Eredi dei Papi, in compagnia di Chiara e Lorenzo per toccare con mano una giovane realtà immersa tra i Castelli Romani
05 Settembre 2025
Risalita verso il Veneto che vede un’ultima tappa tra i Castelli Romani, precisamente tra le campagne del paesino di Monte Compatri, situato a nord est di Frascati, per incontrare i protagonisti di Eredi dei Papi.
Seduti nella parte esterna di questa giovane azienda, in compagnia dei vari bassottini, tutti adottati, che gironzolano liberi nella proprietà Artù, Lilly, Mauriac e Montalbano, andiamo ad approfondire la sua storia assieme ai fratelli Chiara e Lorenzo, oltre alla loro collaboratrice Giulia, che si occupa di accoglienza, enoturismo e di eventi in cantina.
Le radici di Eredi dei Papi si possono individuare nel nonno materno Francesco Papi, il quale aveva iniziato la coltivazione della vigna per la produzione di uva, principalmente da tavola, dedicata alla vendita nel nord Europa, acquistando la tenuta dove ci troviamo oggi al fine di espandere e consolidare la sua attività.
Nell’area dei Castelli Romani la coltivazione di uva da tavola era molto diffusa fino agli anni Ottanta, quando, anche in Sicilia, esplose lo stesso business, scatenando così un abbassamento dei prezzi tale che non era più conveniente impegnarsi in questa attività.
Per questo motivo, a fine degli anni Ottanta, si iniziarono ad espiantare le vigne atte ad uva da tavola, sostituendole con altre varietà, per iniziare la produzione di uve da trasformare in vino. In questo percorso nonno Francesco è stato affiancato da papà Pietro, fino alla scomparsa del suocero, che causò anche l’abbandono della produzione, poiché sia Pietro sia la moglie Anastasia si occupavano principalmente di altre mansioni.
I vigneti furono affittati ad aziende terze, così da poter mantenere le piante e la produzione, mentre i locali di trasformazione del vino vennero chiusi.
Col passare degli anni, i figli della coppia divennero grandi ed iniziarono la loro carriera lavorativa: Chiara ha lasciato l’Italia a diciannove anni per lavorare in una multinazionale del settore del tech, mentre Lorenzo, dopo un anno di studi in giurisprudenza, ha abbandonato questa strada per iscriversi alla facoltà di enologia, grazie forse a qualche retaggio del DNA del nonno che gli ha trasmesso la passione per questo settore.
La storia della famiglia di Chiara e Lorenzo ha preso una strada triste quando, a distanza di poco tempo, sia la madre sia il padre hanno appreso la notizia che, a causa di una malattia, non avevano molta aspettativa di vita. Così, i fratelli, presero una decisione alquanto inaspettata, quella di abbandonare il percorso che stavano facendo, per tornare a casa e portare avanti un progetto condiviso che li potesse unire maggiormente ai genitori.
Una sorta di “piano zeta” per Chiara e un “punto interrogativo” per Lorenzo, che iniziarono a progettare un’azienda ex-novo, pianificando tutte le attività con l’aiuto dei genitori; definendo che tipologia di varietà allevare, quali vini produrre, come produrli, rispolverando l’esperienza di papà Pietro che ha supportato per anni nonno Francesco.
Questa scelta è stata supportata da un professore universitario di Lorenzo, il quale, dopo aver visto il patrimonio vitato di famiglia, ha quasi obbligato il giovane a riprendere tale attività. Professore che negli anni è diventato amico, mentore e consulente dell’azienda.
Un percorso che ha visto i due fratelli a fianco dei genitori nei loro ultimi momenti, il quale si è concretizzato nella prima vendemmia ufficiale del 2018, finalizzata alla trasformazione delle uve e alla produzione dei primi vini in bottiglia.
Oggi Eredi dei Papi vede come protagonisti Chiara che si occupa della parte commerciale ed amministrativa, mentre Lorenzo di vigna e produzione. Gli ettari vitati in produzione sono sette, di cui circa l’80% fa parte del patrimonio del nonno, con varietà piantate da lui, tra cui: Malvasia, Grechetto, Montepulciano e Syrah, oltre agli impianti più recenti di Malvasia Puntinata e l’autoctono Cesanese del Piglio.
Piccola parentesi, un tempo dalle piante più storiche si ottenevano fino a duecentocinquanta quintali d’uva per ettaro, accorciandone oggi i tralci e riducendone di molto la produzione, con rese odierne tra i trenta e i novanta quintali ettaro, a seconda della varietà.
In vigna è stato realizzato il processo di conversione al biologico, utilizzando solo trattamenti di copertura, con rame, zolfo, l’aiuto di chitosano e tannini, che fungono da ossidanti anti-fungini. L’inerbimento viene controllato, talvolta manualmente, al fine di limitare i passaggi del trattore in vigna, con un presidio costante tra le piante per equilibrare la produzione anche in annate difficili come la 2023, in cui la peronospora ha preso il sopravvento in molte aree. Sicuramente due alleati molto importanti sono la ventilazione costante e la tipologia di terreno, che non permette ristagni di umidità.
Il sottosuolo dei Castelli Romani è caratterizzato per essere di origine vulcanica, in quanto l’areale giace sui pendii dell’antico Vulcano Laziale, a sud di Roma, che ha visto la loro ultima attività eruttiva, di matrice principalmente piroclastica, circa trentamila anni fa. Questa, ha lasciato un substrato abbastanza eterogeneo, che può cambiare di metro in metro in profondità, con rocce più affioranti o più nel sottosuolo, lasciando spazio a suoli argillosi e sabbiosi, con il minimo comun denominatore di aver una grande capacità di drenaggio.
All’interno del vecchio casale del 1600 di stampo ecclesiastico, pur essendoci testimonianze che le sue fondamenta risalgono ai tempi di Caligola trattandosi, in origine, di una residenza patrizia, oggi è stata ricavata sia l’abitazione di famiglia, oltre ad una parte di cantina. Nel 2020 sono iniziati anche i lavori per la creazione di un nuovo ambiente dedicato alla trasformazione delle uve, ma anche all’accoglienza, ricavando shop e sala degustazioni sia interna sia esterna, inaugurata nel 2024.
Nell’area più storica sono rimaste gran parte delle vasche in acciaio utili alle fermentazioni ed affinamenti, oltre ad alcune barrique di rovere rigenerato e un paio di botti in castagno.
L’azienda negli anni è diventata totalmente autonoma per l’alimentazione energetica, grazie all’installazione dell’impianto fotovoltaico.
Il disclaimer aziendale si è fisiologicamente individuato nella frase “Giovane passione, antico amore”, sottolineando sia le origini storiche dell’azienda, da cui trae anche il nome, sia lo spirito giovane e la sua breve storia nel panorama del vino.
La produzione media di Eredi dei Papi si attesta sulle trentacinquemila bottiglie, con l’obiettivo di arrivare a cinquantamila nei prossimi anni, grazie ai nuovi impianti, il ripristino di alcuni dei più vecchi, ma senza inficiare sulla qualità dei prodotti finali. Le etichette al momento sono sette e si dividono in tre bianchi: la Malvasia Puntinata in purezza “Albagia”, unica a far parte della DOC Roma; Grechetto “Schietto”; il blend di Malvasia Puntinata e Grechetto al 50%, “Caparbio”, tutti vinificati ed affinati in acciaio. Tra le fila dei vini rossi troviamo: il blend di Syrah e Montepulciano “Composto”, che affina un anno in acciaio e quattro mesi in barrique; il “Neralbo”, Syrah in purezza frutto di una selezione delle migliori uve, fermentazione in acciaio, affinamento di dodici/diciotto mesi in barrique, per poi riposare altri dodici mesi in acciaio e almeno sei in bottiglia. Troviamo, infine, un’interpretazione “pop” di Montepulciano, che viene utilizzato per la produzione di “Fuori Onda”, una bolla Metodo Classico Brut che affina ventiquattro mesi in bottiglia prima della sua sboccatura.
Negli ultimi anni, grazie alla volontà di sperimentazione e all’animo dinamico di questa giovane azienda, è nato anche un quarto bianco “Galatea”, una Malvasia Puntinata in purezza il cui mosto, finita la prima fermentazione tumultuosa, viene trasferito in due botti di castagno da trecentocinquanta litri, dove finisce il processo fermentativo e riposa per otto mesi, senza effettuare la malolattica.
A completamento della gamma dei prodotti di Eredi dei Papi l’olio, ottenuto dai circa duecento alberi di ulivo (di varietà Frantoio, Rosciola, Leccino), due grappe a base Malvasia Puntinata e un gin, denominato “Albagin”, che parla di territorio essendoci una parte della Malvasia “Albagia” distillata e infusa con le erbe e botaniche locali, quali: cicoria romana, elicriso, calendula, malva, rosmarino.
Coccolati dalla brezza tipica dei Castelli Romani iniziamo gli assaggi con il Lazio IGT “Schietto” 2024, Grechetto che si presenta al naso con sentori di nespola, agrume maturo, erbe aromatiche, timo, origano, fiori bianchi, spunto di fieno, per un sorso teso, con una buona spalla acida, sapidità e mineralità, per un vino pieno, di buon corpo e persistenza.
Continuiamo con “Albagia”, la Malvasia Puntinata 2024 DOC Roma, che presenta note di agrume, ma anche sentori erbacei e floreali di glicine, una leggera mentuccia e un sottofondo speziato. Al palato è fresco, con una buona acidità, mineralità, discreta sapidità e persistenza.
Non poteva mancare “Galatea” 2023, l’edizione limitata della Malvasia Puntinata, che si esprime con note “più cremose” al naso, crema pasticcera, zabaione, caramello, vaniglia, frutta candita, e un tocco di sotto spirito. In bocca mantiene comunque freschezza, con una buona acidità, ma più corpo, sempre minerale e sapido, con una maggiore persistenza e un tocco ammandorlato sul finale.
Concludiamo con il “Neralbo” 2021, l’edizione limitata del Syrah che ha riposato per diciotto mesi in barrique, un anno in acciaio e più di sei mesi in bottiglia. Un vino che esprime sentori ricchi al naso, di frutta molto matura, mirtillo, mora, frutta sotto spirito, sentori di sottobosco, note di tabacco dolce, grafite, spezie dolci, liquirizia, pepe nero e un tocco incensato. In bocca entra morbido, pieno, ma sostenuto da una buona spalla acida, con note minerali e abbastanza sapido, dal tannino delicato e un’ottima persistenza.
Un approfondimento sulla zona dei Castelli Romani grazie ai giovani fratelli Chiara e Lorenzo e alla loro Eredi dei Papi, concluso con la consegna della maglia numero 412!


