Cantoneri, un’ultima tappa di una giornata a nord dell’Etna in compagnia di mamma Rosa e del figlio Alberto
03 Settembre 2025
Una tappa conclusiva di una ricca giornata a nord dell’Etna, presso l’azienda Cantoneri, a pochi passi dal centro di Solicchiata. Ad accoglierci mamma Rosa e il figlio Alberto, fresco di laurea in giurisprudenza e abilitazione alla professione di avvocato, pur avendo scelto di seguire il progetto della famiglia legato alla viticoltura e trasformazione delle uve.
Scavando nelle origini di questa famiglia scopriamo che tra le fila degli avi di mamma Rosa Ciancitto si contava un passato legato all’agricoltura, principalmente nella coltivazione degli agrumi a Paternò, sulla Piana di Catania e, in parte, alla coltivazione della vigna.
Origini che dal lato paterno hanno visto un’altra tipologia di strada, essendo nonno Antonino un magistrato, mentre papà Carmelo Assennato, dopo aver studiato anch’esso giurisprudenza, ha fondato il suo studio legale.
L’origine di Cantoneri possiamo identificarla nel 1996, grazie al richiamo delle origini legate alla campagna di Rosa, ma anche in una parte del DNA di Carmelo, che contano qualche avo legato a questo mondo. In quegli anni si è individuato un appezzamento di terra a nord dell’Etna, in cui sorgeva qualche vecchia vigna e alcune strutture, tra cui una storica cappella del sei/settecento e un vecchio palmento di inizi novecento, ancora in parte visibile, pur avendo subito negli anni diversi crolli.
La proprietà, di ventiquattro ettari, è stata una sorta di passatempo di famiglia per anni, da dove si ricavava qualche quintale di uva da vinificare nel garage di casa dell’amico Leonardo, senza alcuna esperienza e con lo scopo quasi sperimentale, anche se “il vino veniva abbastanza buono e pulito”.
Con l’incremento delle aziende sull’Etna e il suo conseguente boom mediatico e commerciale si presentò a bussare alla porta più di qualche acquirente, ma, ormai affezionati a quelle terre, non si valutò alcuna opzione di vendita.
Questa, in realtà, è stata una delle scintille che ha innescato l’inizio di una grande opera di ripristino di quelle terre, sistemando gli impianti vitati già presenti e creando nuovi impianti, principalmente con selezioni massali, a partire dal 2011.
I frutti delle vendemmie venivano conferiti ad aziende più grandi e strutturate della zona, le quali avevano già individuato che le uve prodotte in quell’area avevano un’ottima qualità.
Fatidico è stato l’incontro con l’agronomo Salvo Giuffrida, il quale confermò le peculiarità della produzione di quell’area e incentivò la famiglia a creare il proprio progetto di produzione di vino in bottiglia, lanciando le prime etichette sul mercato nel 2020. Salvo è stato ed è tutt’ora un consulente nel senso più profondo del termine, accompagnando l’azienda ad esprimere quella che è la loro interpretazione del territorio, dei vini e della filosofia che si vuole trasmettere sul mercato. I capisaldi di questo progetto sono stati, per l’appunto, individuati nella preservazione del territorio, nella pulizia dei vini, nell’immissione di questi sul mercato solo quando sono pronti e sulla volontà di produrre vini longevi nel tempo.
Oggi troviamo un corpo unico di undici ettari vitati, una rarità sull’Etna, essendo una zona dove i vigneti sono molto frammentati, tranne un unico ettaro separato da una stradina e un piccolo bosco, che possiamo definire una sorta di Clos. La conduzione dei vigneti è ufficialmente convenzionale, ma decisamente rispettosa dell’ambiente, con trattamenti sistemici solo in casi eccezionali (gli ultimi nel 2014 e 2023, di cui in quest’ultima annata si sono conferite tutte le uve, poiché non rispettavano i canoni di qualità Cantoneri), al fine di salvare la produzione dell’annata. Il rispetto per la natura è una costante, dal più piccolo insetto, ai ghiotti uccelli, che vengono cacciati tramite dei dissuasori audio posizionati nella tenuta. Non si usano diserbanti chimici e si gestisce il verde in maniera manuale o con piccoli trattori, mentre le concimazioni, se necessarie, sono a base di concimi di vacche francesi (consigliati dall’amico di Salvo, Carlo Ferrini).
In quest’area i terreni hanno una conformazione abbastanza uniforme, ma possono cambiare a seconda delle varie colate e delle stratificazioni che si sono create nel corso dei secoli. In alcune zone si trovano aree più ricche di pietre che possono essere di diversa colorazione, gialle, rosse, nere, a seconda dei materiali che contengono. Di media i substrati sono profondi e contano una parte sabbiosa molto importante, preziosa alleata per il drenaggio dell’acqua e conseguente sanità in vigna.
Oggi si vinifica in una cantina terza, ma c’è il progetto di costruire una cantina a corpo, con l’obiettivo di creare una struttura ipogea e camuffata nell’ecosistema di quest’area, volendo preservare il più possibile tale territorio, evitando strutture ad alto impatto esterno.
Il nome scelto a rappresentare il progetto di famiglia è stato Cantoneri, poiché, scavando nella storia della famiglia di Carmelo, originaria di Agira, si sono individuati alcuni proprietari terrieri nell’entroterra ennese, i quali erano soprannominati “Cantuneri”, contraddistinguendosi per essere molto alti per l’epoca, così da essere associati alle cantonate dei palazzi. Un nome che si è voluto italianizzare, utilizzato per rappresentare un nuovo progetto che trova le radici addirittura nella generazione dei quadrisavoli della famiglia Assennato.
Le bottiglie prodotte sono circa quindicimila per anno, continuando l’attività di conferimento a cantine terze, divise in tre diverse referenze, che prendono il nome di Tenuta della Dainara.
Un nome che richiama quello della vecchia proprietà, al fine di essere il più rappresentativo possibile di queste terre, vicino a Contrada dei Daini, un tempo riserva di caccia dei Normanni di Sicilia.
Il primo vino prodotto è stato il Carricante in purezza, che assaggiamo nella sua annata 2020. Vino che affina in solo acciaio sulle sue fecce fini per circa sei mesi, passati a otto dall’annata 2024, per poi riposare in bottiglia. I suoi sentori sono decisamente fruttati, con frutta a pasta gialla matura, nespola, agrume maturo, bergamotto, una nota di erbe aromatiche, salvia per un sorso delicato, dalla buona sapidità, fresco, ma comunque con una sorta di morbidezza e buona persistenza.
Il secondo vino prodotto è stato un orange, nato da una fissazione di mamma Rosa per i vitigni aromatici, nel ricordo di lei bambina a cui veniva portato dal marito notaio di una delle sorelle di mamma del Moscato di Noto, di cui era molto ghiotta e affascinata dai profumi che sprigionava. Così, durante il rifacimento degli impianti, ha voluto riservare qualche metro di vigna per un tripudio di varietà aromatiche, acquistando e mettendo a dimora Traminer, Moscato, Zibibbo, Malvasia, Lacrima di Morro d’Alba al fine di vedere come si comportassero sull’Etna. Visti i primi frutti e non avendo idea di come vinificare tali varietà, si decise di fare una prima sperimentazione di vinificazione nel 2016, con uve sovra mature e un colore del prodotto finale che tendeva all’ametista. Dopo il parziale insuccesso di questa annata, principalmente per il colore non classificabile nell’abituale scala colori dei vini, si decise come poter ottenere un vino pulito ed equilibrato, con un contatto sulle bucce, colore più classificabile e sentori maggiormente identitari. Così, si è individuata una formula di vinificazione che prevedeva tre mesi di macerazione in acciaio, diventati poi due, per poi passare ad un affinamento in barrique esauste di sei mesi e almeno sei mesi in bottiglia.
Di questo vino assaggiamo l’annata 2022, il quale ovviamente presenta un grande profilo aromatico, sebbene non troppo esplosivo, con note di miele di acacia, zagara, profumi agrumati, di agrume candito e albicocca surmatura. Al palato entra comunque fresco, sapido, con una buona spalla acida, beva, leggerissimo tannino, discreta persistenza e le note aromatiche che tornano, senza disturbare.
Nel 2016 sono iniziate le prove di vinificazione del primo Etna Rosso, presentato nella sua prima annata ufficiale nel 2020, con il blend 95% Nerello Mascalese e 5% Nerello Cappuccio; uve macerate in acciaio per poi fare un affinamento in tonneau da cinquecento e settecento litri di primo e secondo passaggio per il 40% della massa e il restante 60% in acciaio. Vino che esprime sentori di ciliegia matura, amarena, un inizio di sottobosco, spezie, noce moscata, ginepro, note balsamiche, di rabarbaro e un sottofondo fumè. Al palato mantiene una buona beva, con un tannino presente ma abbastanza delicato, buona acidità e mineralità e una buona persistenza.
Nel 2020 è stato prodotto anche un Cru “Bene di famiglia”, a base Nerello Mascalese affinato in legno di barrique, di diversi passaggi. Un vino che non ha convinto la famiglia a procedere perché l’annata non consentiva ancora di esprimere a pieno le peculiarità della particella centenaria. A breve uscirà in commercio la 2021, la quale presenta, pur in anteprima, un profilo e delle caratteristiche che soddisfano maggiormente gli standard di qualità Cantoneri.
Prima dei saluti, un tour in auto per toccare con mano tutta la proprietà e la maestosità di un corpo unico così grande, in controtendenza ai micro-appezzamenti che si è soliti trovare sul Vulcano.
I progetti sono a decine e quello più importante è sicuramente l’ampliamento dei vigneti nella parte superiore, creando nuovi impianti sia terrazzati che non. A tendere c’è la volontà di dare una nuova vita al vecchio palmento, pur essendoci diversi cavilli burocratici, oltre alla costruzione della cantina, ma il progetto più prossimo è quello di puntare sempre più sulla ricettività, creando eventi e momenti di degustazione sia interni alla sala già pronta all’uso, ma anche nella sua adiacente terrazza esterna e all’ombra dell’antica quercia che svetta tra le vigne.
Ne vedremo delle belle nel prossimo futuro di Cantoneri, ma intanto foto di rito con Alberto e Rosa e maglietta numero 408!


