Cantine del Notaio, un pomeriggio immersi nella storia del Vulture e di questa iconica cantina, assieme al suo fondatore Gerardo Giuratrabocchetti
09 Agosto 2024
Un pomeriggio tra le cantine del Vulture che si riempie di storia di questo territorio, grazie alla voce narrante di Gerardo Giuratrabocchetti, fondatore di Cantine del Notaio.
Siamo nella parte più a nord della Regione Basilicata, precisamente a Rionero in Vulture, per incontrare il protagonista principale di Cantine del Notaio, all’interno della sua sede più storica ed iconica.
Prima di addentrarci all’interno della storia di questa realtà, Gerardo ci offre una dettagliata panoramica di quello che è il territorio dove ci troviamo, sedendoci all’ingresso della cantina in modalità ascolto, come alunni davanti ad un preparatissimo professore.
Partiamo dalle origini della famiglia Giuratrabocchetti (che ha il primato di avere il record del cognome semplice più lungo l’Italia), giunta alla sua settima generazione, legate al paese di Maschito, fondato dalla popolazione albanese, come i vicini Barile e Ginestra.
Nel quindicesimo secolo queste terre furono campo di battaglia per arginare l’avanzata degli angioini, comandate da Giovanni d’Angiò, verso il regno di Napoli e proprio il Re Ferdinando I chiamò in soccorso Giorgio Castriota, detto Scanderbeg (che significa, Alessandro Signore, chiaro paragone al condottiero Alessandro Magno), al fine di difendere il suo regno. Con il supporto dell’abile condottiero e del suo esercito i nemici vennero battuti, nominando Scanderbeg Generale della Casa d’Aragona e concedendogli alcuni feudi italiani. A causa dell’avanzata dei Turchi verso l’Albania dovette tornare in patria per proteggere i suoi confini, seppur egli stesso cresciuto dagli ottomani; una sorta di Mosè del quindicesimo secolo che decise di rendersi ambasciatore della libertà del suo popolo e riconquistare quella “terra”, albanese, “promessa”.
Dopo una serie di vittorie, grazie anche all’abilità del condottiero e le sue conoscenze che gli permisero di prevedere le mosse dei Turchi, si ammalò e morì. Prima della sua morte tentò invano di unire i capi delle tribù del suo paese per trovare una efficace coalizione, ma, a causa delle diversità di visione e cultura, non si riuscì a portare avanti l’integrità da lui tanto ricercata, favorendo così gli ottomani, i quali riuscirono ad invadere l’Albania. I superstiti albanesi ebbero salva la vita in cambio dell’esilio.
La vedova di Scanderbeg e il figlio Giovanni espressero al re di Napoli Ferdinando I, detto Ferrante d’Aragona, la volontà di trasferirsi nei feudi di Giorgio e così, seguiti da diversi connazionali, le comunità albanesi andarono a ripopolare alcuni villaggi italiani, tra cui quelli della Basilicata.
Una comunità con legami molto stretti tra i suoi componenti che ha mantenuto le proprie tradizioni e cultura, preferendo talvolta matrimoni consanguinei. Gli albanesi portarono con sé un bagaglio culturale impossibile da annientare, tra cui l’allevamento della vite. In un territorio dove non c’era l’influenza della chiesa e dei grandi monasteri che si occupavano di agricoltura, a popolare di vigneti queste lande fu proprio la nuova comunità insediata, allevando tali piante secondo la cultura ellenica. I greci avevano il culto della coltivazione di vigneti bassi, per la produzione di vino di qualità (ripresa poi dai romani nell’area del Vulture), al contrario degli Etruschi che, secondo le testimonianze, puntavano all’abbondanza e producevano vini più diluiti e poco conservabili.
A cavallo del diciassettesimo e diciottesimo secolo, la cultura del vino si diffuse in tutta la penisola, grazie anche alle affermazioni di San Benedetto, il quale nel ‘500 d.C. aveva indicato ai popoli che il vino si potava consumare anche al di fuori della chiesa. Questo diede sicuramente uno slancio ulteriore alla viticoltura in Basilicata, tanto che un documento risalente al 1888, legato alla mostra enologica di Potenza, testimonia che oltre al più conosciuto Aglianico si contavano circa un centinaio di altre varietà, tra cui Sangiovese, Montepulciano, Nebbiolo, solo per citarne alcune.
Apriamo così una parentesi sull’Aglianico, di cui incontriamo cinquant’anni fa il suo disciplinare, nel 1971, che ritrova le origini del suo nome probabilmente nella Gens Allie, una famiglia di grandi proprietari terrieri e non in “ellenico” come si è sempre pensato creando una “assurdità agronomica”.
Questa varietà, probabilmente, era quella più compatibile con gli aspetti socio-economici dei secoli scorsi, caratterizzata da un ciclo di vita molto lungo, adattandosi in uno dei più freddi areali. I mezzadri o gli operai, un tempo, potevano curare le vigne dei signori, per poi dedicarsi ai propri appezzamenti che, nel caso della coltivazione dell’uva Aglianico, maturando questa lentamente, consentiva loro di svolgere il lavoro per terzi, essendo il vitigno più tardivo nella raccolta che, di norma, si chiude a novembre o anche a dicembre. Una compatibilità che si può ritrovare anche con la flora circostante, offrendo chicchi maturi in una stagione che vede protagonisti gli ulivi, ma anche noci, cachi e castagni.
Quest’uva, vendemmiata, appunto, tra la metà di ottobre e novembre veniva solitamente vinificata in un periodo dell’anno già freddo. Pertanto, la fermentazione, in molti casi, subiva un arresto lasciando dello zucchero non trasformato in alcool e quindi facilmente attaccabile dai batteri producendo un processo di acetificazione.
Per evitare questo si metteva questo mosto-vino in bottiglia. Col caldo primaverile ed estivo rifermentava in bottiglia diventando spumante secondo un Metodo Ancestrale. Questo era destinato alla vendita. Il vino utilizzato dai contadini era spesso invece una bevanda più povera ottenuta dal passaggio dell’acqua sulle vinacce, chiamata “dispensa” e caratterizzata da un grado alcolico modesto.
Il già citato disciplinare della DOC Aglianico del Vulture oggi consente l’uso del solo vitigno Aglianico, mentre un tempo si tagliava con varietà potenzialmente complementari, come la Malvasia, ma anche Primitivo e Nebbiolo, per rendere questo vino di più pronta beva.
L’evoluzione dell’Aglianico imbottigliato, degli ultimi cinquant’anni, si può toccare con mano grazie ad alcune bottiglie acquistate negli anni da Gerardo, il quale mette in luce diversi errori di comunicazione. Nel 1958 si può notare una bottiglia che somiglia a quella del porto, con tanto di etichetta e libretto illustrativo; nel 1961 troviamo un “bottiglione” decorato da una finta cera lacca e un falso castello di Melfi in etichetta; nel 1962 il castello in etichetta diventa quello effettivo di Melfi e la quantità di vino è di sei decilitri e novanta, passati a sette decilitri e venti l’anno successivo.
Tragicomico l’Aglianico del Vulture DOC del 1966, cinque anni prima che nascesse la DOC; mentre nell’anno di nascita del disciplinare, il 1971 si legge in etichetta la dicitura “vino vecchio” (scritta regolata a norma di legge); finalmente nel 1982 appare il castello di Venosa, area che insieme a Maschito rappresenta circa il 70% della superficie totale del Vulture investita ad Aglianico.
Lasciamo le considerazioni ai lettori!
All’interno della piccola collezione troviamo anche la bottiglia numero 1 di Cantine del Notaio, annata 1998.
Spostando lo sguardo sul territorio dove ci troviamo, scopriamo che l’area del Vulture si estende per milleduecento ettari (un tempo sedicimila), in quindici comuni, con un grande frazionamento di piccoli appezzamenti, frutto dei passaggi ereditari e di un mestiere che si è molto ridimensionato nel corso degli ultimi decenni. Purtroppo, durante gli ultimi decenni, l’offerta di Aglianico è drasticamente calata perché le superfici vitate furono sottratte a vantaggio della cerealicoltura che usufruiva di contributi comunitari. Allo stesso tempo la domanda calava come conseguenza anche dello scandalo del metanolo, ad opera di imprenditori senza scrupoli del nord Italia che, una volta arrestati, non acquistarono più i vini del Vulture. Infatti, nella ricetta della frode, l’Aglianico, dato il suo corpo, la sua struttura e il suo colore, riusciva a nascondere “l’imbroglio”.
La peculiarità di questa zona è il Vulcano, dormiente, Vulture, risalente a circa settecentomila anni fa, la cui ultima eruzione (esplosione) è di circa centotrentamila anni fa ed è l’unico vulcano ad est della catena appenninica. Un tempo questo era alto oltre duemilacento metri, ridimensionato, in seguito alle varie esplosioni, ad un picco massimo di milletrecentoventisei metri. Si può ben notare la sua forma che manca della punta superiore, esplosa negli anni, arrivando a ricoprire di lava e detriti un raggio di circa ottanta chilometri, creando un substrato di tufo vulcanico che lascia, successivamente, spazio all’argilla. Il Vulture ha donato un ecosistema unico nel suo genere, con la formazione di laghi (i Laghi di Monticchio) e sorgenti d’acqua (zona famosa per la produzione di acque minerali dette nel passato acque acidule gazzose naturali), oltre ad una biodiversità di flora e fauna presenti solo in queste zone. Per esempio, si possono trovare specie di farfalle tropicali che convivono con quelle alpine e un ecosistema e successione di alberi dettati da un’inversione termica, facendo trovare i faggi in riva al lago e i castagni in vetta, quando normalmente dovrebbe essere il contrario.
La zona del Vulture è caratterizzata d’estate da alte temperature esterne, mitigate dalle brezze di terra e di mare (Adriatico, Ionio e Tirreno); con una scarsa piovosità e una importante escursione termica tra giorno e notte.
Il tufo è, inoltre, un prezioso alleato per la vigna; i contadini del posto un tempo erano soliti affermare che “il tufo allatta la pianta”, nell’ottica di madre natura che nutre i propri figli.
Dopo un po’ di storia del territorio del Vulture ci immergiamo nella storia di Cantine del Notaio e della famiglia di Gerardo Giuratrabocchetti, cominciando da uno dei protagonisti principali, ovvero il suo omonimo nonno. Nonno Gerardo, il secondo di dieci figli, a causa delle difficoltà economiche della famiglia decise di andare in America e cominciò a spedire i soldi guadagnati oltre oceano in Italia. Dopo qualche anno, tornò in madre patria, convinto di ritrovare i suoi risparmi, ma questi erano stati spesi per far studiare i suoi fratelli minori. In cambio la famiglia, per sdebitarsi, gli donò una vigna che diventò il centro della sua vita, frutto del suo lavoro e dei suoi innumerevoli sacrifici in terre lontane.
Nel frattempo, il fratello più grande, Donato, sposa una donna di Venosa, la quale aveva una cugina, Donna Giulia Bozza, giovane molto colta ed istruita che conosceva sia il greco sia il latino.
La famiglia Bozza, nel 1850, aveva venduto tutti i suoi averi e possedimenti per comprare il castello di Venosa (di cui si conserva ancora l’atto di compravendita). Da qui, purtroppo, seguirono anni di difficoltà economiche che coinvolsero quella come tante altre famiglie del passato.
Gerardo si innamorò di Giulia e chiese la mano alla famiglia, portando con sé in dote la casa e la vigna.
Dal matrimonio nacquero quattro figli e Giulia aveva il desiderio che uno di loro diventasse dottore e non contadino come suo marito. Così il terzo figlio, Consalvo, padre di Gerardo, iniziò gli studi presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bari (frequentando anche le lezioni del professor Aldo Moro), interrotta successivamente a causa delle scarse risorse economiche. Abbandonati gli studi, Consalvo intraprese la carriera militare come ufficiale ad Ascoli Piceno, per poi essere trasferito, assecondando la sua volontà, a Lecce, così da avere la possibilità di riprendere e completare gli studi universitari.
Veniamo ora a Gerardo che si è laureato nel 1982 in Scienze Agrarie, con lode, intraprendendo in prima battuta la strada universitaria, poi ebbe l’opportunità di dirigere un’ente zootecnico lucano, conseguendo con i suoi collaboratori importanti risultati nelle attività di assistenza tecnica veterinaria e di miglioramento genetico degli animali.
La volontà di nonno Gerardo fu sempre quella di lasciare la vigna all’unico nipote che portava il suo nome e questa, passò in sua mano nel 1976 dopo che il padre l’aveva riacquistata nel 1969. Un mestiere, quello del vignaiolo che non era mai stato contemplato da Gerardo, non essendosi mai interessato a quel vigneto in Maschito pur conoscendo la volontà del nonno. Almeno fino ad un giorno, degli anni ’90, in cui si recò lì “per trovare pace”, in seguito a momenti di difficoltà vissuti in famiglia. Proprio lì, sentì la voce di suo nonno, il quale gli sussurrò che, se avesse fatto qualcosa in quella vigna, sarebbe stato sempre con lui!
Tornato a casa, raccontò l’episodio alla moglie Marcella che le rispose con le stesse parole del nonno “se lo vorrai fare anche io starò sempre vicino a te”.
Finalmente era arrivata quella chiamata che smosse Gerardo nel concretizzare un progetto con l’eredità del nonno, pur non sapendo da dove partire!
Balzando ai giorni nostri, oggi troviamo un’azienda con più di venticinque anni sulle spalle che, da quell’ettaro e mezzo scarso, è passata a possedere cinquantadue ettari vitati in tutti e cinque i principali comuni della produzione dell’Aglianico del Vulture. Gli ettari vitati sono stati piantati tutti con lo stesso clone di Aglianico, con l’obiettivo di riuscire a “sfatare molte dicerie dette e ridette nel mondo del vino”. Nel corso degli anni, si è potuto constatare che ad impattare sul prodotto finale non sono tanto gli aspetti chimici del terreno, ma gli aspetti fisici, legati alla capacità di adattamento della vigna in condizioni di moderato stress. Il solo terreno non infonde determinate caratteristiche chimiche al vino, ma queste sono il risultato di un ecosistema chiamato terroir, dove l’uomo è il protagonista principale insieme a tutto il sistema terreno, pianta e clima che rendono unico e irripetibile quell’ecosistema specifico di quel luogo. Lo scopo dell’uomo è quello di aiutare la pianta a valorizzare le sue caratteristiche migliori che, successivamente, si ritrovano nel vino, cercando di renderla più resistente, con un impatto ragionato, che propenda per un costante equilibrio tra la parte vegetativa e quella produttiva.
“Per anni si sono dette tante cose in questo settore”, senza tenere bene in considerazione tutte le caratteristiche di un determinato terroir e dell’apporto dell’uomo. Si basti pensare al banale esempio della produzione per ettaro che non è solo legata alla densità di un impianto, ma anche a dove si trova, all’età delle piante, a come viene condotta la vigna, su che terreno è basata; tanti concetti che talvolta vengono dati per scontati. Lo scopo del vignaiolo è quello di capire come sta la pianta nel suo contesto, cercando di ottenere il massimo in termini di qualità, centrando l’equilibrio vegeto-produttivo, nel benessere della vigna.
Nel centro di Rionero in Vulture si è creato il fulcro aziendale con gli uffici e le cantine di affinamento, mentre a poche centinaia di metri troviamo una cantina più tecnica, finalizzata alla trasformazione delle uve, al riposo e allo stoccaggio delle bottiglie.
Per quanto riguarda la cantina, sotto gli uffici troviamo una serie di grotte di matrice tufacea acquistate negli anni da Gerardo Giuratrabocchetti e dalla moglie Marcella, creando una sorta di labirinto comunicante dove riposano numerose barriques di Aglianico del Vulture.
Anche al tempo dei francescani e dei primi insediati albanesi queste grotte fungevano da luogo di conservazione del vino, grazie all’elevato tasso di umidità, in alcune zone anche del 100% e dalla temperatura ottimale.
Curiosità è che questi ambienti sono stati creati per svuotamento, ovvero prima sono state create le case nella parte superiore e successivamente le cantine, estraendone il tufo.
Non potevamo non immergerci in questa città sotterranea fatta di tufo e pomice dove si entra in contatto con un iniziale 100% di umidità. Qui le temperature oscillano tra i sei gradi invernali e i diciassette/diciotto estivi ed ogni grotta è dotata di un suo camino di areazione.
Le barriques che vi riposano godono dell’elevata umidità che porta a garantire un’ottimale tenuta, così da regalare un vino che dopo quattro o più stagioni di riposo si presenta assolutamente e “naturalmente” stabile.
“In questo ambiente nessuno ci ha capito ancora niente!”. Soprattutto tra le prime pareti troviamo lieviti e batteri, ma non tante muffe e proseguendo nei cunicoli ci imbattiamo in un presepe, che vuole rappresentare la quotidianità del paese, della famiglia di Gerardo e spezzoni di vita morale in generale.
Un’ emozionante installazione che distoglie in parte lo sguardo dal mondo del vino, pur iniziando con la rappresentazione di alcune scene di vendemmia e della fatica che si fa a portare l’uva in cantina, per mezzo dell’amato e odiato asino, dato che il contadino non si poteva permettere il cavallo. Il vino una volta torchiato deve riposare e non viene venduto subito (il valore del tempo). Nel frattempo, vengono accese le luci del paese da mastro Giovanni, mentre zia Filomena lava i panni. Si intravede la trattoria aperta da Rocc Falocc (di cui poi parlerò), dove all’esterno ci sono dei giovani senza soldi e uno di questi è senza una gamba, ricordando che la vita non fa sconti a nessuno.
Una luce ci porta alla casa del Notaio, adornata di libri, sottolineando il grande sapere, in una figura che media un po’ con tutti, popolo, briganti e preti e lo spazzacamino sopra al suo tetto richiama il concetto che è il momento di fare un po’ di pulizia anche in quella casa. Nella parte più alta quelli che non si arrendono mai, anche se uno di questi ha perduto un figlio e un altro intreccia canne per fare cestini, prodotti che nascono dalle semplici canne del valore di pochi spiccioli. Lì vicino c’è sempre e comunque una luce, quella di Gesù che è vicina a tutti anche a un uomo che si sente isolato ed è preda dei suoi dispiaceri.
Troviamo poi una donna incinta, un buon auspicio per il futuro che verrà e un uccellino propiziatorio e cantante sul suo nido.
Manca solo un pezzo, che dovrà essere inserito, speculare al presepe, che dovrà rappresentare le grotte di Rionero, dalle quali escono i briganti che depongono le armi e si ricongiungono al mondo civile. Ma tutto è governato nel punto più alto, da un orologio: ognuno di noi deve fare i conti col proprio tempo.
Proseguendo nella scoperta delle grotte, troviamo il vecchio palmento dove un tempo avvenivano le vinificazioni. Nella parte superiore si trova una croce su un mezzo cerchio (una mezza botte), simbolo dei palmenti del Vulture; metaforicamente la croce rappresenta Gesù che deve affondare le sue radici nelle botti per rendere il vino buono.
Lo stesso vino è stato individuato, con l’eucarestia, come il sangue di Cristo e i poveri contadini di un tempo affidavano i loro averi e le loro speranze alla buona riuscita di questo prodotto.
Tra gli ambienti si trovano due pozzi, ancora funzionanti e in una delle grotte si può notare un’apertura verso l’alto. Una notte Gerardo, assieme ad un collaboratore, presi dall’impeto di trovare qualche tipo di reliquia o tesoro nascosto, scavarono il tufo, fino ad arrivare alla camera da letto di una dirimpettaia!
Nella parte finale sono custodite alcune vecchie annate, dal 1998 ad oggi, con bottiglie finalizzate anche alla produzione de “Il Lascito”, un blend di venticinque annate, dalla prima in poi. Una di queste bottiglie, estremamente limitate e tutte numerate, è stata regalata dall’ex presidente del consiglio Mario Draghi a Mark Zuckemberg.
Prima di uscire si può anche notare la prima barrique utilizzata da Cantine del Notaio, regalata da un produttore abruzzese (Marramiero) ed oggi conservata come cimelio, nel ricordo degli albori di questa realtà.
Avendo citato Rocc Falocc è necessario spiegare che questo personaggio del paese di Rionero in Vulture, tale Cav. Gerardo Plastino, è stato un produttore di vino, emigrato in America, il quale ha poi investito il suo piccolo tesoretto in una taverna paesana ed è stato ribattezzato con questo soprannome in riferimento alla famiglia Rockefeller.
Riemersi dalla cantina, proseguiamo nelle varie stanze adiacenti agli uffici, dove si possono notare numerosi quadri e oggetti dell’epoca, in una sorta di piccolo museo delle terre lucane, oltre ad alcune vespe e modellini di vespa, passione di Gerardo.
Tra i vari quadri si può notare la foto di famiglia di nonno Gerardo, dove nessun componente porta preziosi, venduti per far studiare il figlio, o lo stendardo originale della vittoria di un palio locale da parte del bisnonno, grande appassionato di cavalli, che allevava e faceva riprodurre, con il benestare e l’incitamento del Governo, come testimonia un documento originale incorniciato.
Balza all’occhio anche uno strano strumento, denominato “N’taglia N’tacca” che serviva a monitorare la transumanza degli armenti segnando la consistenza del gregge (il numero di maschi, il numero di femmine e di agnelli) secondo “tacche” dal significato che solo il proprietario e il capo massaro conoscevano.
Pezzo di legno con le sue tacche che veniva diviso esattamente a metà, rimanendo uno in proprietà del titolare dell’azienda e l’altro al massaro senza che nessuno potesse più apporre altri segni, un po’ come una sorta di matrice e figlia dei tempi moderni. Strumento che venne utilizzato anche nelle compravendite tra venditore e acquirente quando questi non aveva i soldi per pagare. Così facendo non si perdeva il conto dello scambio commerciale, ma in tal caso l’esercente lo appendeva fuori alla porta del negozio e diventava una sorta di strumento di marketing per attirare i clienti nella logica di dire: “Vedi ho fatto credito a tanta gente prova a venire anche tu!”. Prima di andare ad assaggiare i vini di Cantine del Notaio uno sguardo anche alla vecchia imbottigliatrice manuale, con sole due vie di uscita per il vino, presagio di un lungo e ostico lavoro.
Per degustare alcuni dei vini di Cantine del Notaio ci spostiamo nella sala degustazioni superiore. Le bottiglie prodotte per anno sono circa seicentomila, divise in una ventina di etichette tra bollicine Metodo Classico, vini bianchi e rossi, oltre alla produzione di olio e distillati.
La peculiarità delle etichette dell’azienda è che tutti i nomi richiamano l’attività giuridica, principalmente notarile, professione di papà da cui ovviamente prende il nome la cantina. Tra questo troviamo “L’Atto”, “La Firma”, “La Procura”, “Il Protesto”, “Il Preliminare”.
Gli assaggi cominciano con “La Stipula Rosé”, bollicina Metodo Classico, a base di Aglianico, millesimo 2016, lasciata riposare sette anni sui lieviti, degorgiata e colmata con lo stesso vino della stessa annata. Al naso regala sentori di fragolina di bosco, ciliegia, agrumi, arancia rossa, ma anche note di erbe aromatiche come la salvia e la mentuccia. Al palato la bolla è fine, presenta una buona spalla acida, mineralità, discreta sapidità e persistenza.
La produzione dei vini Cantine del Notaio viene paragonata all’infusione del tè e alle quattro azioni determinanti per la buona riuscita del prodotto, ovvero la temperatura, il tempo, il rapporto solido-liquido e la frequenza di rimontaggio. Queste caratteristiche permettono, in campo enologico, di sperimentare e produrre infiniti vini. L’azienda sfrutta così il fattore tempo nella raccolta delle uve (che provengono dagli stessi vigneti) per ottenere un diverso grado di maturazione che possa essere sfruttato con un’adeguata tecnica estrattiva per ottenere vini diversi e facilmente distinguibili tra loro. Ogni vino è il frutto di un diverso periodo di raccolta delle uve, un differente contatto sulle bucce, così da poter ottenere prodotti finali differenti partendo da un blend delle stesse uve, posizionate in territori diversi.
Il secondo vino è “Il Rogito”, un Aglianico vinificato come un rosso, ma che si presenta come un rosato più carico ed affina per circa un anno in legno. I suoi sentori spaziano dalla frutta rossa, con un ricco lampone, alle note speziate e di erbe aromatiche in sottofondo, come la costante mentuccia fresca. In bocca entra fresco, con un buon sorso, discreta spalla acida, buona mineralità, un discreto corpo, tannino abbastanza presente e buona persistenza.
Passiamo a “La Firma” 2017, un secondo Aglianico che riposa dodici mesi in botti di rovere di primo, secondo e terzo passaggio. Al naso presenta sentori di frutti di bosco in confettura, con note di lampone, sentori di sottobosco, cioccolato, tabacco dolce, un tocco di rossetto e spezia oltre ad un sottofondo balsamico. In bocca presenta un maggiore corpo, un sorso più pieno, ma comunque fresco, minerale e di buona beva, tannino ben integrato e buona persistenza.
Il terzo Aglianico è il “Il Sigillo” 2016, che affina due anni in barriques di primo passaggio per un vino dove i sentori sono più evoluti, con note di sotto spirito, leggero sottobosco, un tocco ematico, bastone di liquirizia, cacao, cipria, noce moscata. Un vino ben integrato, con un grande corpo, pur mantenendo beva e freschezza, mineralità, discreta sapidità, tannino ben integrato e persistenza.
Concludiamo con “L’Autentica” 2022, con uve 70% Moscato e 30% Malvasia, che vengono appassite in cassetta. Il figlio prediletto di Gerardo che fermenta in legno di barrique nuova. Prodotto in sole seimila bottiglie, è un vino che regala note di albicocca disidratata, fichi secchi, miele, noci, datteri, carrubo, un tocco di zagara, un sottofondo tostato e di tabacco. Al palato emerge il suo equilibrio, con duecento grammi zucchero residuo sostenuti da una buona spalla acida, mineralità e discreta sapidità, con un sorso che si conclude con un’ottima persistenza.
Un saluto a Gerardo, alla sua Cantine del Notaio e allo spirito lucano, fatto di luce e speranza, che merita di essere valorizzato sia nazionalmente sia a livello internazionale.


