Barone a Prato, tra storia e attualità nella piccola azienda cembrana, nota anche per essere la prima in Trentino ad aver prodotto il Pinot Nero
17 Ottobre 2021
Un tuffo nella storia, assieme a Paolo Barone a Prato ultima generazione dell’azienda di famiglia Barone a Prato di Segonzano nella Val di Cembra.
Paolo solitamente non fa vedere la cantina di vinificazione, perché “è uguale a tutte le altre e non ha molto fascino”. Le parti più affascinanti di questa piccola realtà sono le sale che conducono alla stanza adibita alle degustazioni, ornate da strumenti dell’epoca legati all’agricoltura e alle lavorazioni vitivinicole.
La sala degustazioni è stata ricavata recentemente, nel 2019, e, durante i lavori del restauro di questo ambiente, che era inutilizzato, sono state ritrovate delle preziose bottiglie, risalenti agli anni ’50, ma di questo ne parlerò tra poco.
Il benvenuto è con un calice di Chardonnay 2020, un vino che per volere di Paolo si vuole distinguere dalle altre interpretazioni di questo internazionale. La vinificazione di queste uve è stata ripresa solo tre anni fa, poiché fu negli anni abbandonata a causa del lavoro infinito che si svolgeva, tra affinamenti e tempi di attesa, per poi ottenere un vino poco affine al mercato di riferimento. Una nuova interpretazione di Chardonnay, riconoscibile a tutti con la sua semplicità, non pervasa da affinamenti in legno, ma con un processo di vinificazione che vede solo l’acciaio come protagonista. Vino che vuole essere di facile beva, invitante, che possa accompagnare i suoi consumatori dall’aperitivo a tutto il pasto.
Assaggiandolo si trovano tutte queste caratteristiche, con sentori tenui al naso che richiamano la mela, pera, note agrumate e i fiori bianchi. In bocca è fresco, semplice ma elegante, con una buona mineralità e discreta persistenza.
Il suo nome è “Sol”, richiamando la vallata da cui arriva l’uva con cui è prodotto, un luogo baciato dal sole e contornato da alcune piante di girasoli, fiori richiamati anche dal simbolo disegnato in etichetta.
L’azienda nasce nel diciannovesimo secolo e oggi ci troviamo davanti alla quarta generazione.
I terreni vitati dell’azienda sono dislocati in due diverse zone, entrambe baciate dall’ora del Garda: un ettaro e mezzo (più duemila metri di recente impianto) nei pressi del Castello di Segonzano, mentre altri tre ettari e mezzo nella piccola frazione di Parlo. I sottosuoli sono quasi uguali, ricchi di porfido, nel primo è presente un po’ più di acqua, mentre in secondo è più “magro” e sabbioso.
La conduzione dei vigneti rispetta da almeno quindici anni le caratteristiche del biologico, pur non essendo certificati. Essendo Paolo il primo consumatore del proprio vino tiene a precisare che la sua volontà non è quella di avvelenarsi con la chimica, ma dall’altro lato non è un tema di cui vuole farsi vanto, puntando più sul comunicare il territorio dove viene coltivata l’uva.
Le bottiglie prodotte sono circa sei/otto mila per anno, destinando parte dell’uva alla vendita diretta.
Il secondo assaggio dell’azienda Barone a Prato è sempre di un vino bianco, questa volta Gewürztraminer 2020, iniziato a produrre anch’esso tre anni fa. In etichetta spicca lo stemma di famiglia composto dal “Segone di Segonzano” e la Colomba con un ramo d’ulivo, per concessione dell’imperatore Massimiliano I d’Asburgo per meriti diplomatici nella pace raggiunta alla guerra di Svizzera.
Il nome “Lu.Lu” riprende le iniziali dei nomi dei figli di Paolo, Lucrezia e Ludovico, mentre il numero 559 che lo precede, indica i metri dov’è posizionato il Castello di Segonzano e il vigneto dove si coltiva questa varietà.
Al naso spiccano i sentori di rosa, gelsomino, leggero fiore dell’arancio, frutta bianca, pesca, con un sottofondo speziato, di pepe bianco; mentre in bocca entra teso e verticale con una buona mineralità, sapido e non invadente, lasciando un palato pulito in un finale abbastanza persistente. Un Gewürztraminer che rispecchia il territorio, senza stancare sia il naso sia nel sorso, forse un po’ insolito rispetto ai più “piacioni” e apprezzato anche dai non amanti della varietà.
Le vinificazioni seguono processi semplici, con fermentazioni spontanee per i vini rossi e attraverso lieviti selezionati per i bianchi, i quali affinano solo in contenitori d’acciaio.

Per tuffarci nella storia di Barone a Prato è necessario un calice di Pinot Nero, in questo caso annata 2016, che per volere di Paolo ha svolto una vinificazione ed affinamento, per la prima volta, in solo acciaio. Per anni il legno è stato considerato come fondamentale, ma al momento di affinare il vino in barrique e tonneau è stato deciso di lasciarlo in acciaio per tre anni, nei quali sono stati effettuati sono tre travasi, nessuna filtrazione e nessuna chiarifica.
Documentazioni scritte e tramandate dai suoi parenti identificano l’azienda come la prima ad aver prodotto il Pinot Nero in Trentino, nell’annata 1885. Una storia che è cominciata grazie al trisnonno di Paolo, uno dei primi enologi in Trentino, il quale ha studiato tra Francia, Svizzera e Austria, diventando anche il consigliere del re di Spagna per quanto riguarda i processi agricoli. Attività proseguita dal bisnonno, un tecnico e studioso che ha investito in aziende sia in Trentino sia a Bologna, commercializzando uve e vino sfuso. Il nonno, chimico, ha mantenuto l’attività per passione, facendosi convincere nel 1932 dall’allora ex direttore dell’istituto di San Michele a piantare del Müller Thurgau. Un vigneto durato ben poco, a causa della zona poco vocata dove era stato creato l’impianto, prontamente espiantato alla morte dell’amico, nel 1945. Il padre di Paolo ha iniziato i primi imbottigliamenti, fino ad arrivare agli anni ’90 con l’ingresso dell’ultima generazione che inizialmente voleva portare un impatto tecnologico ed innovativo, per poi focalizzarsi nel concentrare le energie ed i lavori in vigna, lasciando i processi di cantina sempre più spontanei.
Un Pinot Nero che presenta note fresche di ciliegia, lampone, violetta, note di tabacco fresco, per un palato dettato dalla buona acidità, minerale, con un tannino delicato e una nota amaricante in chiusura.
Vino che può restare in bottiglia per anni, come testimoniano le bottiglie del 1954 trovate nei lavori di restauro della cantina sotterranea, adibita a sala degustazioni.
Uno stock di cinquecento bottiglie prodotte da Silvio a Prato (papà di Paolo), di cui una cinquantina ne sono state stappate, ritappate ed etichettate, un’operazione avvenuta per la quarta volta in Italia. Queste non sono in vendita, ma andranno a breve quotate e vendute all’asta.
L’azienda Barone a Prato ha sicuramente delle origini legate alla tradizione, ma anche uno spunto verso il futuro, con progetti ed iniziative per portare sempre più le persone in cantina, nella quale si effettua la percentuale più importante di vendita della produzione.
Interessante mettere in evidenza il “pic-nic del Barone”, che viene consegnato in un cestino termico con pane, salumi e formaggi locali, una bottiglia di vino da scegliere in cantina e coperta impermeabile; oltre a ogni attrezzatura necessaria. Si può poi consumare in vigna al Castello di Segonzano con vista sul vigneto della cantina e zero rifiuti.
Ci sono anche le versioni Vegetariano e Gluten Free!
Una curiosità è che la famiglia a Prato non ha nulla a che vedere con la Toscana, ma le origini sono milanesi ed è proprio qui che avviene un’altra buona parte dei consumi delle bottiglie prodotte.
In attesa di poter stappare una delle bottiglie del 1954, maglietta numero 94 per Paolo.


