Bruno Paillard, una prima visita di una nuova avventura in Champagne in compagnia di Alice Paillard a capo dell’azienda di famiglia
12 Febbraio 2026
Una nuova visita in Champagne, ormai diventata tradizione dopo la fiera Wine Pairs, ci porta a Reims, dove si trova la sede di una delle Maison famigliari più conosciute al mondo: Bruno Paillard.
Ad accoglierci Lea, che si occupa di marketing e comunicazione e Alice, figlia di Bruno e titolare dell’azienda di famiglia dal 2018.
Prima di scoprire la storia di questa azienda andiamo ad esplorare le principali aree produttive che, se non esclusivamente per operatori del settore, solitamente non sono aperte al pubblico, non riuscendo, ad oggi, a gestire visite e degustazioni. L’area di trasformazione o “cuverie”, si può definire semplice e molto tecnica, con un primo ambiente dedicato alle vasche in acciaio e alcune barrique per la fermentazione ed affinamento del Pinot Nero e Pinot Meunier, mentre in un secondo spazio si trovano le barrique dedicate allo Chardonnay e ulteriori vasche in acciaio.
Infine, in una terza area si trovano ancora botti in legno dello stesso formato dove sostano i vini di riserva; si utilizzano botti piccole di diversi passaggi, principalmente per mantenere separate le varie masse provenienti dai diversi appezzamenti. In questo spazio si può notare anche una grande serie di vasche in acciaio, dove è conservata la Réserve Perpétuelle, al cui interno sostano vini dal 1985, in seguito alla disastrosa annata precedente, 1984, anno in cui non si è prodotta alcuna bottiglia.
Le uve vengono portate in cantina in cassetta per essere pressate, grazie alle due presse disposte nella parte esterna, così da estrarre esclusivamente il mosto fiore da far fermentare in acciaio o direttamente in legno, dove generalmente si svolge anche la fermentazione malolattica. Piccola curiosità: fin dalle prime vinificazioni una parte delle fermentazioni, circa un 20/50% della massa venivano svolte in legno, dipendentemente dalle cuvée.
Continuando il tema dello stile delle vinificazioni di Bruno Paillard, si può affermare che già dall’inizio della produzione si è voluto produrre vini che potessero riflettere la zona di provenienza delle uve, con il minimo comune denominatore del substrato gessoso, lasciando le bottiglie a riposo per un tempo più prolungato della media sui lieviti e portando avanti la filosofia dei bassi dosaggi, oggi molto popolari, ma non proprio all’ordine del giorno degli anni Ottanta.
Oltre alle aree dedicate alle vinificazioni sono presenti anche gli spazi per il riposo sui lieviti, la messa in punta delle bottiglie, tramite giropalette (tranne per i grandi formati), gli strumenti per il tiraggio, che si effettua tendenzialmente tra maggio e giugno e la sboccatura e un grande magazzino che contiene più di un milione e mezzo di bottiglie, considerando il lungo affinamento. I vini Paillard sono venduti almeno sei mesi dopo essere stati degorgiati.
Raggiunta la sala degustazioni al piano superiore, adiacente agli uffici della Maison, ci addentriamo nella storia di questa azienda, assieme ad Alice Paillard. Una storia famigliare che si può far cominciare nel diciannovesimo secolo con la generazione del bisnonno di Alice, il quale aveva otto figli, di cui suo nonno non era il primogenito; pertanto, non era destinato a ricevere la parte principale dell’eredità, che a quei tempi comprendeva anche un appezzamento vitato. Nonno Remì si è comunque appassionato a questo settore in crescita, iniziando a lavorare come “Courtier”, quello che oggi identifichiamo come “mediatore”, un professionista che si può definire come intermediario tra i viticoltori e i Négociant o le Maison che produce il vino a partire dall’uva acquistata, con il ruolo di selezionatore di uve da vinificare, mosti da far fermentare, vini base da imbottigliare, sia per sé stesso, ma soprattutto per i principali produttori che non avevano le masse sufficienti per scalare la propria produzione.
Grazie agli insegnamenti del padre, Bruno intraprese la stessa strada e professione, creandosi un nome e una posizione di rilievo nell’area della Champagne, oltre ad acquisire una grande conoscenza su quelle che erano le zone più vocate di queste terre.
Dopo alcuni anni, durante i quali uve, mosti e vino, venivano venduti ad aziende terze, il desiderio era quello di voler creare una Maison che potesse rappresentare la propria filosofia e personalità, con le proprie uve e una cantina di trasformazione. Così, grazie alle sue numerose conoscenze, Bruno iniziò ad individuare ed acquistare alcuni appezzamenti vitati, che per lui rappresentavano territori vocati per la produzione di Champagne di qualità. Uno dei punti chiavi per l’acquisto dei vigneti è stato quello di concentrarsi in alcune aree della zona nord della Champagne dove a farla da padrone nel substrato c’è il gesso.
Questo percorso, cominciato nel 1981, con le vinificazioni iniziali di uve acquistate, ha dato i suoi frutti tredici anni dopo, nel 1994, anno in cui si è acquistata la prima parcella a Oger.
Oggi l’azienda Bruno Paillard è capitanata da Alice che, dal 2007, ha iniziato il suo lavoro, partendo dalla vigna, in seguito ad un master tenuto a Digione, che comprendeva anche gli studi in viticoltura ed enologia. Parlando proprio di vigna, l’azienda conta venticinque ettari vitati nell’arco di circa venti chilometri da Epernay, divisi in ottantanove parcelle, di cui quattordici si trovano nei Grand Cru, estendendosi, oltre a Mesnil Sur Oger, nei comuni di Cramant, Avize, Vertus, Verzenay, Verzy, Bouzy, Hautevillers, Cumieres, Damery e Venteuil. Solo un vigneto è in Cote de Bar, precisamente a Les Riceys, con uve che vengono trasformate direttamente in loco. Questi ricoprono circa il 55% del fabbisogno in termini di produzione delle uve dell’azienda, per poi affidarsi a conferitori storici, basati sugli stessi territori, che forniscono la restante parte per compensare la produzione di bottiglie di Champagne.
Quanto si fa in vigna è il frutto di un lavoro di analisi dei suoli, che viene svolto nelle varie particelle, per poter analizzare al meglio il substrato e la sua vitalità, con lo scopo di arricchire l’ecosistema dove le vigne affondano le proprie radici, che devono essere spinte in profondità per godere della materia gessosa che regala questo territorio. L’azienda è certificata “HVE” (Haute Valeur Environnementale) di valore tre, che è il massimo della scala e lavora evitando, ove possibile, di utilizzare il rame, che impatta in maniera dannosa nel suolo, con il passare degli anni, senza l’utilizzo di concimi chimici, pesticidi o insetticidi. Dato il numero importante di appezzamenti, la piovosità di quest’area e l’accumulo di umidità, si è preferito, per ora, non passare alla conversione al biologico.
Tendenzialmente si cerca di lavorare il terreno tra una vigna e l’altra, mentre, per quanto riguarda l’interfila dipende molto dalle varie zone, puntando ad avere una coltre di erba naturale e, se necessario, seminata. Grazie ai diversi studi portati avanti negli anni e ancora in corso, data la numerosità degli appezzamenti, si è stabilito una sorta di programma su misura per le diverse aree, che viene applicato dalla responsabile dei vigneti Claire, anche a seconda delle interpretazioni delle varie annate, non essendoci una ricetta fissa.
Tornando a parlare di bottiglie, la produzione media di Bruno Paillard è di circa trecentocinquantamila per anno, concentrandosi su vini senza millesimo al cui interno si trova circa un terzo di vini di riserva, oltre ai millesimati, solo nelle annate migliori, quando la natura lo permette.
Tra una chiacchiera e l’altra andiamo ad approfondire i vini prodotti con qualche assaggio, che comincia con il Blanc de Blanc Grand Cru 100% Chardonnay, sboccatura 2024, dopo un riposo di quattro anni sui lieviti. La data di sboccatura è un’informazione che l’azienda, fin dalle prime bottiglie prodotte, ha voluto indicare nella retro-etichetta, dimostrandosi una delle prime a mettere per iscritto questa informazione. Un ingresso nel mondo dei vini di Bruno Paillard con note agrumate, di pompelmo, tocco gessoso, note di pasticceria, per un sorso ben integrato, pieno, senza picchi di note dure e con una discreta persistenza.
Passiamo al 100% Pinot Nero, con il Blanc de Noir Grand Cru, con una base del 2019 e sboccatura dopo quasi cinque anni sui lieviti. Un vino dai sentori di pompelmo rosa, pepe rosa, sanguinella, piccoli frutti rossi, una nota mentolata ed erbe aromatiche. Un vino che presenta più acidità, freschezza, dritto al palato con note minerali abbastanza sapide e una discreta persistenza.
Lo Chardonnay e il Pinot Nero passano in secondo piano, mescolati ad un 50% di Pinot Meunier nel “Dosage Zero” sboccatura 2024, dopo tre anni sui lieviti, prodotto dal 2014, che in questo caso presenta un 50% di vini di riserva di annate selezionate. Vino che regala note di frutta matura, gelsomino, un tocco di confetto, spezia, leggera nota di frutta a guscio e un sottofondo balsamico, che torna in bocca, dove entra con una buona acidità, sapidità e mineralità, per una buona verticalità e discreta persistenza.
La sintesi tra le tre uve è rappresentata da un 45% di Pinot Nero, 33% di Chardonnay e 22% di Meunier, per il vino forse più conosciuto della Maison, il Premiére Cuvée Extra Brut, sboccato nel 2025, dopo tre anni di sosta sui lieviti, avendo un vino base del 2021, annata che si ricorda come una delle più brutte dopo la 2017, ma al cui interno sono presenti un 33% di vini della riserva perpetua che si è cominciata nel 1985. Un ottimo contrasto tra frutta matura, fiori gialli, piccoli frutti rossi, note di miele, un tocco balsamico, di mentuccia ma anche sentori di gesso, per un sorso integrato, largo, con una discreta persistenza e grande beva.
Della stessa etichetta ed assemblaggio si ottiene la “Cuvée 72”, che dopo il riposo di trentasei mesi sui lieviti viene proposta sul mercato con altri trentasei mesi di sosta in magazzino, così da poter offrire al cliente finale un’esperienza di un maggiore affinamento che, come afferma Alice, “se si ha il tempo e la volontà di aspettare, si può fare anche a casa propria”. Un vino sboccato nel giugno del 2021 che arriva ai giorni nostri con note più evolute, di frutta più matura, candita, sentori iodati, ma anche di miele e un tocco di burro, per un sorso che mantiene la sua freschezza, discreta acidità, note abbastanza sapide e minerali come nel precedente e una buona persistenza.
Continuiamo la degustazione con un millesimo, in questo caso 2015, assemblaggio di 60% Pinot Nero e 40% Chardonnay. Per questo vino viene ingaggiato un artista, che può essere francese o internazionale, chiamato ad interpretare in un quadro sia il vino stesso, ma anche l’annata e quello che si vuole comunicare al cliente finale. All’ingresso dell’azienda si possono vedere le opere che hanno vestito le ventinove edizioni di questa bottiglia. Nel suo millesimo 2015 il dipinto scelto è stato “Elan”, dell’artista Gérard Titus-Carmel.
Un vino dal tocco balsamico, con note di mentuccia ma anche agrume maturo, frutta secca e leggero confetto, per un sorso dove ritorna la frutta a guscio, con una buona acidità, beva, freschezza e discreta persistenza.
Non potevamo non concludere con la punta di diamante dell’azienda, il “N.P.U.”, Nec Plus Ultra Extra Brut, del millesimo 2009, la nona volta che è stato prodotto questo vino (la prima è stata nel 1990), dall’inizio della produzione Bruno Paillard. 50% Pinot Nero e 50% Chardonnay, bottiglia numero 3688 di 4800, con vini base che fermentano e affinano in legno, sboccatura novembre 2022. Un vino che regala note complesse, ricco al naso dove si presenta con sentori cremosi, di frutta secca, note burrose, di spezia, mallo di noce, ma anche ostrica, erbe officinali, mentuccia, per un sorso comunque fresco, ben equilibrato, ricco di acidità, sostenuta da un ottimo corpo, trama sapida, minerale e buona persistenza.
Un ringraziamento ad Alice per averci aperto le porte della sua azienda, che si può dimostrare un grande caso di successo di un Négociant diventato produttore di vini di qualità.


