Terramatta”.
Cominciamo con i tre spumanti Metodo Classico, che prendono il nome di “Pietrafumante”, di cui il primo è il Brut trenta mesi sui lieviti, 100% Caprettone, vendemmia 2022. Un vino che si presenta con un naso ricco di note agrumate, crosta di pane, uno spunto iodato e sentori di erbe aromatiche, timo, origano, erbe officinali. Al palato spicca la sua spalla acida, le note iodate tornano in bocca, per un’ottima sapidità, minerale, buona beva, molta freschezza e discreta persistenza.
Passiamo al rosè, sempre Brut, a base Piedirosso, con un riposo in bottiglia di trentasei mesi, presentato nel luglio del 2024 per la prima volta. Al naso regala note di fragolina di bosco, ciliegia, melone, mantenendo costante l’acidità in bocca, ma anche una buona sapidità, mineralità e persistenza, oltre ad una bollicina pungente ma fine.
La triade degli spumanti “Pietrafumante”, che portano in etichetta proprio la tipica pietra lavica del Vesuvio, si conclude con il Caprettone quarantotto mesi sui lieviti Extra Brut, il quale si presenta un po’ più pieno al naso, con note di frutta più matura, pasticceria, spunti erbacei, di fieno, sentori di frutta secca, nota ammandorlata, sottofondo tostato e fumè, sempre con un richiamo iodato. In bocca è sempre presente la costante dell’acidità, entra più cremoso, ricco, con una buona sapidità e mineralità e maggior persistenza.
Passando ai vini bianchi assaggiamo il Lacryma Christi DOC, della linea “Munazei” (che prende il nome dalle piccole casette utilizzate in passato come deposito attrezzi dai contadini), che rappresenta la produzione maggiore di Casa Setaro in termini numerici. Un Caprettone 100% annata 2024, ottenuto da sola vinificazione in acciaio, che sprigiona ottime note aromatiche, con profumi floreali, di gelsomino, rosa bianca, un tocco di zagara, ginestra, biancospino, pesca bianca, litchi e un sottofondo fumè. In bocca entra diretto e di beva, con una buona spalla acida, sapidità, mineralità, tocco iodato e discreta persistenza.
Questa linea porta in etichetta l’occhio di Orwell, tratto dal libro 1983, chiara metafora che rappresenta la bocca del vulcano vista dall’alto e lo stesso vulcano che svetta in alto e guarda costantemente tutto ciò che lo circonda.
Il secondo vino bianco è una sorta di Cru a base Caprettone per il 50%, Greco di Tufo 30% e 20% Fiano, con un riposo di due anni in acciaio. Il suo nome è “61.37”, un numero che identifica una ben precisa area dei vigneti di Casa Setaro, in una sorta di Contrada creata da una zonazione situata davanti a casa di Massimo a Bosco del Monaco. Vesuvio DOP 2021 questo vino regala note di frutta a pasta gialla, pesca matura, sentori erbacei e un fumè più importante. In bocca entra più morbido, pieno, ma comunque ben bilanciato dalle parti dure, con una buona acidità, sapidità, un tocco minerale e l’ammandorlato che si integra maggiormente, oltre ad una buona persistenza.
Un assaggio anche del rosato “Munazei” 2024, 100% Piedirosso che effettua una vinificazione in solo acciaio e al naso esprime sentori di melone, albicocca, ciliegia non molto matura, un tocco di origano e timo, per un palato sempre generoso in acidità, seppur inferiore ai precedenti, con una buona sapidità, abbastanza minerale, e una buona persistenza.
Prima di passare ai vini rossi un assaggio del Caprettone “Aryete” 2022 che effettua sei mesi di macerazione sulle bucce e un anno di affinamento in anfore di terracotta toscana, per poi sostare qualche mese in botti esauste per una ulteriore micro-ossigenazione. In questo vino si caricano i sentori, con una goccia d’oro matura, cedro maturo, limone caramellato, leggera zagara, miele d’acacia, leggera macchia mediterranea e un sottofondo fumè. Al palato entra comunque fresco e diretto, con una buona acidità, beva, buona sapidità, mineralità e persistenza. In etichetta un ariete stilizzato, chiaro richiamo al Caprettone.
Il mondo dei rossi si apre con il Lacryma Christi DOC 100% Piedirosso, annata 2024, che porta sempre il nome di “Munazei”, vinificato ed affinato in soli contenitori di acciaio. Al naso un tripudio di frutti rossi, ma anche ciliegia matura, lampone, fragolone, violetta e petali di rosa rossa, per un sorso pieno ma di beva, con una buona spalla acida, tannino che fa da cornice, discreta mineralità e sapidità, con una buona persistenza.
È il momento del Vesuvio DOC 2023 a base Piedirosso, il quale macera ed affina in anfore di terracotta toscana per dodici mesi. Un vino che si presenta con sentori più delicati, di piccoli frutti rossi, ma anche di violetta, petalo di rosa, per un inizio di note evolutive di sottobosco, un tocco terroso e di spezia dolce, tabacco dolce, pietra focaia. Al palato entra delicato, fresco, di beva, con una discreta sapidità e mineralità, tannino setoso, per una buona persistenza.
Concludiamo la gamma dei vini Casa Setaro con il Lacryma Christi Riserva “Don Vincenzo” 2020, ovviamente dedicato a papà Vincenzo. Uve Piedirosso al 70% e Piedirosso per il 30% che fermentano in acciaio e affinano in botte grande per circa ventiquattro mesi per poi affinare in bottiglia per qualche altro mese prima della sua commercializzazione. Al naso una macedonia di frutti rossi evoluti, con note di sotto spirito, sottobosco, spunto erbaceo, speziato, di inchiostro e un sottofondo balsamico, oltre a note incensate e di vaniglia. In bocca entra più morbido, sostenuto comunque dalle parti dure, tannino abbastanza delicato, discreta sapidità e buona mineralità, per un’abbondante persistenza.
Dopo una cena e un secondo appuntamento vesuviano non poteva mancare una rilassante notte nella suite ricavata da una vecchia abitazione contadina tra i vigneti, con alle spalle il Vesuvio e la vista sul mare, oltre alla chicca interna, una vasca che un tempo fungeva da pozzo, oggi trasformata in piscina interna.

Dopo un’abbondante colazione, un po’ di relax in piscina e un veloce pranzo, riprendiamo il nostro cammino, senza dimenticarci di consegnare la maglia numero 409 a Titti!



