Dopo diversi tentativi finalmente alla scoperta dell’azienda agricola ed agriturismo dell’ex campione di ciclismo Marzio Bruseghin
29 Ottobre 2022
Dopo averci provato diverse volte, finalmente riesco ad intrufolarmi in un sabato mattina di preparativi per l’incombente pranzo, nell’azienda agricola fondata dall’ex campione di ciclismo Marzio Bruseghin. Il motivo di non essere riusciti ad incastrare una chiacchierata precedentemente è molto semplice, la conduzione è tutta famigliare, le attività sono a centinaia e talvolta manca il tempo per soddisfare le innumerevoli richieste. Se capita che il team Bruseghin non vi da udienza immediata non è né per cattiveria né perché se la tira (anzi).
Siamo a Piadera, poco più su di Vittorio Veneto e a pochi chilometri dalla cittadina del Torchiato, Fregona, dove nel 2004 Marzio Bruseghin ha acquistato una proprietà di circa venti ettari nella qualche passo dopo passo ha creato la sua azienda agricola, con l’aiuto anche della sorella Sabrina e del padre Corrado. “Sapevo cosa volevo fare da grande ed è stata una casualità trovare questo appezzamento così grande qui così ho iniziato a coltivare la mia passione”.
Oggi troviamo circa sei ettari di vigna, piantata tra il 2004 e il 2014, contornata da zone boschive un castagneto e diversi orti, ognuno posizionato dopo un’attenta analisi del terreno e territorio circostante, così da valorizzare ogni tipologia di verdura. Non mancano gli alberi da frutto, le cui produzioni, assieme a quelle vegetali, vengono consumate principalmente nel piccolo agriturismo, oppure trasformate in confetture (di pesche, albicocche, giuggiole, corniolo, ma anche “blend” di mela e menta o mela e fiore di sambuco) e conserve artigianali. L’agriturismo è nato nel 2019, poco prima del covid, e può ospitare una ventina di persone (per scelta) nella parte interna, con un plateatico che potenzialmente può raddoppiare il numero dei coperti. Il menù è prettamente casereccio, a base di carne come selvaggina, affettati o altre produzioni a chilometro zero.
Al timone c’è Marzio Bruseghin, che segue tutto in prima persona, e tra il pelare una patata e l’altra trova il tempo per una chiacchierata, godendo nella parte esterna di un anomalo caldo di fine ottobre e scorgendo il lavoro degli asini in lontananza, i quali si occupano dello sfalcio ecologico nei terreni più impervi dell’azienda. La sua passione trova radici nella famiglia che è sempre stata vicina all’agricoltura e agli allevamenti, lavori abbandonati in seguito all’industrializzazione degli anni ’70 e ’80.
Una sorta di anfiteatro naturale, compresa tra i duecentonovanta e i quattrocentotrenta (unico pezzo pianeggiante dell’azienda) metri sul livello del mare, che è stato recuperato da uno stato di quasi abbandono, essendo considerata una zona poco vocata per la coltivazione. Un’inversione di tendenza grazie o a causa dell’innalzamento delle temperature che lo ha reso un posto favorevole per l’allevamento della vigna e non solo. I sei ettari sono piantati principalmente a Glera, con quattro diversi cloni, alcune piante di Verdiso e un centinaio di Gewurztraminer, destinato più che alle vinificazioni ai lauti pasti per i numerosi uccelli.
L’azienda è certificata BIO e la conduzione della vigna vuole essere meno impattante possibile, con trattamenti a base di rame e zolfo (diminuendo sempre più le quantità, supportati da estratti dell’arancio), oltre ad una particolare attenzione nei giorni di raccolta sia delle uve, sia dei frutti di orti ed alberi. Per rivitalizzare il terreno si utilizza periodicamente il corno letame, poiché è dal sottosuolo che nasce la vita, “negli ultimi anni badiamo molto ai microbioti intestinali, ma è necessario puntare anche su quelli della terra per ottenere prodotti sani”. Il substrato che troviamo è composto dal fianco del ghiacciaio del Piave che ha lasciato una stratificazione orizzontale composta da terra rossa, ghiaia, grandi massi con una conformazione molto variegata.
I vini prodotti sono tre per un totale di circa sessantamila bottiglie per anno, con la gestione delle vinificazioni che ad oggi viene svolta in una cantina terza. Due Prosecchi, Brut ed Extra Dry e un Colfondo con seconda fermentazione in bottiglia, tappato con tappo a corona, discostandosi così dal disciplinare del Prosecco. Le bottiglie portano il nome Amets, che in lingua basca significa “sogno”; un chiaro riferimento al periodo ciclistico di Marzio Bruseghin in Spagna, oltre alla realizzazione del sogno che aveva da bambino, concretizzato nell’azienda agricola.
Parlando di nomi, per fare un po’ di chiarezza, l’azienda vitivinicola è stata battezzata con il nome di Marzio Bruseghin, mentre la parte non vitata è dedicata al vicino santuario di San Maman, protettore delle nutrici e dell’ecologia.
Prima dei saluti un calice di Prosecco Extra Dry, dove in etichetta non può mancare l’immagine di un asinello; i suoi sentori sono freschi, fruttati, con una mela croccante che ritorna in bocca, ma anche un fiore bianco, tenue, delicato. In bocca ha un buon equilibrio, pur essendoci un grado zuccherino nei parametri di un classico Extra Dry, una buona mineralità e discreta spalla acida; sorso di beva che si adatta bene alla situazione e alla giornata di pieno sole.
In attesa di tornare con più calma a provare i manicaretti proposti dall’agriturismo, foto di rito sia con la maglietta numero 194, sia con un Marzio Bruseghin in miniatura regalato da un ospite della mattinata e realizzato da ciclismoinminiatura.it di Corrado Monfardini.


