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mercoledì, 17 Aprile, 2024

In prossimità della Cappella del Brunate, azienda Francesco Borgogno, Barolo (Cuneo)

Francesco Borgogno, una delle quattro aziende che porta questo cognome nelle Langhe, localizzate tutti nel cuore del Barolo in prossimità di Cannubi

30 Aprile 2023

Pomeriggio che minaccia la tanto aspettata pioggia assieme a Silvia e al marito Claudio Borgogno, nell’azienda che porta il nome di papà Francesco Borgogno. Ci troviamo tra le ultime case del paese di Barolo, nella zona di Cannubi, a pochi passi dalla famosa Cappella del Brunate in un’azienda fondata nei primi decenni dello scorso secolo da parte di nonno Giovanni che dopo la guerra iniziò ad acquistare alcuni appezzamenti per creare la propria azienda, un tempo mista (con campi atti a cereali e una stalla dedicata ad alcuni capi di bestiame), come altre realtà di questo territorio. Originario della frazione Santa Maria di La Morra, si è spostato di qualche chilometro per comprare alcuni terreni nella zona dove oggi c’è il nucleo principale dell’azienda, cominciando la coltivazione della vigna e la produzione di uve che venivano inizialmente conferite alle cantine sociali o a produttori più grandi e già noti al tempo. In anni in cui il grano valeva più dell’uva si ricorda che quest’ultimo si seminava anche in mezzo alla vigna.

La seconda generazione è stata rappresentata da papà Francesco e mamma Giuseppina che nel 1958 hanno unito le forze per creare una più strutturata realtà. Da sottolineare che nonno Giovanni ha avuto due figlie femmine e in quel tempo significava che un’azienda non poteva avere un continuum, ma “per fortuna” l’unione con Francesco, anche lui possessore di alcune campagne vitate, ha fatto sì che il progetto non terminasse. Curioso che dopo circa cent’anni anche Claudio e Silvia hanno avuto due figlie femmine, ma fortunatamente i tempi sono cambiati e una di loro, appassionata di questo settore, sta studiando alla scuola enologica di Alba e, potenzialmente, potrebbe portare avanti l’attività di famiglia.

Gli anni più recenti hanno visto come protagonisti Claudio e il fratello Giancarlo, che hanno investito nella produzione di un maggior quantitativo di bottiglie, aprendo nuovi mercati e abbandonando l’attività di allevamento di bestiame. Una terza generazione che ha innovato la modalità di lavoro, investendo su nuovi macchinari e sul cambiamento degli impianti, rendendoli lavorabili in maniera più semplice e meccanizzata, creando non poco scompiglio con la “vecchia guardia”.

Oggi Francesco Borgogno conta nove ettari tra La Morra e il comune di Monforte, che vengono condotti in maniera rispettosa nei confronti del territorio, senza diserbi, con trattamenti a base di zolfo di miniera francese, rame, confusione sessuale per evitate insetticidi ed un lavoro sotto fila tra le piante. Si adotta un sistema di lotta integrata con la presenza costante in vigna. Le piante non vengono irrigate e si giova di alcuni pozzi, costruiti dalle vecchie generazioni, che non sono stati tappati. Quest’anno non si è ancora fattp alcun trattamento nella zona più vicina all’azienda a causa della carenza di pioggia; meteo che viene monitorato costantemente dalle vicine centraline di alcuni consorzi, che mettono a disposizione i dati per le aziende.

Le bottiglie prodotte per anno sono poco più di quarantamila e contano un solo bianco a base di uve Favorita, per poi passare ai rossi: Dolcetto, Nebbiolo, Barbera d’Alba e due Barolo: Brunate e Castellero. Prima degli assaggi uno sguardo alla cantina di affinamento dove si trovano principalmente botti grandi e qualche tonneau.

Gli assaggi cominciano con il Dolcetto 2021, affinato per poco meno di un anno in solo acciaio e definito il “vino quotidiano”, quello da pasto, anche se a causa dei cambiamenti delle temperature la concentrazione di questo vino è sicuramente aumentata negli anni. Un giovanotto dai sentori di frutti di bosco, frutti rossi, lampone, ciclamino, di beva, con un buon corpo, che mantiene una discreta acidità e mineralità, oltre alla buona persistenza.

Passiamo alla Barbera d’Alba 2021, l’unica prodotta dalle vigne di Monforte, anche in questo caso vinificata ed affinata in solo acciaio; qui emerge la parte fruttata, ciliegia, amarena, ma anche quella floreale come la rosa rossa. Vino abbastanza morbido, con un’alcolicità ben bilanciata dalla tipica acidità che offre quest’uva, buona mineralità e tannino abbastanza delicato.

Per il Nebbiolo 2021 si è deciso di effettuare un affinamento di parte della massa in tonneau e parte in acciaio, ottenendo ricchi sentori di frutta rossa, fragola, lampone, sanguinella, rosa rossa, oltre ad una leggera nota di pepe bianco in sottofondo. In bocca buona acidità, freschezza, mineralità; torna la fragola a far capolino, il tannino è ancora importante e discreta la persistenza.

Conclusione con il Cru di Barolo Brunate 2019, aperto in anteprima e non ancora assaggiato, da quando è in bottiglia, dal padrone di casa Claudio. Qui l’affinamento è di tre anni, principalmente in botte grande da trenta o cinquanta ettolitri, per un vino che dopo aver riposato circa un anno in bottiglia esprime note di frutta sotto spirito, cioccolato, vaniglia, chiodi di garofano, rabarbaro, chinotto, liquirizia. Un ingresso in bocca fresco, con buona acidità, tannino ben integrato, minerale, sapido e molto lungo.

Per il futuro è previsto un nuovo Cru Francesco Borgogno di Barolo, dalla vigna di Bussia, di proprietà dello zio, con la caratteristica di avere un terreno meno tufaceo ma più sabbioso, rispetto a quello che caratterizza Brunate. In attesa di assaggiare il prodotto finale, una chicca limitata a meno di duemila bottiglie, maglietta numero 242 per Silvia e Claudio.

 

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