C’è chi va ad Ibiza per prendere il sole, chi per fare festa e chi anche per visitare una cantina, nel nostro caso Bodegas Can Rich
02 Agosto 2024
Un weekend ad Ibiza all’insegna del sole, meravigliose calette, buon cibo e la visita di una delle quattro cantine che mettono il vino in bottiglia, Bodegas Can Rich.
Ci troviamo a pochi chilometri da Sant Antoni, nella parte centrale dell’isola di Ibiza, dove ad accoglierci e guidarci in questo viaggio c’è Alvaro, il quale dopo tanti anni nella zona della Ribera del Duero, si è trasferito qui da poco più di un mese, per dirigere la cantina fondata dal cognato.
Nella sua esperienza lavorativa Alvaro, dopo gli studi in agronomia all’università e aver ottenuto il diploma di quarto livello del WSET, si è cimentato in diversi ruoli all’interno di aziende vitivinicole spagnole, dalla gestione della campagna, all’area marketing, comunicazione, vendite, fino alla direzione generale.
Bodegas Can Rich è la realtà più grande di quattro cantine che imbottigliano ad Ibiza, anche se l’isola vede una lunga tradizione vitivinicola e molti appassionati privati che posseggono un piccolo pezzo di vigna per la produzione di vino in maniera amatoriale e per autoconsumo.
Questa realtà è frutto del sogno di Stella González e del marito Juan Riera che nel 1992 hanno acquistato i primi terreni ed iniziato nel 1995 a piantare la vigna e produrre vino in maniera hobbistica nel 1997, con la prima bottiglia presentata sul mercato quattro anni dopo, nel 2001.
Dopo quasi trent’anni l’azienda si espande in un corpo di circa venti ettari, di cui diciassette sono vitati, oltre ad avere altri cinque ettari vicino al parco naturale di Ses Salinas, dove, oltre alla vigna si trovano circa tremilacinquecento alberi di ulivo.
Le varietà coltivate sono per metà a bacca rossa e per l’altra metà a bacca bianca, con Malvasia, Moscatel, sia a grano piccolo sia a grano grosso, il Tempranillo utilizzato per il Rosè, ma anche Cabernet Sauvignon e Merlot, varietà internazionali che andavano per la maggiore tra gli anni novanta e primi duemila, constatando un’ottima capacità di adattamento di quest’ultima in un ecosistema che viene definito “il più continentale dell’isola”. Il Cabernet Sauvignon, invece, è l’ultima varietà che si va a raccogliere, necessitando un tempo maggiore per arrivare ad una corretta maturazione.
Lo scopo è ottenere il meglio da tutte le varietà, che siano internazionali o meno, ma si sta cercando di puntare sulla rivalutazione di uve autoctone dell’isola, come il Monastrell, varietà principale di Ibiza, e il Grec, un’altra tipologia di uva portata dagli antichi Greci.
Le costanti domande che ci si pone quando si vanno a recuperare varietà che sono state accantonate sono: “perché si sono abbandonate queste varietà a favore delle internazionali? Per seguire la moda dell’epoca o perché rendevano meno e avevano una qualità inferiore?” I nuovi impianti e le micro-vinificazioni seguite anche con l’amministrazione locale (Departamento Técnico de Calidad del Consell d’Eivissa i Formentera) dimostreranno i risultati nel prossimo futuro.
Curiosità è che nel 2024 si è cominciato a vendemmiare a fine luglio, avendo già raccolto gran parte delle uve bianche prima del giorno della nostra visita. In quei giorni il team aziendale era in procinto di svolgere le corrette analisi per la maturazione fenolica delle uve a bacca rossa, in attesa di procedere con la raccolta.
Una tecnica che si adotta prima della raccolta delle uve, tutta manuale in cassetta, è quella di irrigare a goccia i vari vigneti, non per aumentare la quantità produttiva, ma per consentire alle piante di arrivare a far maturare le uve, impedendole di andare in stress, innescando una fase di auto preservazione, a discapito del frutto.
In questi giorni, dove le uve raggiungono la piena maturazione, si può sentire un costante rumore che sembra quello di uno sparo, attivato per far scappare gli uccelli, amanti dei chicchi maturi. Un’altra tecnica utilizzata è quella di avere dei ripetitori che imitano il verso del falco, predatore che fa scappare i golosi volatili.
Il terreno su cui si basano le piante è identificato come calcare madre di Ibiza che vede nella parte più alta degli appezzamenti una maggiore quantità di sabbia e sedimenti, mentre nella parte più bassa uno strato più argilloso, che trattiene più acqua e dona maggior freschezza al vino finale.
Bodegas Can Rich è certificata BIO, con trattamenti che vedono il solo utilizzo dello zolfo e il piretro per combattere gli insetti, non usando il rame poiché non troviamo umidità. I filari si lasciano talvolta inerbiti, cercando però di sfalciare l’erba per non farla andare in contrasto con le vigne. Il problema principale in questa zona è l’oidio, che viene costantemente monitorato ed analizzato per non lasciare che si propaghi.
Uno sguardo alla cantina ci porta a vedere una prima area esterna dove è stata posta la pressa, già in funzione per le uve a bacca bianca, per poi
incontrare una seconda zona dove sono poste le vasche in acciaio per le fermentazioni, innescate con lieviti selezionati a circa diciotto gradi, al fine di mantenere gli aromi delle uve e far risaltare il territorio. Allo stesso piano sono disposte anche la macchina per l’imbottigliamento e l’etichettatrice, concludendo tutto il ciclo produttivo in autonomia.
Scendendo una scala interna ci troviamo nella barricaia, dove riposano alcune barrique di rovere francese, in diminuzione a favore dell’introduzione di anfore di terracotta spagnole, in cui oggi affinano tre vini, Bianco, Rosso e Rosè.
Qui si è ricavato un magazzino di stoccaggio, anche se si è investito in un’area più grande, a pochi metri di distanza, per far riposare il vino in bottiglia, principalmente il Metodo Classico, che viene autonomamente messo in punta e sboccato.
Il nome Can Rich significa letteralmente “casa del grillo”, animale che fa da sottofondo sia nelle giornate sia nelle nottate isolane, mentre il simbolo è rappresentato da un’imbarcazione fenicia, popolazione di grandi commercianti del Mediterraneo, i quali, oltre agli altri beni, trasportavano vino.
L’azienda produce circa settanta mila bottiglie per anno, che si dividono in diverse etichette, tra cui: un blend di Chardonnay e Malvasia “Can Rich White Wine”; una Malvasia fermentata in barrique “Ereso”; Rosè di Monastrell “Bes Rosè” (Bes è un chiaro richiamo al Dio Fenicio, simbolo dell’isola; gli stessi Fenici chiamarono Ibiza e Formentera “Ibossim” o “Isole Bes”, un nome che si ricollega a “Beros”, ovvero “pini”, per sottolineare la fragranza di queste isole); un secondo Rosè a base di Tempranillo, Cabernet Sauvignon, Merlot “Can Rich Rosè”; un Bordolese a base di Merlot e Cabernet Sauvignon “Red Wine Selection”; un rosso di Merlot e Tempranillo “Red Wine Roble Can Rich”; un altro rosso a base Merlot, Tempranillo e Monastrell “Yviça”; Merlot quasi in purezza (in realtà c’è una piccola percentuale di Cabernet Sauvignon) “Lausos” e tre bollicine Metodo Classico: un Blanc de Blanc Extra Brut a base Malvasia, il “Rosat” Brut Naure con uve Syrah e un secondo Syrah Extra Brut “Ros Fosc”.
Non solo produzione di vino, ma anche di olio extra vergine d’oliva, frutto delle varietà: Hojiblanca, Verdial Real, Arbequina and Picual; Vermouth; aceto balsamico, sale e alcuni liquori, tra cui il famoso Hierbas Ibicensas, un amaro ottenuto da diciotto diverse erbe, di cui Bodegas Can Rich è una delle tre aziende che lo producono.
I nostri assaggi si concentrano sul vino, partendo dalla bollicina Metodo Classico a base di Malvasia; un Brut Nature che resta minimo dodici mesi suoi lieviti, anche se a target si vorrebbe lasciare almeno ventiquattro mesi in affinamento. Un vino dai sentori aromatici e tropicali, di mango, pesca gialla, macchia mediterranea, rosmarino, erbe aromatiche, mentuccia, per un sorso dalla bolla fine, abbastanza pungente, con una buona acidità, abbastanza sapido e minerale, una leggera nota americane, dal sorso pieno e abbastanza persistente.
Della linea in anfora, non citata nell’elenco dei vini, assaggiamo il bianco “D’Amfora”, annata 2023, con uve Moscato che, dopo la fermentazione in acciaio, affinano circa sei mesi sulle proprie fecce fini nelle anfore di terracotta viste in cantina.
Un vino delicato fin dal suo profumo, con sentori di rosa bianca, zagara, pesca bianca note iodate, per un sorso sapido, minerale, con una buona spalla acida e non troppa persistenza.
Passiamo ad un secondo bianco, annata 2022, ottenuto da uve Malvasia che fermentano in barrique di primo e secondo passaggio, con un ulteriore affinamento nello stesso vaso vinario per circa sei mesi. Di questo vino ne vengono prodotte sei barrique per anno e il suo nome è “Ereso”, l’antico nome greco di Ibiza (con il tempo trasformato in Ereso dall’originale Epeso).
Al naso presenta note più legate alla frutta secca e alla frutta candita, foglia bagnata, una piacevole ossidazione, tocco di burro, leggero pepe per un sorso pieno, ma comunque fresco, con una buona acidità, sapido e minerale, una punta amaricante nel finale e buona persistenza.
Finiamo con il “Lausos” 2021, un altro dei molteplici nomi antichi dell’isola, che era legato alla “lode” in quanto Ibiza era conosciuta come un’isola magica, un Merlot con una piccola aggiunta di Cabernet Sauvignon, dipendentemente dall’annata. Anche in questo caso l’affinamento avviene in barrique per circa dieci mesi, per un vino dai sentori di frutta rossa molto matura, liquirizia, cioccolato, alloro, un tocco di vaniglia, ma anche balsamico e mentolato. In bocca entra pieno, ma comunque fresco, con una discreta mineralità, sapidità e una buona persistenza.
Un caro saluto ad Alvaro, che ci lascia con un assaggio di immancabile Hierbas Ibicencas, amaro (ma non troppo) con cui si concludono tutti i pasti sull’isola di Ibiza, in attesa di scoprire l’evoluzione di questa realtà, che punta
sempre di più alla qualità e magari approfondire altre interpretazioni dei vini baleari.


