APPASSIONATO DI VINO - NO INFLUENCER

lunedì, 4 luglio, 2022

Assieme a Fulvio Bressan e famiglia a Farra d’Isonzo (Gorizia)

Una mattinata passata con la famiglia Bressan, Jelena, Fulvio, papà Nereo ed il cagnolino Bobo

15 Gennaio 2022

La seconda uscita del 2022 non poteva che essere nell’amato Friuli e più precisamente a Farra d’Isonzo, dove dal 1726 viene portata avanti, di generazione in generazione l’azienda Bressan.

BressanUn’azienda altisonante nel panorama del vino, che oggi viene condotta da Fulvio Bressan, nona generazione, e la moglie Jelena, con il sempre attivo supporto dell’ottava generazione allo scoccare dei novant’anni, Nereo Bressan.

L’accoglienza di Jelena parte in vigna, dove si concentrano quasi tutte le energie dell’azienda; i terreni sono, ad oggi, composti da circa ventiquattro ettari, che si estendono tra la DOC Collio e la DOC Isonzo (in cui risiede la percentuale maggiore delle proprietà). Qualche mese fa è stato acquistato anche un appezzamento adiacente alla cantina, di circa sei ettari, i cui impianti dovranno essere sostituiti con nuovi vigneti.

BressanTutte le vigne sono piantate con un andamento nord-sud, per godere della massima esposizione, scegliendo come tecnica di allevamento, nel vigneto di Pinot Nero che esploriamo, il guyot singolo, lasciando tra le quattro e le cinque gemme per pianta. Il Pinot Nero è uno dei vini più rappresentativi dell’azienda, eredità degli studi svolti in Francia da parte di Fulvio Bressan, che ha portato con sé sei diversi cloni di questa varietà, per poterli allevare nelle sue terre friulane.

BressanIl substrato in questa zona è misto, con parte di ponca e molto scheletro, sassi provenienti dal vecchio letto del fiume Isonzo, che diverse decine di millenni fa scorreva al posto di queste terre. Gli altri appezzamenti presentano terreni diversificati e talvolta insoliti, con più o meno prevalenza di ponca, e nel caso dello Schioppettino, situato nella frazione di Mariano del Friuli, Corona, questa marna arenaria trova una grande quantità di ferro. Grazie allo scontro della placca europea con quella africana è stato ereditato questo tipo di terreno che, in controtendenza ai più elogiati vini bianchi del Friuli, è estremamente favorevole alla coltivazione di uve a bacca rossa.

Nessun vigneto è inerbito, ma la terra viene mossa nella sua parte superficiale, con dei particolari aratri che sollevano la massa e la riposizionano senza creare solchi, per permettere alle radici di andare in profondità ed essere autonome in una situazione di stress, senza mai ricorrere all’irrigazione. Ogni dieci anni circa, viene usato del letame stallatico di cavallo; con alcune sperimentazioni degli ultimi anni mediante concime ovino, proveniente dalla Francia. La scelta dello stallatico di un ruminante, lasciato fermentare per almeno cinque anni, al fine di donare al terreno il giusto apporto di potassio, che possa essere “digerito” in maniera più benevola dalla terra, considerando che è pur sempre un agente aggiuntivo a quanto offre la natura. Si evitano concimi troppo liquidi e ricchi di sali non assorbibili, oltre a concimi di gallina o maiale, i più dannosi per il terreno.

BressanPer quanto riguarda i trattamenti viene utilizzato esclusivamente zolfo di miniera in polvere, comprato direttamente alla fonte, in Sicilia, e verderame in scaglie che vengono disciolte in acqua ed irrorate grazie a degli atomizzatori, al contrario dello zolfo che viene cosparso direttamente in polvere. Il ricordo di Fulvio va ai metodi che si utilizzavano un tempo, per proteggersi dalla peronospora: viste le numerose mucche che vi erano in paese veniva usato il siero del latte; “ma oggi è già tanto che ci sia una sola mucca in paese”.

Una delle idee che vuole portare avanti l’azienda Bressan è quella di poter dare spazio ad alcune vecchie varietà friulane, ormai quasi scomparse, come Cividino, Cilut, Refosco Bianco, potendole piantare, grazie ad un ricercatore locale che ne ha riprodotto alcune talee, nei nuovi appezzamenti, e poterne sperimentare la produzione, dandogli una nuova vita.

BressanLa resa media è di circa venticinque, trenta quintali per ettaro, frutto di una vendemmia manuale, che comincia solitamente in ottobre, a piena maturazione delle uve, ed un’attenta selezione già dalla vigna. La produzione dei vini Bressan varia dalle zero alle trentamila bottiglie per anno, senza mai comprare (ne vendere) alcun chicco d’uva.

Zero è un numero che nel 2005 ha caratterizzato l’azienda, ottenendo dalla vendemmia di venti ettari vitati, solo venti ettolitri di Schioppettino (uve definite in quell’anno “Highlinder”), che è una delle uve più generose tra quelle coltivate. Di questa varietà così generosa c’è da dire anche che se piove durante i giorni primaverili di impollinazione, la pianta non porta al frutto.

BressanDopo aver fatto un excursus nel vigneto più limitrofo, uno sguardo alla cantina, dove si trova una prima parte legata ai processi di vinificazione e una stanza che contiene circa trenta botti grandi e la metà in numero di tonneau, oltre ad alcune vasche in cemento che contornano parte della struttura, a scalare dalle più capienti a quelle più piccine.  Tutte le uve vengono lavorate senza raspi e lasciate per più o meno giorni a contatto, con la continua rottura del cappello, mediante delle griglie azionate con un compressore ad aria. Le fermentazioni sono tutte spontanee in acciaio, evitando i tini di legno, per prevenire la possibilità di inficiare i vini di acido acetico, rimasuglio di fermentazioni precedenti e inevitabilmente presente all’interno della materia porosa del legno. Un’attenzione al minimo particolare, partendo dagli acciai, prodotti da un’azienda di Bolzano, con saldature manuali, e materiali di elevata qualità.

BressanLe botti sono prodotte principalmente da due mastri bottai e vedono l’utilizzo di diverse tipologie di legno, oltre al classico rovere di slavonia, ritornando ai materiali utilizzati un tempo, quali ciliegio selvatico, pero, castagno, acacia e gelso (il legno più frequente in Friuli, grazie agli allevamenti dei bachi da seta). Tutte le botti sono piegate a vapore e non tostate, evitando rilasci troppo intensi e prevenendo la cessione delle quercitine (tannini del legno) usando doghe molto stagionate. Per ottenere una stagionatura ottimale è necessario utilizzare legni che siano stagionati almeno un anno per ogni centimetro e mezzo di larghezza della doga stessa. Queste sono, inoltre, ricavate da tagli a spacco e non mediante sega circolare, che va ad inficiare sulla qualità della materia e la riduzione dei pori del legno, impattando sull’affinamento del vino.

BressanUna volta in Friuli si usavano le botti da sette ettolitri, chiamate Stretin, ma in realtà erano da sei e settanta e quando gli osti venivano a sceglierle, il vignaiolo gli fregava già in partenza trenta litri di vino!”

I vini, che non vengono filtrati, affinano in maniera ossidativa nei legni di grande e più piccolo formato, evitando, però, l’utilizzo delle barrique, per poi essere stabilizzati in acciaio o cemento con lo scopo di far abituare il vino alle bottiglie, in cui l’ambiente è di conseguenza riduttivo.

In cantina affinano di media cinque annate di vino, tra botti e bottiglie, con un 75% di vini rossi e il restante di bianchi, oltre ad un Moscato Rosa, in limitati esemplari.

L’azienda Bressan, fondata dal capostipite Giacomo Bressan nel 1726, giunta quasi alla decima generazione, ha visto l’ingresso di Fulvio, dopo essersi laureato in psicologia clinica e aver lavorato in tutt’altro settore, oltre agli studi a Bordeaux e le esperienze in Borgogna, dove ha sicuramente trovato una grande ispirazione per la conduzione dell’azienda e di cui se ne può respirare il sentore in più sfaccettature. Il padre Nereo gli ha lasciato spazio, ma come tutti i giovani dinamici e con manie di omniscienza, qualche contrasto di idee c’è sempre stato e sempre ci sarà. Soprattutto nel tempo di vendemmia quando Nereo, ancora oggi, “va in fibrillazione” vedendo i carri e trattori di altre aziende che raccolgono le uve e il figlio temporeggia. Un temporeggiare dettato dalla volontà di avere l’uva a piena maturazione, concetto che un tempo non esisteva, essendo la raccolta sia fonte di sostentamento sia fonte di reddito ed era necessario raccogliere i frutti della vigna prima che succedesse qualsiasi avversità metereologica.

Un esempio tangibile nel 2021, anno nel quale la vendemmia del Pignolo è cominciata il primo novembre, dopo una pioggia di fine ottobre, l’attesa di una settimana nella quale si sono asciugate terre ed uve, sortendo una vigoria impressionante e una qualità delle uve. Pignolo che dal 2004 al 2009 non è stato prodotto, vista la scarsità e la poca qualità delle uve di quelle annate.

BressanPapà Nereo, che nel frattempo ci ha raggiunti, è ancora attivo nella vita dell’azienda, alla sua veneranda età di novant’anni, caratterizzato da una lucidità nei ragionamenti (bilingue: italiano e friulano) e dalle provocazioni rivolte a Fulvio.

La provocazione che ogni anno ricorre, quando assaggia i vini del figlio, per non ammetterne palesemente la bontà e qualità si sintetizza in una frase: “le zucche più grosse vengono sempre al contadino più stupido”.

Nereo Bressan è stato uno dei primi fondatori del Consorzio Collio, consorzio da cui Fulvio ha deciso di uscire nel 2000, per alcune divergenze nelle idee e nella filosofia con cui porta avanti la sua realtà.

Una filosofia quella di Fulvio Bressan che è sicuramente da approfondire, ma se ne può scorgere gran parte da una riflessione che ha condiviso: “quando aveva cinque anni mio figlio mi ha chiesto se questa terra fosse mia e gli ho risposto chiedendogli se alla mia morte la mia terra fosse venuta in bara con me. La risposta di mio figlio è stata ovviamente un no, ma questo per fargli capire che siamo qui settanta, ottanta, novant’anni a rompere le scatole ad un mondo che ne ha milioni di anni”.

BressanDopo questa riflessione non ci resta che assaggiare qualche calice di vino, partendo dal bianco “Carat”, un nome attribuibile ai carati dell’oro, a richiamare il suo colore, oltre ad un cenno storico a quelli delle navi, solitamente composte da ventiquattro carati, numero divisibile per tre; tre come le uve di questo vino. 2018, blend di campo di Tocai, Malvasia e Ribolla Gialla, uve vendemmiate e vinificate assieme sfruttando le caratteristiche principali di ogni vitigno. Dopo un contatto con le bucce, segue una fermentazione a temperatura controllata e un affinamento in botti di diverso formato, per poi lasciar stabilizzare l’unione delle masse ottenute in acciaio o cemento. Un vino dalla frutta matura, pesca gialla, erbe aromatiche, salvia, note ammandorlate, spezie, sentori di miele con un gusto pieno, buona sapidità ed acidità, minerale e persistente.

BressanUn assaggio anche al Moscato Rosa 2016, “Rosa Antico”, le cui uve sono state importate con l’avvento degli austriaci nel 1625, utilizzate in patria per la produzione degli Ice Wein. In Friuli, a causa delle temperature più miti si sono ritrovati con il Wein, ma senza l’Ice, pertanto hanno iniziato a produrre dei vini secchi. Per la prima volta, nel 2016, Fulvio Bressan ha deciso di affinare questo vino per cinque anni in legno di acacia e pero, per poter eliminare quelle note amare che rilasciano i vini aromatici, ricchi di pirazine. Un processo lungo e graduale che grazie al tempo e all’utilizzo di legno neutro ha donato un maggior equilibrio a questo vino, pur mantenendo le note aromatiche caratteristiche del Moscato Rosa.

Al naso a farla da padroni sono i sentori floreali, note di rosa, ma anche fiori di pesco e note fruttate, di piccoli frutti rossi, fragoline e frutti di bosco non troppo maturi, con un sottofondo speziato, di pepe bianco. In bocca entra fresco, pieno e deciso, con un’ottima struttura, minerale, una moderata acidità, sapidità e un finale dalla delicata trama tannica.

BressanDeliziati anche da un tagliere di affettati locali, concludiamo tra le chiacchiere, con il Pinot Nero 2016 prodotto da Fulvio Bressan. Dopo una lunga macerazione sulle bucce e una fermentazione di circa trenta giorni questo vino viene affinato per almeno cinque anni in botti di legno di diverso formato e ulteriori due anni in bottiglia, in seguito ad una stabilizzazione in vasche di acciaio o cemento. Al naso un alternarsi di sentori, che spaziando dalla frutta rossa, la ciliegia matura, il rabarbaro e note tostate, quasi fumè, con spunti di rosmarino, sentori di chiodi di garofano e sottobosco. Al palato è elegante, con un’ottima acidità, buona mineralità, verticale e persistente, con un sottofondo tannico che accompagna la parte finale del sorso.

Lo sguardo verso il futuro vede come protagonista il figlio di Jelena e Fulvio, Emanuele, che sarà il primo enologo in cantina, studiando enologia ad Udine, al suo secondo anno.

BressanIn attesa di tornare presto a far visita all’azienda Bressan, maglietta numero 129 per Fulvio e Nereo, a cui abbiamo strappato una foto!

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