Tarda mattinata di sole cocente alla scoperta dell’azienda Domenico Clerico, in compagnia del direttore generale Oscar Arrivabene
27 Giugno 2024
Partenza all’alba da casa per incontrare Oscar Arrivabene, direttore dell’azienda Domenico Clerico, di Monforte d’Alba. Giornata di sole cocente in Barolo, dopo un inizio di stagione di pioggia, che non ha ancora cessato di scendere sui vigneti. Ci immergiamo subito nella storia di questa storica realtà fondata ufficialmente da Domenico Clerico nel 1978 e condotta in prima persona, assieme alla moglie Giuliana, fino alla sua scomparsa nel 2017.
Facciamo un passo indietro, per capire le origini di Domenico Clerico, il quale proveniva da una famiglia di agricoltori, che non facevano vino, ma si occupavano per lo più della produzione di frutta, tra cui pesche, prugne ed albicocche. Oltre ai frutteti era presente circa un ettaro di vigna, dalla quale ricavavano uve atte alla vendita. A completamento dell’attività agricola anche una parte di allevamento di capi di bestiame e alcune aree dedicate al foraggio per alimentarli. L’azienda era condotta interamente dal padre Clemente, pertanto Domenico intraprese una sua strada, prima come commerciante di olio d’oliva, poi come titolare d’azienda, facendo emergere fin da giovane le sue doti imprenditoriali. Papà Clemente si ruppe la schiena e fu, quasi, costretto a coinvolgere il figlio nell’attività di famiglia, accettando le regole più moderne ed innovative che quest’ultimo aveva. Il decorso dell’azienda è stato quello di abbandonare gradualmente le varie attività per dedicarsi alla viticoltura e alla trasformazione delle uve. Fin da subito Domenico Clerico ha voluto valorizzare le varietà autoctone come Nebbiolo, Barbera, Dolcetto e Freisa, rimanendo sempre integro rispetto alla tipicità del territorio. Non si è mai voluto iniziare a produrre vini bianchi o bollicine o ancora Baroli Chinati.
Le alternative a cui ci si trovava davanti erano quelle di inseguire e soddisfare il mercato con le richieste dettate da mode e/o cambiamenti repentini di stile oppure di impostare l’azienda sulla produzione di vini di qualità, dai lunghi affinamenti, rispettando la già citata tipicità di quelle terre. La prima strada sarebbe stata decisamente più semplice e remunerativa in tempi stretti, ma si è scelto di intraprendere la strada più lunga e tortuosa. Soprattutto per quanto riguarda il Barolo, vino che aveva già il suo prestigio, ma non la notorietà che lo ha caratterizzato negli ultimi vent’anni. Ci si è voluti affacciare ad un mondo ancora poco esplorato, proponendo sul mercato un prodotto che il pubblico non era abituato a bere. I consumatori erano più rivolti verso i Bordeaux e i rossi più carichi, sia di colore che di corpo. Puntare su un vino che si presentava scarico di colore e con un’eleganza da aspettare, è stata la via dell’azzardo, chiave del successo di questa realtà.
Durante gli anni ’80 si consumavano per lo più Dolcetto e Barbera e, al fine di far conoscere il Barolo, è stato prodotto un vino (diventato in seguito uno dei simboli dell’azienda), chiamato “Arte”, blend di Barbera e Barolo.
Una curiosità sugli inizi dell’attività di Domenico Clerico è che quando è stata fondata l’azienda gli è stato affidato il codice di imbottigliatore “CN52”, ovvero la cinquantaduesima azienda con la licenza di imbottigliare in provincia di Cuneo. Alla sua scomparsa, con il passaggio di proprietà alla moglie Giuliana, nel 2017, il nuovo e attuale codice è “CN10017”, così da essere l’azienda diecimila diciassette che imbottiglia vino in provincia di Cuneo. I numeri e l’evoluzione che si è avuta negli anni non hanno bisogno di commenti!
Un punto di rottura è decisamente stato lo scandalo del metanolo, a fine anni ’80, così da far capire ai consumatori di vino che la qualità si trovava nelle produzioni in campagna e non negli artifizi che “venivano creati” in città. Un primo ritorno alla ruralità e all’idea del buon bere che ha fatto inserire una nuova marcia al territorio del Barolo.
Parlando di vigna, ai pochi ettari di Dolcetto si sono aggiunti nel corso degli anni diversi appezzamenti, tra cui tremila metri in Bussia, Ciabot Mentin nel 1981, Pajana dieci anni più tardi, nel 1995 Per Cristina, fino al 2006, primo anno di produzione di Aeroplanservaj, a Serralunga. Una delle peculiarità del substrato dove sorgono le vigne è la ricchezza di potassio, in terreni di matrice calcarea, con la caratteristica di trattenere molta acqua.
Oggi l’azienda conta un totale di venticinque ettari vitati, tutti compresi nel comune di Monforte d’Alba ad eccezione di un ettaro a Serralunga. L’azienda è certificata BIO in campagna, utilizzando solamente rame e zolfo per i trattamenti a copertura, oltre alla confusione sessuale e la letamazione con sola materia proveniente da vicini allevamenti organici.
Nel corso degli anni è entrato a far parte dell’azienda Oscar, prima come enologo a fianco di Domenico, per poi prendere un ruolo più commerciale ed infine di direzione generale. Nella sua carriera si possono contare alcune esperienze in aziende italiane, tra le zone di Montalcino, Valtellina, Collio, ma anche internazionali, lavorando in Australia, fino a stabilirsi, ormai da dieci anni, in Piemonte. Assieme ad Oscar c’è anche Giuliana, moglie di Domenico, che è presente ogni giorno in cantina e promuove l’azienda di famiglia in prima persona, sempre pronta ad affiancare i vari team nelle lavorazioni.
Assieme ad Oscar diamo uno sguardo alla cantina, che, come per la sala degustazioni è in fase di rinnovo, con alcuni lavori di ampliamento e restauro. Cantina che è stata costruita nel 2006 e c’è da sottolineare il fatto che le terre dove si trova sono state acquisite grazie ad uno scambio, ad oggi impensabile. Si sono scambiati seimila ettari di meleto con seimila metri di terra edificabile.
Nella prima area si trovano le vasche d’acciaio, sia più recenti, sia di oltre trent’anni, utilizzate sempre più in formati più contenuti (quaranta, trenta e anche dieci ettolitri), pensionando quelle da cento ettolitri. Questo per rispettare le micro vinificazioni che avvengono per parcella, vendemmiate anche in soli due/quattro filari per volta, così da ottenere la massima qualità da ogni appezzamento e creare successivamente il più corretto blend, dopo i vari assaggi e pianificazioni.
Tutte le uve, dopo essere state diraspate, fermentano in acciaio, grazie all’inoculo di lieviti tipici per ogni varietà, selezionati nel territorio, ad eccezione dei Barolo, dove la fermentazione è spontanea. Il processo di trasformazione avviene in maniera molto lenta, evitando rimontaggi eccessivi, così da non controllare in maniera esagerata le temperature.
Al piano inferiore troviamo la cantina degli affinamenti, dove riposano botti di diverso formato, sia barrique che botti grandi, di legno francese ed austriaco. Tra il legno possono notare anche alcuni clayver e anfore di terracotta, utilizzate in via ancora sperimentale, per capire l’evoluzione delle uve e dei vini in quella tipologia di contenitori.
Questo per rispettare la filosofia aziendale di voler sempre cercare qualcosa di alternativo, senza mai fermarsi, per consolidare in ottica migliorativa il pregresso.
A riempire le pareti alcuni quadri che hanno rappresentato le etichette di “Arte”, frutto di una sorta di contest che viene organizzato annualmente, coinvolgendo alcuni artisti emergenti.
Le bottiglie che vengono prodotte dall’azienda Domenico Clerico sono circa centoventi/centoquaranta mila per anno, di cui metà sono rappresentate dai Barolo e l’altra parte dalle varietà locali. Nella gamma di etichette troviamo un Nebbiolo, “Capisme” (“capiscimi”) e un Dolcetto, “Visadì” (che significa “come a dire” in dialetto piemontese), che affinano in solo acciaio; “Arte”, per cui si utilizzano barrique nuove; la Barbera, “Trevigne”, che affina per metà in barrique e per l’altra metà in botte grande ed infine tre Barolo, i quali di media affinano per il 90% in botti grandi e 10% in barrique. Questa non è ovviamente una regola fissa, ma varia in base all’annata e alla qualità delle uve, analizzando di che tipologia di processo di affinamento possono aver bisogno. Per quanto riguarda i Barolo troviamo il Barolo del Comune di Monforte d’Alba, “Pajana” (dal nome della cascina sopra alle vigne e della sottozona stessa) e “Ciabot Mentin” (sempre in dialetto “cascina di Clemente”, dedicato al Mentin da cui Domenico acquistò la vigna, compresa di cascina), entrambi da Ginestra; “Percristina” (dedicato alla figlia Cristina, mancata in giovane età), ottenuto da uve provenienti da Mosconi ed “Areoplanservaj” (dal nomignolo che il papà dava al figlio Domenico da giovane, “aeroplano selvatico”, con il significato di sognatore e spirito libero), dall’appezzamento Baudana di Serralunga d’Alba. Dallo scorso anno si è iniziata una collaborazione nella gestione di un vigneto nella menzione geografica di Perno, pertanto, quando sarà pronta, verrà aggiunta alla linea dei vini Domenico Clerico, una nuova etichetta.
Per assaggiare i vini ci accomodiamo nell’ufficio dei Giuliana e Oscar, sempre a causa dei lavori in sala degustazioni, che magari ci sarà modo di toccare con mano alla prossima gita in Barolo. Partiamo con l’assaggio di “Capisme”, il Langhe Nebbiolo, annata 2023 con uve provenienti da Bricco San Pietro e affinamento in solo acciaio. Un vino fresco, dai sentori di fragola, ciliegia, note di sanguinella, spunto ematico e leggera violetta. In bocca rispecchia la freschezza dell’olfatto, con una buona spalla acida, buona beva, discreta mineralità e sapidità, tannino abbastanza delicato e discreta persistenza.
Passiamo ad “Arte” 2022, di cui ne sono state prodotte circa seimila bottiglie. Questo vino è da sempre stato il simbolo dell’azienda di Domenico Clerico, il punto di partenza per farsi conoscere sul mercato, il quale oggi trova il suo continuum come una sorta di “esercizio di stile”, per sé stessi e per il pubblico finale, la capacità e la padronanza nell’utilizzo delle barrique in ottica moderna e bilanciata. Vino ancora nei suoi primi mesi di vita, il quale regala note di frutta più scura, mora, mirtilli, ma anche note di marasca e sotto spirito, che lasciano poi spazio a liquirizia, tabacco, vaniglia e noce moscata. In bocca entra con un buon corpo, ma discreta freschezza e spalla acida, un tannino ancora da addomesticare e una buona persistenza.
Proseguiamo con il Barolo “Comunale”, riassunto dei vigneti di Nebbiolo atto a Barolo dell’azienda, il quale vuole rappresentare a pieno le caratteristiche di Monforte d’Alba. Un 2020 che si presenta fresco al naso, con ribes, ciliegia, sanguinella e un terziario che arriva in un secondo momento, con note speziate, un tocco di vaniglia e leggero sottobosco, con una velata balsamicità ad accompagnare tali sentori. In bocca è fragrante, con una buona acidità, abbastanza minerale e sapido, un tannino scalpitante e discreta persistenza. Un vino che regala il meglio di sé con qualche anno in più sulle spalle.
Infine ci dedichiamo ai due Cru di Barolo “Pajana” e “Ciabot Mentin”, entrambi annata 2020 ed entrambi appartenenti alla stessa menzione, Ginestra. Nel primo caso le uve provengono da un terreno più fertile e ricco di sabbia, a trecentocinquanta metri sul livello del mare, con esposizione sud-est, mentre nella seconda vigna troviamo un terreno completamente marnoso, caratterizzato dalla marna di Sant’Agata Fossile, esposizione ad est e altitudine di quattrocentoventi metri.
“Pajana” si presenta al naso più esplosivo, con note più fruttate, di sanguinella, ma anche un tocco ematico, di grafite e polvere da sparo. In bocca entra dritto, con un’ottima freschezza e verticalità, spalla acida, un tannino abbastanza dirompente e buona persistenza.
“Ciabot Mentin” è più timido al naso, con note che tendono più al sottobosco, vaniglia, cioccolata, ma anche una costante balsamicità e sentori di anice stellato. In bocca è più largo, con un maggiore corpo, tannino già più fine ed integrato e una maggiore persistenza.
Un ringraziamento ad Oscar e Giuliana per avermi consentito di fare un’immersione nell’azienda Domenico Clerico, a cui viene consegnata la maglietta numero 346.


