Il Carpino, assieme ad Ana e Franco Sosol che mi hanno spalancato le porte della loro realtà nell’omonimo Borgo del Carpino tra Oslavia e San Floriano
03 Agosto 2021
Un’accoglienza con il botto quella di Ana e Franco Sosol dell’azienda Il Carpino, sboccando a la volé un rifermentato in bottiglia, non in commercio, a basse di Malvasia e Chardonnay in eguali parti, fatto rifermentare con un 5% di mosto di Malvasia macerata e un 5% di mosto di Tocai macerato.
Un super ingresso nel mondo di questa azienda con un’ottima bolla dai sentori freschi di agrumi, albicocca, note di miele ed erbe aromatiche; la mineralità è sicuramente elevata ed è buona anche l’acidità, il perlage è fine e si degusta con piacere.
Ci troviamo al confine tra Oslavia e San Floriano, all’interno del Borgo del Carpino, denominato così nelle mappe catastali, vista la copiosità di queste piante nei boschi limitrofi e l’azienda ha voluto riprendere il nome dagli alberi che contraddistinguono questo territorio. Dopo il caloroso benvenuto, andiamo ad ispezionare la cantina sotterranea, dove la temperatura è sicuramente più favorevole alle chiacchiere.
La storia de Il Carpino trova le sue origini nel 1987, con l’ingresso sul mercato della prima etichetta, frutto della fusione della famiglia di Ana e quella che Ana e Franco avevano iniziato a costruire insieme.
I primi appezzamenti, che ancora oggi fanno parte di questa realtà, sono stati acquistati dal papà di Ana alla fine degli anni ‘70, quando abbandonò il suo lavoro di commerciante frutticolo per dedicarsi alla viticultura. Un’anima contadina dedicata ad altre professioni sia quella del padre di Ana sia quella di Franco che svolgeva la mansione di elettrauto, attività abbandonata per continuare insieme ad Ana e il suocero a condurre la vigna, cosa che per lui non era affatto una novità.
Franco, infatti, già da bambino trascorreva le estati supportando il nonno nei lavori di vigna e cantina.
Il ricordo va la figura del nonno “vecchio stampo”, classe 1914, lavoratore dall’alba alla notte, il quale, per farsi un’idea del personaggio, piantò il suo ultimo vigneto a ottantacinque anni, undici anni prima della sua scomparsa. A quei tempi uno dei tanti ruoli di Franco era quello di pulire internamente le botti di legno e cemento, vista la sua piccola stazza.
L’inizio dell’attività vitivinicola de Il Carpino, con il senno di poi, è stata con il piede sbagliato, sia in vigna, seguendo la moda della “casarsa”, vigneti alti e molto produttivi, sia in cantina con gli affinamenti che principalmente venivano fatti in legno di piccola dimensione.
I tempi rispetto a vent’anni fa si sono di gran lunga evoluti: abbassando la statura dei vigneti, limitando la produzione (oggi i sistemi di allevamento sono principalmente a guyot con una densità di cinquemila piante ettaro) e il legno piccolo abbandonato, grazie anche alla visione di Joško Gravner, che ha fatto da traino per alcuni dei produttori della zona di Oslavia. Lo stesso Gravner è uno dei maggiori protagonisti e sperimentatori che hanno valorizzato il vitigno principe del territorio, la Ribolla Gialla.
Dal 2002 Il Carpino ha introdotto la tecnica della macerazione, senza estremismi e senza snaturare il prodotto finale e, nella prima annata di produzione della Ribolla Gialla, visto il suo color dorato venne declassata dalla DOC Collio.
“I vini macerati devono essere aspettati, non ha senso invecchiare il colore di un vino dalla nascita, è come se un bambino nascesse già con i capelli grigi! E’ un percorso che da un colore più brillante e chiaro, tende a diventare più ambrato”. Afferma Franco, il quale ricerca nei vini tre fattori principalmente: il territorio, il vitigno e la mano del produttore, che deve accompagnare senza troppa invadenza il percorso di trasformazione dell’uva in vino.”
Oggi l’azienda conta diciassette ettari, di cui quindici di proprietà, dislocati nella zona di Oslavia, con alcuni appezzamenti, come per esempio uno dei due di Malvasia, che arriva ad avere ottant’anni.
Questo territorio ha due regine incontrastate, che la fanno da padrone: la Ribolla Gialla e la ponca, peculiarità del Collio che dona caratteristiche uniche ed emblematiche ai vini.

Gli attori principali de Il Carpino sono Franco, che si occupa della vigna e dei processi di cantina, Ana, a gestire la parte amministrativa, commerciale e di comunicazione e Manuel, uno dei due figli della coppia che si è appassionato alla viticultura, concentrandosi principalmente sui processi di vigna oltre a supportare le attività di cantina.
La cantina, costruita nel 1992, vede la prevalenza di botti grandi e balza all’occhio un orcio di terracotta, acquistato per sperimentare l’evoluzione in affinamento del Tocai “Exordium”, che poi viene assemblato con quello contenuto nelle botti.
Le macerazioni dipendono dal tipo di uva e dall’annata, come nel caso delle fermentazioni che possono partire spontaneamente oppure essere innescate da un pied de cuv, precedentemente preparato con il frutto di una vendemmia anticipata. Attenzione costante e maniacale a tutte le fasi per evitare ogni possibile volatile o riduzione.
Tutti i processi di vinificazione vengono effettuati in azienda, fino all’imbottigliamento, con una linea di proprietà e lo stoccaggio nel magazzino superiore.

Prima di risalire un piccolo furto di Ribolla Gialla 2020, la quale effettua una macerazione delle uve precedentemente diraspate e pigiate (come tutte le altre uve) di settantacinque giorni in tini di legno aperti. Franco mi svela avere quindici gradi e mezzo di alcol e che deve stare ancora due anni ad affinare, pur essendo già un vino pulito alla vista, piacevole e quasi equilibrato anche al naso ed in bocca, con un’alcolicità che non è assolutamente invadente. Alla cieca l’avrei confusa sicuramente con un vino appena imbottigliato!
Nel magazzino sopra alla cantina sono presenti anche le bottiglie a marchio “Vigna Runc”, un’altra linea della stessa azienda, circa trentacinque/quaranta mila bottiglie per anno di Tocai, Ribolla Gialla, Malvasia, Sauvignon, Chardonnay, Pinot Grigio, le cui uve, a differenza della linea Il Carpino, effettuano una macerazione sulle bucce di (sole) dodici ore. A completare la gamma di Vigna Runc un Merlot, Cabernet Sauvignon e un taglio bordolese.
“Il mondo dei vini naturali si sta sempre più allargando ma oggi abbiamo a disposizione tecnologie di gran lunga più evolute di un tempo ed è più facile sfruttarle per poter ottenere dei vini che non presentano difetti, creando una vera cultura del vino naturale; non perché è difettato ci si deve nascondere dietro alla naturalezza di un vino”.
Per assaggiare i vini de Il Carpino, ci accomodiamo nel tavolino di fronte all’abitazione, sotto ad un porticato creato con alcune viti che donano un po’ ombra e refrigerio.

Il primo assaggio è di Pinot Grigio “Vis Uvae” 2017, dal colore che va oltre la buccia di cipolla e i sentori di rosa appassita, spezia dolce, uvetta e richiami di piccoli frutti rossi. Al palato è ricco, con un ottimo corpo, avvolgente e armonioso, con una buona mineralità e lunghezza.

Passiamo al Sauvignon 2016, detto anche “la bestia nera di tutti i macerati” per le sue caratteristiche che necessitano un costante presidio durante tutto il processo, per evitare spiacevoli sorprese.
Vino al naso fruttato, floreale, erbaceo con note di fiore di sambuco e mentuccia. Presenta un sorso minerale e con una buona sapidità, moderata l’acidità e morbidezza.

Altra protagonista del territorio friulano e la Malvasia, che nell’annata 2017 sprigiona al naso la sua semi-aromaticità, con note erbacee, di macchia mediterranea, salvia, mentuccia selvatica ed altre erbe aromatiche. In bocca è fine e delicata, con una buona acidità, mineralità e sapidità.
Tocai “Exordium” 2017, dal nome che richiama il primo anno in cui è stata fatta la macerazione su queste uve e nello stesso l’ingresso dei figli in azienda, era il 2006.
Tripudio di erbe aromatiche, rosmarino, timo, ma anche camomilla, note vegetali, quasi di melanzana e foglia di pomodoro; sentori provenienti dalla macerazione non estrema sulle bucce. Il più minerale e sapido di tutti i vini assaggiati, pieno ricco e ben persistente al palato.

Per celebrare l’esordio di questa bella conoscenza concludiamo gli assaggi con Tocai “Exordium” 2006, dal colore leggermente più dorato e i sentori maggiormente concentrati. Emerge la frutta gialla, il miele; vino più grasso, pieno, pur rimanendo la freschezza richiamata dalle erbe aromatiche e una balsamicità di sottofondo. In bocca più tondo e avvolgente, comunque minerale e con un buon equilibrio.

Una costante dei vini dell’azienda Il Carpino è sicuramente la pulizia sia nei profumi sia nel sorso, oltre alla grande mineralità infusa dal territorio e non da ultimo l’equilibrio che ne fa apprezzare il sorso e ti invita alla beva.
Piccola parentesi, vista l’ora di pranzo, Ana e Franco mi offrono un piatto di trippa cucinata proprio da Ana, estremamente apprezzato, tanto che chiedo il bis!
Prima di raggiungere Sasa Radikon, preallertato del mio ritardo dalla gentile Ana, un tassativo giro tra le vigne, oltre alla fattoria attorno a casa che conta numerose oche, galline, due asini, una capretta.
I vigneti più adiacenti sono a pochi metri dall’abitazione/cantina e la filosofia de Il Carpino prevede che, dipendentemente dalle annate, si debba preservare un basso impatto ambientale nelle lavorazioni. Contrari al rame fino alla fine del processo di maturazione, si cerca di effettuare meno trattamenti possibili, promuovendo un equilibrio della natura. Non si utilizzano diserbanti e anti-botritici (“il miglior anti-botritico è la sfogliatura”) e per le concimazioni, se devono essere fatte, si utilizzano letami naturali, anche se è sempre più raro trovarne di qualità.
All’inizio del vigneto è presente la settima panchina del percorso delle sette aziende di Oslavia, l’ultima postazione di questa passeggiata che offre una storia unica e una vista diversa dall’altra in ogni seduta.
Sperando di tornare quanto prima a trovare Ana e Franco, un ringraziamento speciale per il tempo che mi hanno dedicato, gli assaggi e il pranzo con un piatto che amo!
Per loro maglietta numero 71.


