Barraco, una trasferta non prevista, senza saltare una tappa così importante per il territorio di Marsala e del suo areale
19 Luglio 2025
Una nuova avventura nel marsalese ci porta a scoprire da vicino l’azienda Barraco, situata in Contrada Bausa, quasi a metà strada tra Marsala e Trapani. Ad accoglierci Gloria e Marcello, i quali si stanno occupando del nuovo progetto legato all’accoglienza ed enoturismo, oltre a Paolina “il cane della cantina” e svariati gatti che sbucano qua e là.
Vista la giornata di sole e gran caldo, ci accomodiamo nella ventilata veranda esterna assieme a Gloria, per scoprire la storia dell’azienda.
Addentrandoci nella storia di questa realtà scopriamo che Antonino Barraco, detto Nino, ha fondato l’azienda nel 2004 assieme alla moglie Angela.
I due, rispettivamente laureati in scienze politiche e in giurisprudenza stavano intraprendendo strade differenti da quelle legate al mondo vitivinicolo, ma, figli di contadini, con grande attaccamento alla propria terra, hanno deciso di deviare il proprio percorso per dedicarsi proprio alla coltivazione della vigna e alla produzione di vino.
C’è da sottolineare che nei primi anni del nuovo millennio a Marsala e dintorni si trovava un territorio a dir poco snaturato della sua essenza, a causa del sopravvento del Marsala che ha portato molti dei produttori di uva del posto a conferire alle cantine sociali o alle grandi industrie, non facendo più caso alle varietà locali e alle tipologie di terreno, ma piantando le uve più facili da lavorare perché “tanto con la fortificazione non faceva alcuna differenza”.
I primi appezzamenti dell’azienda Barraco sono stati quelli delle famiglie di Nino e Angela, con terreni sparsi tra la parte nord e la parte sud di Marsala. La filosofia di base della coppia era quella di voler dedicarsi alle varietà autoctone, come il Grillo, Catarratto o Zibibbo (facendo trasparire un animo bianchista), rispettando la viticoltura tipica, principalmente ad alberello ed arrivare ad ottenere un vino che non fosse perfetto, ma che sapesse emozionare.
Così, con poche migliaia di euro e qualche ettaro vitato, è iniziato il percorso “pioneristico e senza compromessi” di Barraco, che ha cominciato a lavorare fin da subito in maniera il più possibile sostenibile ed artigianale.
Oggi troviamo venti ettari vitati, sparsi nell’areale del marsalese, in diverse tipologie di substrati.
Nelle vicinanze della cantina, per esempio, troviamo un sottosuolo calcareo-argilloso, alcuni terreni nei pressi di Castelvetrano, sono, invece, caratterizzati da terre rosse, la vecchia vigna di cinquant’anni di Triscina affonda le sue radici sulla sabbia, altri vigneti trovano anche un sottosuolo ricco di ciottoli e scheletro ed altri ancora incontrano terreni ricchi di marne.
Di rilevante importanza anche la vicinanza o meno rispetto al mare, che dona caratteristiche uniche all’uva, che si riflettono nei prodotti finali.
Le uve allevate sono esclusivamente autoctone, tra cui Grillo, Catarratto, Zibibbo, Perricone/Pignatello, Nero d’Avola, oltre a qualche varietà che si sta sperimentando e si è sperimentata nel corso degli anni.
Piccola parentesi: è stato portato avanti un progetto con un istituto di Marsala, legato alle viti reliquia, nello specifico con quattro varietà, Vitraruolo, Lucignola, Catanese Bianco, Orisi.
Di queste si stanno continuando ad effettuare delle micro-vinificazioni solo dell’ultima, che ha la stessa genitorialità del Gaglioppo, Mantonico per Sangiovese.
L’azienda è certificata Bio e la conduzione negli ultimi anni sta diventando una missione sempre più difficile, dove talvolta “la fatica supera il gusto” l’irrigazione delle vigne non viene mai effettuata.
Nel 2015 è stata costruita la cantina, diventata la sede principale, dove ci troviamo oggi, acquisendo in quest’area anche alcune vigne già presenti, di cui si può notare l’impianto a guyot. I dieci anni precedenti le vinificazioni si sono svolte in altre cantine “amiche”, affibbiando all’azienda il soprannome di “cantina nomade”.
Oggi la cantina vede diversi spazi che rendono autonoma Barraco in tutte le fasi di trasformazione, grazie a contenitori di acciaio, ma anche cemento ed alcuni legni di diverso formato ed età.
Oltre agli spazi dedicati alla lavorazione dell’uva, è presente un magazzino di stoccaggio dove è possibile trovare uno storico delle bottiglie prodotte, fin dal 2004. La lungimiranza del produttore ha fatto sì che oggi, al contrario di molte altre realtà, sia presente un ricco archivio storico dei vari step aziendali.
La media produttiva di bottiglie per anno si attesta sulle sessantamila circa, che si dividono in più di dieci referenze. Troviamo diverse interpretazioni di Grillo, tra cui l’ “Altogrado”, di cui scopriremo il significato con un assaggio, idem per l’ “Altomare”; il “Biancammare” e il “Bianco G”; due Catarratto, sia nella vinificazione “Altogrado”, ma anche un bianco più immediato e fresco che porta in etichetta il nome del varietale; il Nero d’Avola “Rosamare”; Zibibbo; il “Rosso”, un blend di Perricone al 30% e 70% di altre uve autoctone a bacca rossa; Pignatello; “Nero D”, con uve a bacca rossa autoctona “non menzionabili”; “Milocca” con uve rosse autoctone; ma anche tre Spumanti Metodo Classico in versione bianco Pas Dosè, rosè Pas Dosè e un secondo bianco dosato con Altogrado.
Nel corso degli anni sono stati prodotti per il mercato estero anche due vini più immediati e quotidiani, quali il “Fior di Rosso” e il “Fior di Bianco”, con uve autoctone di cui nel primo caso a farla da padrone è il Pignatello, mentre per il bianco Grillo, Catarratto, Grecanico, Inzolia e Zibibbo.
Tra le chiacchiere iniziamo anche gli assaggi dal Grillo “Biancammare” 2004, vinificato ed affinato in solo acciaio ci regala note fresche di origano, pesca bianca, albicocca, ananas, pompelmo, buccia di limone, macchia mediterranea. In bocca entra con una grande sapidità, freschezza beva, discreta acidità e mineralità e moderata persistenza. Un vino che fino all’annata precedente era privo di solfiti aggiunti, che in questo caso sono stati addizionati.
Lasciamo il mondo dei bianchi per un attimo per assaggiare il “Rosammare” 2024, ottenuto da uve Nero d’Avola, frutto di una vendemmia anticipata. Un vino che presenta note di piccoli frutti rossi, ciliegia, fragolina, un sottofondo erbaceo, di costante macchia mediterranea e un ricordo fumè. In bocca entra vibrante, fresco, sempre ricco di sapidità, con una maggiore spalla acida, e discreta persistenza. Una curiosità è che nel 2023 le uve non erano all’altezza di produrre questo vino e si è scelta una seconda etichetta, battezzata “RSM”, ovvero “Rosa Senza Mare”.
Un focus sulle etichette ci porta a scoprire un quadro appeso nella sala interna, un disegno fatto da un vecchio compagno di università di Nino, chiamato “donna maniaca”, il quale ha dato vita al progetto grafico per vestire le bottiglie prodotte. Il quadro è stato declinato da un’amica di famiglia, grafica molto competente che ora risiede in Oman, in diverse forme e versioni, utilizzando esclusivamente tre colori il nero, il bianco e l’oro al fine di sottolineare il dark e il bright side della Sicilia, ma anche una delle sue caratteristiche principali e fondamentali, il sole.
Ritornando ai vini bianchi continuiamo gli assaggi con il Catarratto 2023 vinificato ed affinato in solo cemento, il quale si presenta con note di frutta a pasta gialla e un tocco agrumato, regalando note sulfuree, speziate e con un tocco salmastro. In bocca è leggermente meno sapido dei predecessori, con una discreta mineralità, spalla acida più presente, sempre fresco e di beva, con una discreta persistenza.
È il momento dello Zibibbo 2024, le cui uve vengono fatte fermentare in acciaio per poi riposare tendenzialmente in cemento. Un’esplosione di profumi che spaziano dal lime e limone a note di zagara, litchi, frutta esotica, ma anche basilico, rosmarino e zenzero fresco. In bocca entra comunque secco, diretto, fresco, con una buona sapidità, discreta acidità, moderata persistenza e un tocco amarotico tipico del varietale.
Passiamo all” “Altomare”, annata 2022, frutto di un assemblaggio di differenti interpretazioni di Grillo, provenienti da aree e vinificazioni diverse. Al suo interno troviamo un 25% del “Biancammare”, 25% di “Bianco G”, 25% di Grillo ossidativo dell’ “Altogrado” e un 25% di vino ottenuto da uve Grillo vinificate a grappolo intero per arricchirlo di complessità. Il tutto viene lasciato per circa un anno in botti di castagno da venticinque/trenta ettolitri, al fine di trovare il più corretto equilibrio e, dopo un ulteriore affinamento in bottiglia, arriva nel bicchiere con note di frutta secca e candita, miele di castagno, leggera carruba, foglie bagnate, una leggera ossidazione, ma anche un richiamo di tabacco da pipa e chiodi di garofano.
In bocca entra deciso, ma ben equilibrato, con buona sapidità, spalla acida, discreta mineralità e una buona lunghezza nel sorso.
Una conclusione con “Altogrado” 2016, ottenuto da uve Grillo 100% che, dopo essere state trasformate in vino, questo viene lasciato riposare per sette anni in botti di castagno da mille litri, di cui solo nei primi due anni viene colmato con lo stesso vino. Al naso si esprime con note di agrume candito, ma anche albicocca disidratata, miele di acacia, frutta secca, mandorla, dattero e tabacco dolce. Un vino ricco e intenso, ma comunque diretto e di beva, sostenuto dalle sue parti dure, con un’ottima persistenza.
Questo vino si produce dal 2009 e l’azienda Barraco è la sola a produrre Altogrado come vino ossidativo d’annata (definito da alcuni anche come “pre-british”, per sottolineare che prima dell’avvento degli inglesi e della produzione di Marsala, questo rappresentava la tradizione locale). Un progetto che nei prossimi anni vedrà come protagoniste anche altre varietà, come lo Zibibbo e il Pignatello, ottenuti da vinificazioni simili e quasi pronte per essere etichettate.
Sarà quindi da tornare in azienda sia per incontrare Nino, ma anche per assaggiare le novità di un produttore che non si ferma mai nelle sperimentazioni, mettendo amore e passione nel suo territorio.
Un grazie a Gloria, in attesa di incontrarci nuovamente nel cammino del mondo del vino.


