Giovanni Menti, in compagnia di Stefano a Gambellara (Vicenza)

Tra le vigne e in cantina con Stefano, titolare dell’Azienda Giovanni Menti

03 Aprile 2021

I Dire Straits alla radio, dopo avermi fatto sbagliare strada un paio di volte, mi guidano alla scoperta della cantina Giovanni Menti. Imboccata una stradina sterrata, mi accoglie Stefano Menti, intento a leggere un libro all’esterno della casa di famiglia, risalente al 1500.

Giovanni MentiCi incamminiamo subito tra le vigne di Gambellara e Stefano mi racconta la storia della realtà che conduce.
Quarta generazione dell’azienda Giovanni Menti, che ha origine dal bisnonno nel 1800, il quale ha sposato un’autoctona di Gambellara e ha iniziato a produrre vino, frutta, allevare bestiame, per autosostentamento. Il nonno ha proseguito il lavoro, con qualche interruzione a causa delle due guerre ed infine il padre, attivo tutt’oggi nei lavori in vigna e cantina, anche se l’azienda dal 2018 è capitanata da Stefano (entratovi ufficialmente nel 2001, dopo un’esperienza commerciale in tutt’altro settore).

Giovanni Menti è sia il nome del bisnonno sia il nome di suo padre!

Una realtà che fino agli anni ’70 è rimasta biologica, anche perché non c’era una diffusione dei prodotti chimici e poca cultura dettata dal consumismo, per poi prendere una direzione più convenzionale a causa dei vari cambiamenti e delle consulenze che portavano in quella direzione.

Nei primi anni duemila c’è stato un ritorno al biologico, per volere di Stefano, il quale si è avvicinato sempre di più agli assaggi di vini naturali e alle letture di settore, anche se molto rare in italiano. Nel 2011 è stata ottenuta la certificazione BIO e dall’anno precedente l’inizio delle pratiche biodinamiche.

Giovanni Menti

Ad oggi, le lavorazioni in vigna sono caratterizzate dalle pratiche biodinamiche con l’utilizzo di corno letame, corno silice, preparati da cumulo compostato; le potature vengono effettuate seguendo la luna, sovescio, piantando dopo la vendemmia senape, favino, ceci e altre piante favorevoli alla vigna sia per l’idratazione sia per il rilascio di azoto. I risultati negli anni si sono dimostrati oggettivi e il cambiamento di qualità nell’uva prima e nei vini poi è percettibile. Nel 2020 sono stati prodotti più di 700 quintali dai cinque ettari di Gambellara e parte dell’uva è stata lasciata in pianta a causa della sua abbondanza. La filosofia e le lavorazioni fanno risparmiare soldi in prodotti chimici e necessitano di più manodopera, permettendo così a più persone di lavorare. E’ stato studiato che questo tipo di applicazioni dopo il sesto anno, oltre ai già più noti benefici, costano meno di condurre una viticoltura convenzionale.

Gli ettari dell’azienda sono in totale dieci e hanno una conformazione uniforme con un suolo prettamente vulcanico caratterizzato dalla prevalenza di basalto, formatosi dal raffreddamento della lava con acqua fredda, un materiale di estrema robustezza. Dei 750 ettari della Gambellara DOC solo una cinquantina sono calcarei, mentre la maggior parte è di conformazione vulcanica.

I vigneti che si possono scorgere sono a pergola e le lavorazioni vengono fatte tutte a mano, con controlli puntigliosi sulle piante al fine di favorire le corrette maturazioni delle uve. La vendemmia viene effettuata in sei diversi passaggi: il primo per i passiti, poi per i vini frizzanti, il terzo per le uve dedicate ai macerati, poi per i bianchi importanti, per finire con il quinto per i vari assemblaggi ed il sesto utilizzato per delle analisi dei pesticidi (sempre risultate negative) sulle uve che vengono poi conferite.

Giovanni Menti

Tra le vigne pascolano anche alcune pecore, ottime aiutanti per tenere sfalciata l’erba e concimare in maniera naturale, una squadra composta da Luigina, Massimina, Brunella, Camilla e Francesca. Oltre alle pecore, sebbene la vite non venga impollinata, c’è una cura e attenzione per le api anche se non viene prelevato il miele, poiché Stefano mi spiega essere un prodotto che l’ape produce per sé stessa e l’uomo lo sostituisce con acqua e zucchero rubando alle piccole bestiole il loro prezioso nettare.

Una curiosità è che le vigne Giovanni Menti, che contano un’età media di cinquanta, sessant’anni, sono tutte legate con fascine di salici, provenienti da alberi di proprietà.

Dopo un tour tra i vigneti, ci spostiamo verso la cantina dove, al suo ingresso, si trovano delle vecchie e maestose vasche in cemento per il recupero dell’acqua piovana, filtrata con alcuni filtri a sabbia, utilizzata per trattamenti e preparati oltre ad un’eventuale irrigazione di emergenza, finora mai effettuata. La vite non vive per il frutto ma per il suo seme e, se si trova in difficoltà, per mantenersi in vita preleva l’acqua dal frutto stesso.

Giovanni Menti

Una cantina creata nel 1978 su diversi piani e ampliata negli anni, dove si trovano principalmente vasche termo condizionate di cemento vetrificato, alcune barrique esauste in una ex ghiacciata dall’elevato tasso di umidità e un paio di botti più grandi. L’uva viene vendemmiata tutta a mano in cassette di legno, dove ne viene riposto solo uno strato per favorirne ossigenazione e sanità, senza avere l’ansia di essere lavorata immediatamente dopo essere raccolta. Le fermentazioni sono spontanee e tutti i vini effettuano anche la fermentazione malolattica, con un monitoraggio costante di tutti gli stadi, verificando le corrette temperature ed effettuando eventuali rimontaggi. Oltre al non utilizzo di lieviti selezionati, non si praticano microfiltrazioni e l’utilizzo di solforosa avviene solo in casi estremi.

Giovanni Menti

Salendo all’ultimo piano della torre settecentesca dov’è situata la cantina si trova il sottotetto, dove viene appassita l’uva, grazie al tipico sistema del “picaio vicentino”. L’uva viene appesa al soffitto con degli spaghi di canapa e, grazie alla ventilazione naturale, resta tra i quattro e i sei mesi in appassimento, senza avere problemi di marciscenza e umidità, poiché l’acqua eventuale scende tramite gravità e non si deposita tra i grappoli. Raggiunto il corretto grado di appassimento, viene fatta scivolare tramite la canna fumaria, per essere vinificata. Nella stessa stanza ci sono dei piccoli caratelli per contenere il vino passito ossidato, che riposa fino a dieci anni.

Giovanni Menti

Le bottiglie prodotte dall’azienda Giovanni Menti sono circa quaranta, cinquantamila, dipendentemente dall’annata e, spostandoci nella fresca cantina sottostante, andiamo a fare qualche assaggio.

Cominciamo con due assaggi di vasca, entrambi 2019 e rispettivamente “Riva Arsiglia”, una Garganega che affina in cemento, e la sorella maggiore “Monte del Cuca”, che fa una macerazione che spazia tra i venticinque e i quarantacinque giorni sulle bucce ed affina in botti di legno di slavonia da sessanta ettolitri. Il primo viene prodotto da uve diraspate e lasciate fermentare con lieviti spontanei e affinato circa un anno (verrà messo in bottiglia, con tappo a vite, senza stabilizzazioni); principalmente i sentori sono floreali e di frutta a polpa bianca, molto delicato al naso dove è già percettibile la mineralità che si fa sentire in bocca. “Monte del Cuca”, che nella sua annata 2019 è stato affinato un anno in botte e da poco imbottigliato, sposta i profumi sulla frutta più matura, note di miele e una leggera spezia che accompagnano un palato più intenso e pieno, senza far mancare le note minerali ed una buona acidità.

Giovanni Menti

Le vinacce della Garganega vengono recuperate da Stefano, sia per affinare il formaggio sia per creare compostaggio!

Passiamo poi alle bollicine, con il “Roncaie Sui Lieviti”, rifermentato di Garganega, la cui prima fermentazione avviene con lieviti indigeni, mentre la seconda è innescata dall’aggiunta di mosto di garganega passita. Messo in bottiglia senza l’aggiunta di solforosa, al naso la frutta è a pasta gialla con sentori agrumati e tendenti al tropicale, con alcune note floreali, la bolla è tenue e in bocca una costante mineralità e acidità.

Giovanni Menti

La seconda bollicina è il Durello metodo classico “Omomorto” che in questo caso sosta sui lieviti per ventisette mesi prima di essere sboccato; una sboccatura effettuata a mano per le quattromila bottiglie prodotte ogni anno. Un vino che viene rifermentato con il 3% di garganega passita dalla bolla grossolana, dosaggio zero, anche se per quest’annata c’è un residuo di 3 grammi, litro dato dal mosto e non dal saccarosio.
Un bouquet di frutta secca, frutta disidratata, con note mielate per un palato pieno e persistente, in equilibrio e di piacevole beva.

Una conclusione con il “Vin de Granaro” 2008, una Garganega le cui uve vengono appassite all’interno della torre vista in precedenza con la tecnica del “picaio”. Il mosto ottenuto dalla pressatura viene lasciato fermentare nei caratelli sfruttando le escursioni termiche, che impattano in periodi di fermentazione e di ossidazione. Dopo otto, dieci anni, viene imbottigliato senza alcuna filtrazione.
Dalla densità di un liquore, un liquido marrone scuro che si presenta in un tripudio di profumi, dalla frutta secca, alla frutta disidratata, cacao, miele, tutto corredato da una balsamicità di sottofondo e una volatile elevata, ma non fastidiosa. In bocca entra dolciastro, ma lascia un palato pulito nella sua persistenza di diversi minuti, che ne fa apprezzare a pieno la sua essenza.

Giovanni Menti

Per il futuro dell’azienda Giovanni Menti è previsto un restyling delle etichette, viste in anteprima, ma senza spoiler in questo articolo; oltre a diversi piani di comunicazione. Sicuramente un’azienda che sta facendo parlare di sé, in maniera positiva, e sono certo che negli anni la lungimiranza del suo timoniere Stefano, la porterà a lasciare più di qualche segno nella storia del vino.

Sicuro di un nuovo incontro a breve, lascio la maglia numero 25 a Stefano!

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