Najma, con Elisabetta e Andrea tra le campagne di Pasiano (Pordenone)

Una mattinata assieme ad Elisabetta e il figlio Andrea per scoprire la storia dell’azienda Najma, tra le campagne di Pasiano di Pordenone

20 Giugno 2024

Una mattinata di passaggio tra le campagne limitrofe a Pasiano di Pordenone per scoprire l’azienda famigliare creata da Elisabetta, con il supporto del figlio Andrea, Najma. Per raggiungere questa realtà è necessario varcare un grande cancello, che funge da confine tra il mondo esterno e quasi cento ettari che la compongono.

Un lungo viale d’ingresso lascia immaginare le varie attività che si portano avanti in queste terre, caratterizzate non solo dall’allevamento della vite e dalla produzione dell’uva.
Solo parte della campagna è dedicata ai vigneti, circa venti ettari disposti in un unico corpo, ma prima di approfondire le caratteristiche di Najma, andiamo a tuffarci nella sua storia, narrata da Elisabetta.

Andando indietro di più di duecento anni, si può indicare come prima data certa il 1820, anno in cui si trovano le prime testimonianze scritte dell’attività della famiglia della mamma di Elisabetta. I Coletti erano commercianti di legname, si rifornivano nei boschi della Carnia e del Cadore per poi trasportare e vendere questa materia prima a Venezia, città eretta e costruita su palafitte di legno.
L’area di Pasiano risultava a metà strada per gli scambi, location ottimale grazie ai fiumi, Sile Piccolo, Fiume e Livenza, un tempo ben collegati con il capoluogo serenissimo.

Nel corso degli anni si acquistarono i primi terreni che vennero dedicati alla coltivazione di seminativi per la vendita, oltre alla produzione di uva e ortaggi, per lo più dedicati all’autosostentamento dei mezzadri. Ogni casa era anche dotata di una stalla, sia per l’autoproduzione del latte, sia per la carne, oltre ad un solaio dedicato ai bachi sa seta, una delle prime fonti di reddito dell’epoca.
Agli inizi del 1900 la famiglia Coletti vinse anche un premio legato alla lotta alla pellagra, risultato del miglioramento della qualità della vita che offrivano ai propri collaboratori, che risiedevano nei casoni, ancora oggi sono presenti nella proprietà, più o meno restaurati.

Dalla mezzadria si è passati all’agricoltura moderna, con la generazione di mamma Clara Casali e papà Marco Chichellero, fino ad arrivare al 2000 quando l’attività è passata in mano ad Elisabetta.
Nel 2002 Elisabetta ha deciso di rivalutare quei nove ettari vitati, creando un nuovo impianto e sostituendo le vecchie viti, con un più nuovo impianto di Cabernet Sauvignon. Nell’arco di dieci/dodici anni si è passati ad avere circa venti ettari vitati, tra cui oggi si trovano anche Refosco, Merlot, Pinot Nero, Pinot Grigio, Chardonnay, Ribolla Gialla e Glera (che copre circa otto ettari).

In prima battuta si vendevano le uve esclusivamente a cantine private che volevano acquistare uva di qualità, fino ad iniziare la propria attività di produzione di vino ed imbottigliamento.

Oggi il vigneto, basato su un terreno prettamente argilloso (un tempo c’erano diverse fornaci che producevano mattoni e si racconta che ci fosse anche una fornace romana), viene condotto a seconda delle regolamentazioni SQNPI, con rame e zolfo e i prodotti che consente questo disciplinare di sostenibilità. Si integra, ove possibile, con altre tipologie di prodotti, come il geraniolo per proteggere dall’oidio, il caolino dopo le cimature, ma anche la lotta agli insetti antagonisti con i vari predatori. I filari sono inerbiti spontaneamente e lo scorso anno si è provato ad inerbire anche con un supporto di un miscuglio di piante apifere.
Lo scopo ultimo è quello di continuare la ricerca verso una maggiore sostenibilità, che, allo stesso tempo, permetta di portare a casa il raccolto.

Anche il figlio Andrea ha intrapreso la strada dell’agricoltura e, oltre a supportare mamma Elisabetta nella conduzione di Najma, gestisce in autonomia e con una propria filosofia la sua parte di campagna, dedicata per lo più a seminativi.

Le vinificazioni sono gestite da una cantina terza, che permette all’azienda di seguire tutto il processo di trasformazione delle uve, con serbatoi dedicati e con la garanzia che ciò che entra in cantina in formato d’uva di proprietà si trova come risultato nelle proprie bottiglie.
In una delle strutture si trova quella che era la vecchia cantina, dove sono ancora presenti le botti in cemento e legno, all’interno della quale avveniva una parte di trasformazione delle uve per produrre vini fermi, oggi però è stata dismessa e lasciata nella sua conformazione originaria.

Le bottiglie ad oggi prodotte sono circa trentamila, pur avendo l’obiettivo di crescere gradualmente. Queste si dividono in cinque etichette: Prosecco DOC Extra Dry, Prosecco DOC Brut, Prosecco DOC Millesimato, uno Spumante Rosè, Metodo Martinotti medio-lungo, a base di Refosco e un vino bianco fermo, frutto dell’uvaggio di campo di Chardonnay e Ribolla Gialla (rispettivamente circa 60% e 40%).
Curiosità è che Najma lavora con cloni diversi di Glera per i Prosecchi che si vogliono ottenere; due cloni per l’Extra Dry, due per il Brut e quattro più il vecchio clone Balbi (uno dei più difficili da trovare), per il Millesimato.

Un’altra chicca è la storia del nome, che proviene da una barca lasciata da un amico italo-americano. Philip, un broker nel campo del petrolio, si innamorò di Venezia e decise di trasferirsi in città, conoscendo tra i suoi giri lavorativi nel mondo una ragazza algerina, Najma, portandola con sé a Venezia e dedicandole la sua barca a vela.
Per raggiungere la barca si fece costruire un’altra imbarcazione, un “Sandalo Pupatrin” (dalla poppa rialzata) che fungeva da tender alla barca principale. Anche questa è stata chiamata Najma e, quando decise di partire con la sua amata a bordo della barca a vela, regalò il Sandalo al suo gruppo di amici veneziani.
Barca rilevata in seguito dalla famiglia di Elisabetta, che la restaurò, facendola diventare uno dei simboli dell’azienda. La barca, un tempo divisa in tre pezzi è stata saldata, e si può portare sia a remi sia a vela; quest’ultima tecnica più frequente un tempo, issando vele colorate così da riconoscere anche in mare aperto i vari membri delle imbarcazioni.
Ricercando il nome per battezzare il Millesimato, per evitare di uscire nel mercato con un ulteriore Prosecco, Najma è stata la scelta che poi ha preso piede anche per tutta l’azienda.
Il significato di Najma è “preziosa” o “stella”, stella come uno dei simboli che ha da sempre rappresentato il logo di famiglia, rimodernato e scelto ancora oggi per questa piccola realtà vitivinicola.

Parlando di futuro, oltre alla crescita in numero di bottiglie, pur limitata, c’è la volontà di restaurare uno dei casoni presenti all’interno della proprietà, per creare un agriturismo. Un progetto che vuole partire dalla struttura ricettiva con camere, per poi espandersi ad uno spazio per l’attività fisica, sale per eventi e una piscina.

In attesa di toccare con mano il nuovo volto ricettivo di Najma e assaggiare i vini portati a casa, maglietta numero 345 per Elisabetta.

P.S. non poteva mancare una carezza al gatto Tobia che ha adottato questo posto come sua residenza.

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