Elena Fucci, la storia di una giovane donna del vino lucana traino di un territorio, raccontata dall’orgoglioso papà Salvatore
09 Agosto 2024
Dopo ventiquattro ore passate nella capitale partenopea di Napoli, un tuffo tra le cantine della Basilicata, che comincia con la realtà famigliare condotta al femminile dalla giovane che gli ha dato il nome, Elena Fucci. Ci troviamo a Barile, nel lato nord della Regione, precisamente in Contrada Solagna del Titolo, in compagnia di Salvatore, papà e primo sostenitore di Elena, che, a causa di un contrattempo, non ha potuto guidare l’incontro. Barile, come le vicine Ginestra e Maschito, è una località di origine albanese, risalente al quindicesimo secolo, quando le comunità esuli dell’oltre Adriatico fondarono questi paesi, dopo aver combattuto contro l’impero turco-ottomano.
Queste terre sono sempre state popolate dal vino e dai vigneti, anche prima dell’avvento degli albanesi, visto che, anche il poeta Orazio, originario di Venosa (dove si può visitare la sua abitazione), scriveva delle gesta di Annibale, il quale, tra le tante azioni “curava le ferite con del vino rosso”, probabilmente Aglianico.
A far da padrone qui c’è il vulcano spento del Vulture, denominato così da un esploratore inglese, dalla parola latina “Vultur”, ovvero “avvoltoio”, a causa della sua imponente presenza e per le sue esplosive eruzioni.
Ritornando alla storia più recente, che vede protagonista la famiglia Fucci, dobbiamo andare comunque indietro di alcune generazioni, fino al bisnonno di Elena, Salvatore e al nonno Generoso, di cui si ha testimonianza che hanno sempre coltivato la vigna, lasciando in eredità alcuni appezzamenti centenari, con il vigneto limitrofo all’azienda che ha una storia di almeno centocinquant’anni. Un tempo la vigna era coltivata a capanno e l’uva veniva destinata alla vendita a terzi, principalmente persone altolocate napoletane, che pagavano il raccolto in maniera profumata, così da far emergere l’abilità di commercianti di Salvatore e Generoso.
A quei tempi si produceva il vino in maniera casalinga e l’Aglianico imbottigliato veniva per lo più consumato come Spumante, poiché, non avendo le tecnologie e i saperi di oggi, si cercava una soluzione per non buttarlo via nel mese di maggio dopo la vendemmia, a causa degli alti livelli di acido acetico. Così si effettuarono i primi imbottigliamenti di un vino base che, vista la vendemmia tardiva di questa varietà e la fermentazione che non veniva mai portata del tutto a termine, aveva ancora al suo interno del residuo zuccherino, il quale riprendeva la sua trasformazione in bottiglia nella la primavera successiva e con il conseguente innalzamento delle temperature, così da ottenere un prodotto finale ricco di anidride carbonica. Gli anziani del posto associavano la fioritura della vigna, tra aprile e maggio, con la rifermentazione del vino. Vino che veniva venduto nelle bottiglie borgognotte, tappato con sughero rigorosamente legato con lo spago, onde evitare spiacevoli ed improvvise stappature.
Un altro aneddoto di bisnonno Salvatore è una frase che lo ha da sempre caratterizzato quando stappava una bottiglia di Aglianico “Se resti tu io me ne vado io”, riferendosi alla schiuma che poteva presentarsi nei bicchieri, segno che il vino non aveva una grande qualità.
Il concetto di consumo di questo prodotto era totalmente diverso da quello che oggi rappresenta il vino, essendo considerato un tempo come vero e proprio alimento per sostenersi, sia durante le pause pranzo in campagna, sia dopo i pesanti lavori durante le cene.
La terza generazione, rappresentata dal papà di Elena, ha dedicato tutta la sua vita all’insegnamento, grazie o a causa di quella che era la credenza di un tempo, ben descritta dalla frase più volte detta da Salvatore: “se ti occupi di vigna c’è il rischio che non ti sposi”.
Dopo un gap generazionale e un abbandono delle terre, in un clima di strascico della povertà, si è cominciato quello che viene descritto come un “rinascimento” di questa attività, grazie ad Elena Fucci che, dopo il liceo, scelse la strada che più la appassionava, ovvero quella di intraprendere gli studi in viticoltura ed enologia a Pisa, “forse quella che volevo fare io, ma che non dava reddito”, ammette commosso Salvatore. Lo stesso Salvatore che nei primi anni di università della figlia sperava in quella telefonata in cui lei confessava che non fosse la strada giusta e che la materia non la appassionasse, evento che per fortuna non si è mai verificato. “Per fortuna mi sbagliavo ed Elena ci ha messo amore in quello che faceva, poiché se non ci metti amore non combini niente”.
La prima bottiglia prodotta è stata nel 2000, anche se gli studi sono stati terminati nel 2004 e, dopo l’università, Elena ha avuto la possibilità di fare un’esperienza in una delle più rinomate aziende toscane, per poi spostarsi in Alto Adige, sempre in prima linea in un mondo prettamente maschile, dimostrando con i fatti quell’amore per la vigna e per il mondo vitivinicolo.
Elena è riuscita a superare “quelle sirene dell’economia” che talvolta orientano i vignaioli sulla via più semplice per avere un reddito immediato, ma lei, metaforicamente come Ulisse, si è legata al suo scopo di produrre vini di qualità ed ha perseguito questa strada. Sicuramente un percorso più lungo e tortuoso che, negli anni, le ha riservato numerose soddisfazioni, da ultima quella di essere insignita della carica di Cavaliere del Lavoro, nel 2023.
Ci troviamo ad una media di seicento metri sul livello del mare, con sette ettari e millecinquecento metri, in un corpo unico, tranne per un vigneto di un ettaro di piantato dietro alla vicina e visibile galleria, tutto Aglianico dedicato alla produzione del Rosato.
Tutte le vigne di Aglianico sono state ottenute da una selezione massale del vecchio vigneto limitrofo alla cantina che, nel corso degli anni, dal sistema di allevamento a capanno è stato trasformato a spalliera, con l’intento di preservare la genetica di quella specifica varietà.
In questa zona collinare la resa è molto bassa e le difficoltà sono elevate, utilizzando solo mezzi manuali per le lavorazioni di un terreno prettamente vulcanico ed estremamente minerale, denominato “Pozzolana” che ha la grande peculiarità di creare una dura crosta in superficie, favorevole al mantenimento dell’umidità nell’area sottostante.
La conduzione è biologica, con trattamenti mirati a base di rame e zolfo, aiutati anche dalle colonnine meteo presenti tra le vigne. C’è la fortuna di avere gli appezzamenti vitati in un territorio estremamente soleggiato, come si può dedurre dal nome della Contrada “Solagna”, ma anche molto ventilato, entrambi ottimi alleati per portare in cantina un’uva di qualità.
Tendenzialmente si vendemmia dopo la metà di ottobre e come afferma metaforicamente papà Salvatore, “i pesci migliori si ottengono dai mari più difficili”.
Parlando di cantina, possiamo vedere dalla zona esterna lo stabile originario, di soli ottantaquattro metri quadri dove si tenevano le vinificazioni, al di sotto dell’abitazione di famiglia, avendo iniziato a costruire la nuova cantina nel 2000, vicino alla casa, prendendo il posto di un vecchio albero di fico. Nel 2008 si sono terminati i lavori e nel 2019 si è completato l’ambiente con la sala degustazioni nella parte superiore. “Nei primi anni un’importante rivista di settore ci ha descritto come produttori di vino da garage e ci siamo quasi offesi, capendo successivamente che era un complimento finalizzato a valorizzare che fossimo una piccola realtà di nicchia”.
Nella prima area della cantina si nota una moderna diraspatrice, per lavorare tutte le uve senza raspo in maniera delicata, così da ottenere acini interi “non maltrattati”. Sono presenti alcune vasche in acciaio dove far fermentare le uve di Aglianico dedicate al Rosato, ottenuto da una criomacerazione.
Si possono vedere, inoltre, altre vasche d’acciaio dove fermentano le uve, con lieviti selezionati, per poi proseguire con una piccola botte troncoconica e due vasi vinari di terracotta. Elena Fucci è un’azienda definita “autosufficiente”, gestendo tutti i processi: dalla ricezione e trasformazione delle uve all’imbottigliamento ed etichettatura.
Proseguendo negli altri ambienti della cantina troviamo due barricaie, di cui una è situata nella zona più antica dello stabile, una sorta di grotta scavata negli anni, che è da sempre stata utilizzata come magazzino e area di affinamento.
Infine, una piccola sala dove, oltre che essere dedicata alla cantina privata di famiglia, contiene le vecchie annate di Elena Fucci, fin dalle prime bottiglie prodotte.
Le bottiglie prodotte per anno sono circa quaranta/quarantacinque mila e si dividono in sette principali etichette, tutte a base dell’uva principe di questo territorio, l’Aglianico. In etichetta, come simbolo di riconoscimento, è stata inserita la parola “Titolo”, omaggio al territorio e alla Contrada Solagna del Titolo.
Iniziamo con l’Aglianico del Vulture che affina dodici mesi in legno di barrique; per poi proseguire con il “Titolo by Amphora”, vinificato e affinato per diciotto mesi in anfore di terracotta da settecento litri; l’Aglianico del Vulture DOCG, che per disciplinare deve affinare almeno tre anni; la Riserva, che conta cinque anni di affinamento (entrambi i vini fermentano in barrique per metà nuove nel primo caso e 100% di primo passaggio nel secondo); un secondo DOC prodotto per il ventesimo anno dell’azienda, affinato per diciotto mesi in tonneau; il rosato “Pink Edition” ed infine lo “Sceg”, affinato per dodici mesi in tonneau.
Nel 2022 è stata, inoltre, lanciata la linea “Verha” con lo scopo di offrire ai consumatori la possibilità di degustare dei vini freschi e di grande beva, rappresentativi del territorio in cui si trova l’azienda Elena Fucci. Questo progetto non è solamente legato alla già menzionata caratteristica organolettica, ma ha anche uno scopo sociale. Le uve con cui si ottengono i vini provengono da agricoltori limitrofi, i quali, prima del covid, commerciavano la propria produzione con acquirenti privati, principalmente campani. A causa della pandemia i clienti sono venuti meno e i contadini erano in procinto di abbandonare la loro attività, ma, grazie alla decisione di Elena di acquistare la produzione, sono rimasti fedeli alla terra e alla coltivazione della vigna. Le etichette sono oggi tre: un rosso a base Aglianico; un rosato con uve Aglianico per l’80%, Primitivo ed altre varietà a bacca rossa ed infine un bianco con uve 100% Sauvignon Blanc.
Oltre alle due linee di vino vengono prodotti anche olio, il “Titolio”, ottenuto da Ogliarola del Vulture e altre varietà indigene; grappa e Vermouth.
Ci spostiamo nella parte superiore della cantina per assaggiare alcune interpretazioni di Aglianico, partendo dal Rosato “Pink”, annata 2023, con uve del vigneto più giovane dell’azienda, denominato Catavatta, circa un ettaro dedicato esclusivamente alla produzione di questo vino. Vino che si esprime con sentori di fragolina di bosco, alternate ad amarena, ciliegia, scorza d’arancia rossa, tocco ematico, ferroso, con una spunta di erba aromatica, di salvia, per un palato dalla buona spalla acida, ricco in mineralità, discreta sapidità, un leggero tannino e una buona persistenza.
Ci tuffiamo nel mondo dei rossi con lo “Sceg”, prodotto da un’intuizione di Elena e il confronto con nonno Generoso, descritto dal figlio come “uomo dalla particolare sensibilità genuina”. Questo vino è ottenuto da un blend di Aglianico proveniente sia dalle vigne a corpo, ma anche da quelle di Catavatta e di un vigneto ultranovantenne abbandonato e destinato ad essere estirpato. Un grande peccato per nonno e nipote che decisero di prenderlo in affitto e coltivarlo per valorizzarne le vecchie uve. In comune con i proprietari di questa vigna la famiglia Fucci aveva solamente alcuni alberi di melograno, che in albanese si traduce con la parola “Sceg”, battezzando così questo vino.
Annata 2022, affinato per dodici mesi in tonneau, si esprime sia con note di delicati frutti di bosco, che lasciano spazio a sentori di alloro, ma anche una leggera speziatura e tostatura e una grande balsamicità, con note mentolate e di pino mugo. In bocca entra fresco, con un buon corpo, ben bilanciato, minerale, con una leggera sapidità, tannino che si fa ben sentire e una buona persistenza.
Il secondo Aglianico DOC assaggiato è il “Titolo” 2021, l’etichetta più conosciuta e rappresentativa dell’azienda Elena Fucci, affinato in barrique di primo passaggio per circa un anno. Al naso emergono sentori più evoluti, di frutta rossa matura, violetta, sottobosco, note di cioccolato, leggero bastone di liquirizia, un tocco di pepe, noce moscata, un velo balsamico, per un sorso abbastanza fresco, diretto e minerale, con un tannino che si fa sentire in maniera abbastanza integrata e una buona persistenza.
Sempre del 2021 il “By Amphora”, ottenuto da uve che fermentano e affinato nel solo vaso vinario di terracotta. Si esprime con sentori più delicati, di piccoli frutti rossi e frutti di bosco, petali di rosa rossa una nota di cacao, cipria e un sottofondo mentolato. In bocca spicca l’acidità, la nota minerale e fresca, bilanciando un buon corpo e un tannino più discreto ed integrato, per una sempre buona persistenza.
Passiamo all’Aglianico del Vulture Superiore DOCG, il quale deve riposare almeno tre anni, di cui due in legno. Un 2020 che sprigiona l’inizio di frutta sotto spirito, fiori secchi, potpourri, sottobosco, cuoio, cioccolato fondente, alloro.
In bocca entra comunque fresco, dalla buona spalla acida, minerale, con un buon corpo, tannino integrato che fa capolino e lungo al palato.
L’ultimo vino è l’Aglianico del Vulture DOCG Superiore Riserva, affinato tre in legno e due in bottiglia. Annata 2019 che esprime anche in questo caso note di frutta sotto spirito, prugna, vaniglia, note fumè, tabacco dolce, bastone di liquirizia, pino mugo, un tocco ferroso ed ematico. Al palato una buona acidità, un grande corpo ben bilanciato dalle parti dure, tannino integrato e ottima persistenza.
In attesa di ritrovare Elena Fucci alla fiera dei Vignaioli Indipendenti di Bologna il prossimo novembre, foto di rito e un grazie di cuore a papà Salvatore.


