Un pomeriggio in compagnia di Gabriele Perenzin alla scoperta della sua piccola realtà vitivinicola, con non poche sfaccettature diverse tra di loro
29 Ottobre 2022
Pomeriggio di sole che mi porta a sud est di Vittorio Veneto, precisamente nel paese di Corbanese di Tarzo, dove incontro Gabriele Perenzin, al fine di scoprire la sua attività vitivinicola, ma non solo.
Per capire al meglio questo territorio è indispensabile un tour tra le colline poco sopra il paese, vedendo da diverse prospettive quella che è la proprietà di Gabriele che, per la precisione, è situata in località Mondragon di Corbanese, confinante con una seconda località chiamata Arfanta. Dal nostro primo punto di osservazione si può notare la casa immersa tra bosco e vigna, che un tempo era dei nonni, con la funzione originaria di stalla, i quali possedevano una casa a poche decine di metri.
Ci troviamo in una sorta di anfiteatro naturale, un ferro di cavallo, in cui l’abitazione ne rappresenta il, quasi esatto, centro; circondata da due torrenti, convergenti in un unico corso d’acqua che arriva a valle. Fino agli anni ’60 circa il bosco era una parte estremamente marginale, ma in conseguenza dei vari abbandoni la natura ha iniziato a prendere il sopravvento, con rovi e alberi che sono nati spontaneamente.
Gabriele Perenzin ha vissuto fin da piccolo l’esperienza di campagna recandosi spesso dai nonni materni per lo sfalcio dell’erba e per i vari trattamenti alla già presente vigna. Una passione trasmessa anche dagli zii, con un DNA che si caratterizza per la voglia di stare all’aria aperta, in movimento e nel fare un’attività faticosa; al contrario dei cugini che hanno scelto attività differenti. “Questa attività mi fa sentire vivo!”
Ufficialmente il suo percorso di viticoltore è iniziato durante l’adolescenza, a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, nei quali iniziò a prendere sempre più a cuore la rivalutazione della proprietà di famiglia, cominciando a ridimensionare il sopravvento della natura, ripristinando alcuni filari di vigna, piantandone di nuova e creando dei terrazzamenti lavorabili (anche se in alcune zone servono i ramponi per poter fare i vari trattamenti).
Oggi troviamo circa settemila metri vitati, attorno alla ex-stalla restaurata con un vigneto di Glera piantato nel 2012 e alcune piante superstiti di Verdiso e Bianchetta. Il substrato è caratterizzato dal tipico “Rù di Tarzo” un conglomerato di origine delta-fluviale e la tipica Piera Dolza.
L’azienda è certificata BIO e i trattamenti a base di rame e zolfo, oltre all’integrazione di oli essenziali di arancia, propoli, alghe.
Oltre all’impianto a corpo Gabriele Perenzin ha adottato una vigna di un amico, a Cappella Maggiore, allevata a Prosecco Malvasia, un clone creato alcuni anni fa da un noto vivaio italiano, il quale produce dei grappoli molto grandi, come la Malvasia Istriana, e gli acini piccoli, come la Glera. Come anticipato nel titolo di questo racconto, non solo produzione di vino, ma un altro lato di questa realtà è legato all’olio. Olio che viene prodotto in una delle isole adiacenti a Venezia, precisamente l’Isola delle Rose, dove ha sede il famoso hotel JW Marriot, oltre ai cento otto ulivi in gestione. L’olio prodotto viene per lo più venduto in albergo, lasciato come omaggio di benvenuto nelle suite o utilizzato per i trattamenti nella SPA dell’hotel.
Il nostro viaggio in auto tra le colline vede una seconda tappa, per conoscere un personaggio autoctono di quelle terre, Giuseppe, detto Beppino Osein, il cui “biglietto da visita” è “Da Bepo Osein, al vin le Genuin” (Da Bepo Osein, il vino è genuino).
Un arzillo ottantenne che vive nella vecchia casa di famiglia, circondato dal bosco e dagli animali, tra cui galline, tacchini (in dialetto Dindiot), cani, gatti, piccioni e da Giorgio, un maiale acquistato ogni anno e battezzato sempre con lo stesso nome. Beppino ci offre un “goto” (bicchiere) del suo vino che produce con le uve ottenute dal piccolo vigneto di fronte a casa con varietà per lo più Glera. Un vino prodotto come un tempo, con un po’ di macerazione (in dialetto “bojet”) sulle bucce e vinificazione/affinamento in vecchie botti di rovere.
Non poteva mancare anche un assaggio di grappa, ingrediente fondamentale per il caffè, che sia quello del risveglio o quello del dopo pranzo.
Un salto in un’altra epoca, una vita come un tempo, modalità non rara in queste colline!
Arrivati all’abitazione di Gabriele un giro tra le vigne per toccare con mano le difficoltà delle lavorazioni e per appurare un tema che sta sempre di più mietendo vittime tra le piante, la flavescenza dorata. Tra le vigne scopriamo anche il vero nome dell’azienda, battezzata MoVe, un blend di Mondragon e Venezia, essendo le due attività principali sia nelle colline trevigiane sia nell’isola capoluogo di regione; che nelle giornate più limpide si può scorgere dai punti più alti della proprietà.
Nel 2021 sono state prodotte quattromilasettecento bottiglie ed entrando nella sala degustazioni ricavata nella parte più bassa dell’abitazione iniziamo ad assaggiarne alcune. Patiamo da “Utia”, che prende il nome dalla vigna davanti casa, un rifermentato in bottiglia che unisce la massa del 2021 a quella del 2020, questa affinata in botti di acacia e seconda fermentazione innescata dal mosto congelato dell’ultima vendemmia. Le uve sono sia quelle di Glera sia quelle delle vigne di Prosecco Malvasia che non effettuano macerazione e i sentori spaziano da frutta matura a frutta secca, pompelmo, bergamotto, crosta di pane, tiglio, mentuccia, pepe bianco. In bocca la bolla è abbastanza fine, spiccano acidità e una discreta mineralità, oltre ad una discreta persistenza.
Prima di passare al vino fermo un assaggio anche del “Utia” 2017 che in questo caso si carica di sentori più evoluti di albicocca disidratata, pompelmo maturo, tiglio, frutta candita, salvia per un gusto che mantiene la sua freschezza, spalla acida, ma mostra i segni di una maggior evoluzione.
Il terzo vino è “Garbeo”, dal nome del vigneto a sud della proprietà, annata 2017, ottenuto sempre con le stesse uve che effettuano una macerazione di circa due settimane così da caricarne oltre che il colore i vari sentori. Sentori che spaziano dalla mela cotogna, ginestra, alla macchia mediterranea e miele, per un gusto intenso, più persistente, caratterizzato da una buona spalla acida, mineralità e sapidità, oltre ad una chiusura leggermente tannica.
Prima di andare via un aneddoto riguardo all’etichetta del primo vino: qui viene rappresentato nonno Giulio seduto con un ombrello. Correva l’anno 1926 e dopo i festeggiamenti per la nascita del figlio Giuseppe cadde con il suo ombrello in un torrente in una serata di pioggia e venne ritrovato solo il giorno seguente. Le fredde acque gli salvarono la vita fermando le varie emorragie e alleviando i dolori, passando la convalescenza in una casa di amici, non essendo in grado di essere trasportato altrove. A testimonianza dell’accaduto è stata riposta una foto dell’episodio del ritrovamento nel piccolo capitello di Sant’Antonio in località Foltran.
Per il futuro le idee sono tante e probabilmente c’è in programma di dedicarsi anche all’attività ricettiva, creando qualche piccola camera per gli ospiti che vogliono godere del relax di queste colline immerse nella natura.
Giornata conclusa con la raccolta delle castagne in un bosco di proprietà e maglietta numero 195 per Gabriele Perenzin.


