Marchesi di Ravarino, con papà Angelo e il figlio Nicola, per scoprire una realtà famigliare che sorge in un’area che un tempo era un antico accampamento romano
20 Febbraio 2026
Un weekend emiliano che comincia in località Modena, più precisamente a Ravarino, a nord-ovest del capoluogo di Regione, dove ha affondato le sue radici l’azienda Marchesi di Ravarino.
Ad accoglierci Angelo e Nicola, papà e figlio, oltre al gattino adottivo Filippo, con cui andiamo a scoprire la storia di questa piccola realtà famigliare, cominciando proprio dal luogo dove si è insediata.
Ci troviamo in un’area che un tempo fungeva da accampamento romano, creato come uno dei punti di sosta strategica dell’impero attorno al primo secolo avanti Cristo. Pur essendo passati più di due millenni, si può ben vedere la sua conformazione a pianta quadrata, di quattrocento per quattrocento metri, che un tempo prevedeva ai suoi margini un fossato largo quindici metri e profondo cinque, scavato per difesa e, con la terra accumulata, si creava una sorta di ulteriore barriera naturale. A completamento dell’apparato difensivo, ai quattro angoli venivano poste delle sopraelevazioni con postazioni di guardia.
Dopo i fasti dell’epoca romana e gli ultimi secoli in cui questo luogo e abitazione erano il fulcro di un’attività contadina, il tutto è stato lentamente abbandonato. Circa sessant’anni fa uno storico locale ha svolto diversi studi in questa zona, facendola entrare nella tutela dei beni archeologici. Qualche anno più tardi comincia la storia che lega Angelo a questo luogo, essendo la sua casa d’origine a circa cinquecento metri di distanza e frequentando questa campagna incontaminata come luogo di giochi e avventure con gli amici.
Con il passare degli anni la casa padronale era diventata un rudere e la natura stava prendendo il sopravvento finché Angelo, nel 2009, decise di comprare quei terreni che gli riportavano in mente la sua giovinezza, a cui era molto affezionato. Il vecchio proprietario lasciò in eredità anche una serie di scritture che raccontavano la storia di questo luogo, una fra tutte quella dove si testimoniava che, attorno al quindicesimo secolo, il duca di Modena aveva un’attenzione particolare per queste terre e si oppose di venderle, poiché veniva prodotto un vino molto buono e superiore in termini qualitativi.
Da tale testimonianza è emersa la volontà di iniziare l’avventura nel mondo del vino, pur occupandosi di tutt’altro nella vita, possedendo un’azienda nel settore della ceramica.
Nello stesso anno dell’acquisto sono state messe a dimora le prime barbatelle e qualche anno più tardi si cominciarono a vendere le uve a cantine terze private, essendo un periodo in cui venivano ancora pagate una cifra ragionevole.
Con il passare degli anni, purtroppo, l’uva ha perso sempre di più il suo valore così da far decidere alla famiglia di iniziare la produzione e commercializzazione dei propri vini.
Passo dopo passo la casa padronale è tornata ad essere il centro delle attività, grazie ad un grande restauro che ha voluto riprendere l’aspetto dell’epoca, senza farsi mancare le modernità dei nostri giorni. Qui è stata creata anche la cantina, in cui la prima vendemmia che si è trasformata è stata nel 2017.
Oltre ad Angelo, si è unito al progetto anche il figlio Nicola, che ha studiato Viticoltura ed Enologia presso l’università di Bologna, nella sede di Cesena, dedicandosi, oltre alla vigna, alle trasformazioni delle uve. Nel frattempo, l’azienda principale di famiglia è stata venduta, per dedicarsi al progetto agricolo che oggi vede cento ettari di terreni, disposti nell’arco di quattro/cinque chilometri, in cui si trovano quindici ettari vitati e sessanta di alberi di susine, creando l’impianto a conduzione biologica più grande d’Europa, con frutti che vengono fatti essiccare e messi in vendita in maniera repentina, dimostrandosi così una filiera molto corta.
Fin da subito, Marchesi di Ravarino ha iniziato a lavorare in biologico, utilizzando solo rame e zolfo, con la filosofia di produrre uve di qualità in un territorio dove la qualità è scarsamente presa in considerazione. Dando uno sguardo alle vigne esterne si può notare la conformazione di questo luogo che ha mantenuto una pianta uguale a quella di epoca romana, dove nel substrato è presente una grande quantità di argilla, soprattutto nelle parti più basse e un terreno a medio impasto in quelle più alte. Questo incide molto anche sulla vigoria delle piante, che, a distanza di venti metri, sono più rigogliose nelle parti più alte, di quelle che trovano dimora nella zona inferiore.
Parlando di varietà, troviamo il Lambrusco di Sorbara e il Lambrusco Salamino a farle da padrone, piantate a filari alterni, tre file di Sorbara e due di Salamino, poiché il primo ha bisogno del secondo per l’impollinazione. Oltre ai due Lambruschi sono piantate anche il Grechetto Gentile, o Pignoletto e un ettaro di Trebbiano di Spagna, che si dimostra essere forse la varietà più autoctona di questa zona, essendo stata identificata nel quindicesimo secolo in un podere di Modena, in via Spagna, e selezionata come uva che ha dato vita all’Aceto Balsamico di Modena.
Da sottolineare che le lavorazioni di Marchesi di Ravarino puntano ad ottenere rese tendenzialmente basse, con una media che è inferiore al 50% di quella consentita dal disciplinare.
Spostandoci in cantina, il regno di Nicola, troviamo vasche esclusivamente in acciaio, da venticinque e cinquanta ettolitri, dove avvengono le fermentazioni con lieviti selezionati neutri, ad una temperatura controllata di circa sedici/diciassette gradi. Poiché l’azienda produce principalmente vini con Metodo Ancestrale, quando mancano circa quindici grammi di residuo per completare la fermentazione alcolica, questa viene bloccata, per mettere il vino in bottiglia solitamente ad aprile, così da riprendere il processo nella primavera successiva alla vendemmia.
Questo vuole richiamare quello che un tempo era in concetto tradizionale, ovvero dei vini che sviluppavano una bollicina naturale in bottiglia, pur essendo il frutto di uve vendemmiate più tardi, quando già le temperature si abbassavano, e una rifermentazione che ovviamente si avviava con l’avvento dei primi caldi.
In cantina è presente anche un tonneau, dove riposa una riserva perpetua di Lambrusco di Sorbara, custodita dalla vendemmia 2023 ed utilizzata per un terzo nel blend dell’unico Metodo Classico prodotto.
Prima di assaggiare, i vini è necessario un piccolo focus sul nome di questa realtà, essendo il cognome di famiglia Marchesi e la provenienza dal paese di Ravarino. Così, con una sorta di gioco di parole e alcun titolo nobiliare, si è scelto il nome Marchesi di Ravarino.
La produzione si attesta sulle trentamila bottiglie per anno, divise in sei etichette, tutte ottenute con Metodo Ancestrale, ad eccezione di un Metodo Classico, di cui ne vengono prodotte, dalla vendemmia 2020, circa cinquecento magnum.
Il primo vino Marchesi di Ravarino è il “Baby Magnum”, con uve Lambrusco di Sorbara, un nome emblematico poiché l’idea iniziale era quella di produrre solo vini in formato magnum, anche se non consentito dalla DOC Lambrusco di Sorbara (modificato proprio grazie all’azienda e alla necessità di Angelo). Un’idea che negli anni è stata modificata, dedicandosi alla produzione del formato 0,75, che di conseguenza ha visto battezzare questo vino con il nome “Baby Magnum”.
Una seconda etichetta è il “Vigna Vecchia”, ottenuto da uve provenienti da una vigna di settant’anni adottata dalla moglie di un anziano del posto, venuto a mancare. Questo vigneto era l’orgoglio del suo custode e la moglie, dopo la sua scomparsa, non ha mai toccato la vecchia Bellussera che conta oggi sei varietà diverse.
Troviamo poi “Stile Antico”, 80% di Lambrusco Salamino e 20% di Sorbara; il Trebbiano di Spagna in purezza “Tribolo“, millecinquecento bottiglie per anno con l’etichetta scritta a mano, così “si tribola fino in fondo”.
Infine il “Ravarein”, con uve 60% Pignoletto, 30% Trebbiano di Spagna e 10% di Lambrusco di Sorbara e l’unico Metodo Classico, che viene sboccato dopo quaranta mesi di sosta sui lieviti, “Castelcrescente”, un Blanc de Noirs con uve Lambrusco di Sorbara.
Piccola parentesi, nel 2021 si è pensato di creare una sorta di edizione limitata inserendo una bottiglia con un’etichetta d’artista nei cartoni da sei bottiglie. Dato che i disegni piacevano molto fino al punto che i clienti apprezzavano maggiormente i vini contenuti in quelle bottiglie, si è pensato di cambiare quasi tutte le etichette dei vini Marchesi di Ravarino, con i disegni eseguiti da un’artista modenese. Per esempio, un disegno che raffigura il dialogo per “Stile Antico”, le tre dita per il “Ravarein”, essendoci tutte e tre le varietà di Lambrusco, mentre l’ermafrodita Per il “Baby Magnum”.
Un breve estratto della descrizione dell’etichetta del “Baby Magnum”: “Nulla viene aggiunto, nulla viene corretto, gli si permette di essere così com’è, nel bene e nel male, di mostrare tutte le sue qualità e di apprezzare persino le sue imperfezioni. Non viene edulcorato in alcun modo ma servito schietto, come natura l’ha fatto. Ecco perché l’ermafrodita ed ecco perché la sua nudità”.
Dopo aver scoperto le varie referenze, andiamo ad assaggiarle assieme a Nicola, senza farci mancare qualche fetta di salame locale, affinato in azienda. Cominciamo con il confronto tra due “Baby Magnum”, la 2024 e la 2021. Il primo vino, frutto di un’annata molto piovosa, si presenta con note di mela rossa matura, pera, arancia rossa e un tocco di pasticceria, per un sorso tagliente, ricco in acidità, buona sapidità, tocco minerale e abbastanza persistente. La 2021 regala sentori di fragolina, un tocco delicato di confetto, ma anche erbe officinali, note balsamiche di mentuccia selvatica, per un sorso che mantiene freschezza, con un’acidità più integrata, costanti note sapide, abbastanza minerale e persistente.
Proseguiamo con il “Vigna Vecchia” 2024, le cui uve sostano per una notte sulle bucce in pressa così da regalare un colore vivido e brillante, oltre ad un profumo di frutti rossi, tra cui lampone, melograno, fragolone e un sorso con un’acidità che si allarga ai lati del palato, un tocco sapido e minerale, leggera trama tannica e discreta persistenza.
Concludiamo con il “Ravarein” 2024, che regala note di ananas, pompelmo, buccia di limone, goccia d’oro e un leggero sottofondo erbaceo, per un sorso dritto, fresco, di beva, con una buona acidità, costante sapidità e discreta persistenza.
Un ringraziamento alla famiglia Marchesi e scambio di maglie Marchesi di Ravarino e la numero 447 di Winetelling per Nicola!



