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lunedì, 4 luglio, 2022

In compagnia di Sasa Radikon nell’azienda di famiglia ad Oslavia (Gorizia)

Assieme a Sasa Radikon alla scoperta di un’altra realtà vitivinicola simbolo di Oslavia

03 Agosto 2021

RadikonPer chiudere in bellezza una giornata nel territorio di Oslavia, l’ultima visita è nell’azienda Radikon, dove ad accogliermi è proprio il titolare e ultima generazione Sasa Radikon.

Il nostro incontro si apre nella vigna più prossima all’abitazione e cantina, l’appezzamento più storico di circa tre ettari, acquistato dal bisnonno di Sasa nel 1923, anni in cui si parlava molto di agricoltura e meno di viticultura. Le coltivazioni oltra alla vigna, a quei tempi, erano principalmente di frutta e verdura, che rispetto alla coltivazione della vigna erano talvolta più semplici e meno impegnative.

La casa che oggi si può vedere restaurata diede i natali alla bisnonna, mentre il bisnonno nacque appena al di là di quello che oggi è il confine con la Slovenia, nel paese di Podsabotin, una precisazione a sottolineare quanto la famiglia Radikon sia legata al territorio con radici che trovano origine in generazioni e generazioni passate.
Le prime vinificazioni destinate alla vendita iniziarono dal nonno, esclusivamente in damigiana, per poi passare nel 1980 all’utilizzo della bottiglia, grazie al padre di Sasa, Stanko Radikon.

Radikon

Sasa già all’età di otto anni era al fianco del padre, o in sella al trattore ed è cresciuto con la passione per il mondo vitivinicolo. La decisione di studiare e laurearsi in enologia e viticultura per avere una panoramica il più ampia possibile su questo mondo, anche se la sua filosofia lo porta a pensare che sia più importante l’uva e il terreno piuttosto che le pozioni chimiche usate in vigne e cantina.

Dal 2006, anno in cui ha conseguito la laurea, è entrato ufficialmente a tempo pieno nella gestione dell’azienda di famiglia, in cui attualmente sono protagoniste anche mamma, sorella e moglie.

Oggi gli appezzamenti sono di circa venti ettari tra proprietà e affitti e si estendono per circa due chilometri e mezzo tutti in collina, dove a regnare nel sottosuolo c’è sempre la tipica ponca.

Le produzioni che consentirebbero i disciplinari sono di massimo centodieci quintali ettaro, ma è fisicamente impossibile produrre così tanta uva di qualità, visti anche i terrazzamenti su cui si estendono i vigneti. Nelle annate favorevoli, se la natura è clemente la produzione arriva a contare cinquanta quintali ettaro, mentre per trovare una media ci si aggira tra i trentacinque e i quaranta quintali ettaro.

Nei tre ettari adiacenti alla casa sono piantati in successione verso valle: Merlot, Pignolo, Ribolla Gialla e Tocai, ma si possono intravedere altri appezzamenti, come ad esempio il vigneto “Slatnik”, che dà il nome al vino, prodotto con le uve di Chardonnay li coltivate.
L’ultimo impianto è stato piantato nel 2017, con uve Pinot Grigio, Sauvignon e Ribolla Gialla, ma ne stanno nascendo pian piano altri per poter uniformare l’azienda e assestare la produzione ad un target ipoteticamente prefissato.

Per quanto riguarda i trattamenti “non mi piace il termine naturale” sottolinea Sasa, ma quello che nell’azienda Radikon viene effettuato è nel rispetto del suolo e delle piante, cercando di utilizzare minimi quantitativi di rame e zolfo per poter preservare la bio-diversità e favorire il corretto equilibrio con la natura.

I vigneti sono come le persone, ti accorgi ad una prima occhiata se uno sta bene o sta male e noi vogliamo che la vigna stia bene, in maniera il più possibile spontanea ed equilibrata e non come chi ha la febbre e dice di star bene dopo aver preso la tachipirina”.

Viene adottato anche un sovescio mirato in alcuni terreni, non per aumentare la generosità del sottosuolo, ma per renderlo più stabile e compatto nei passaggi con il trattore.

Radikon

Parlando di biodinamica Sasa afferma che non è una materia che ad oggi gli appartiene, poiché non approfondita e studiata a sufficienza per toccarne con mano da parte sua i benefici. “Non credo a qualcosa che viene presentato come una religione a scatola chiusa”. Dalle sue parole traspare la razionalità nel voler vedere delle dimostrazioni scientifiche, tangibili e costanti prima di giudicare questa “filosofia”.

In cantina si ritrova la mentalità usata in vigna, con la pigia-diraspatura delle uve che fermentano in maniera spontanea in tini di legno o acciaio.

Le metodologie di lavorazione di Sasa Radikon prevedono la diraspatura delle uve oltre alla pigiatura, poiché ritiene che, a causa del meteo avverso del territorio, i raspi non raggiungano mai una piena maturazione e se non fossero rimossi, lasciandoli in macerazione, verrebbero estratti dei tannini verdi ed ingestibili anche nella fase di invecchiamento. La direzione è quella di ottenere dei vini freschi e privi di tannini invadenti e talvolta esagerati; ironicamente Sasa afferma che ha investito molto nella diraspatrice e quindi ora come ora deve utilizzarla.

Per i vini “Slatnik” e “Sivi” il contatto con le bucce è di circa otto/dieci giorni, per poi affinare un anno in legno, due mesi in acciaio e due mesi in bottiglia prima di essere introdotto sul mercato.
Le uve di “Oslavje”, Ribolla e “Jakot” effettuano macerazioni più lunghe, dai due ai quattro mesi e affinamenti che di media sono di tre anni in botte grande, alcuni mesi in acciaio e un ulteriore finale affinamento in bottiglia.

Nel periodo di contatto con la buccia, vengono fatte diverse follature, tre/quattro volte al giorno, per poi passare ad uno dal decimo giorno in poi, così da consentire un costante contatto tra le bucce e la parte liquida.

Le macerazioni nei vini non sono state inventate né da mio papà Stanko Radikon né da Josko Gravner e non è importante chi ha adottato per primo questa tecnica del passato, ma quello che è stato fondamentale è che non sia stata un’unica persona, poiché il singolo viene preso per matto, mentre in due sono riusciti a dar seguito a questa tecnica, diventata un simbolo del territorio”.

Radikon

Una tecnica che negli anni ’80 e inizio ’90 era inimmaginabile poiché la tendenza era quella di avere presse sempre più soffici al fine di estrarre vini sempre più puliti, perdendo così la parte più ricca delle uve.
Le prime prove di macerazione di Ribolla Gialla da parte di Stanko Radikon avvennero nel ’95 per poi riprovare quasi in maniera obbligata nel ’96 dopo le grandinate di quell’anno, al fine di ricavare qualcosa da quelle poche uve rimaste.

Una tecnica via via affinata e perfezionata nel tempo, “ascoltando” e capendo le esigenze di ogni annata, per dar seguito a macerazioni calibrate.

La cantina che esploriamo è incavata nella ponca, la quale cede un’umidità costante e permette di avere una temperatura costante per tutto l’anno. Numerose sono le botti grandi e i tini troco-conici con alcune barrique superstiti, ormai reperti degli anni ottanta; contenitori via via sostituiti per dar spazio a botti dai venti ai trentacinque ettolitri di media.

Oltre alla cantina uno sguardo alle sale di stoccaggio, dove sono posizionate le vasche in acciaio e una linea di imbottigliamento al fine di garantire il completo ciclo all’interno dell’azienda, e due ripostigli dove sono conservate le vecchie annate, dagli anni ottanta alle ultime produzioni. Le vecchie annate sono diverse e Sasa riprende una frase del padre Stanko Radikon: “la storia di un vino finisce quando bevi o vendi l’ultima bottiglia”.

Ispezionati tutti gli ambienti principali ci accomodiamo nella sala degustazioni al piano superiore, con una magnifica vista sui vigneti del territorio di Oslavia, coccolati da un po’ di aria condizionata, vista la giornata estremamente calda.

RadikonCominciamo con “Slatnik” 2019, uvaggio di Chardonnay e Tocai dai sentori di frutta candita e fiori gialli, camomilla, erbe aromatiche, note di resina. E’ inutile dire che tutti i vini Radikon hanno una mineralità e sapidità importanti grazie al sottosuolo caratterizzato dalla ponca, agente che influisce anche nelle acidità del vino, permettendo una durata negli anni a venire.

Passiamo poi al Pinot GrigioSivi” 2019, vino dai sentori di frutta rossa, uvetta disidratata, rosa appassita, delicato al palato, con una buona freschezza e lunghezza.
Una peculiarità nelle lavorazioni delle uve è che vengono vinificate tutte separatamente, sia per qualità sia per provenienza da diversi vigneti, per poi creare il giusto blend nelle fasi finali prima che il vino venga messo in bottiglia.

Alcune delle bottiglie assaggiate, come si può vedere nelle foto sono state prelevate dai cestoni poiché terminate, ma ovviamente non ci facciamo nessun riguardo perché l’importante è il contenuto e non il vestito!

Le etichette sono quelle scelte da Stanko Radikon più di ven’tanni fa, attuali e ancora originali oggi; figuriamoci per quei tempi.  Sicuramente sono un marchio di fabbrica ben riconoscibile!

RadikonTra le chiacchiere e gli assaggi discutiamo dell’andamento di questa particolare annata che è in ritardo rispetto agli anni precedenti, anche a causa di eventi atmosferici più violenti ed improvvisi, con il prospetto di una vendemmia delle prime uve che potrebbe cominciare nella seconda metà avanzata di settembre, al contrario di altri anni in cui comincia approssimativamente dal dieci dello stesso mese.

Il terzo assaggio è di Ribolla Gialla 2016, dove la frutta è molto matura, vino che tende a sprigionare sentori di frutta secca e disidratata, spunti di cannella, fiori secchi, note eteree e una lieve speziatura. Emerge, oltre alla mineralità e buona acidità, una discreta trama tannica nel finale.

RadikonJakot” 2016 e 2011, il caro e vecchio Tokaj scritto la contrario, in due annate diverse, la più giovane presenta sentori più freschi, di albicocca, frutta disidratata, erbe aromatiche, mentre il fratello maggiore, di un’annata per tanti definita “eccezionale” ma per Sasa poco superiore alla media, la frutta diventa più secca, con note anche di tabacco e spezie.
RadikonIn entrambi il tannino si percepisce, ma non disturba, passa quasi inosservato come i giochi di volatile che si possono trovare in alcuni dei vini Radikon. Mineralità e sapidità sono onnipresenti, come la persistenza e il corpo che arricchiscono questi vini.

Parlando della sfera commerciale, troviamo in cima alla classifica il Giappone, che assorbe una copiosa quantità di bottiglie dell’azienda ogni anno, richiedendone sempre più di quelle destinate; a seguire Italia, Stati Uniti ed Inghilterra.

RadikonUn salto nel passato con “Oslavje” 2001, da uve Chardonnay e Sauvignon di media in equivalenti percentuali, provenienti dallo stesso vigneto. Il colore, che ricorda l’ambra, presagisce un tripudio di profumi che spaziano dalla frutta secca, alla frutta disidratata, spezie dolci, tabacco, con un’ossidazione piacevole. Un bel salto negli anni duemila con un vino ancora fresco, dalla notevole trama tannica, minerale, con un’acidità viva ed una lunghezza che quasi va a superare il vino successivo.

RadikonPer quanto riguarda il futuro, invece, l’obiettivo è sicuramente quello di portare l’azienda Radikon ad una stabilizzazione, con il rinnovo dei vigneti e piantando nuovi appezzamenti così da diminuire gli ettari in affitto e puntare a lasciare ai figli, tra una ventina di anni, una realtà di proprietà con quindici/venti ettari a regime e una produzione tra le sessanta ed ottanta mila bottiglie per anno.

RadikonConcludiamo la degustazione con due rossi “RS19” a base di Merlot e Pignolo e la punta di diamante dei rossi Radikon: il Merlot annata 2006.

Il primo è un vino strutturato ma dotato di una buona freschezza, con sentori di mora, lampone e frutti di bosco in confettura, note erbacee, una leggera e piacevole speziatura, ricordi di caffè e cacao. In bocca è ben equilibrato, avvolgente, rotondo, dall’ottima mineralità, buona acidità e con un tannino moderato.

Il Merlot 2006, dopo una macerazione di circa un mese invecchia almeno cinque anni in barrique esauste, alcuni mesi in acciaio e altri otto anni in bottiglia per poi essere apprezzato nel pieno dei suoi sentori di frutta sotto spirito, sottobosco, note balsamiche, liquirizia, tabacco, con un tannino setoso, mineralità affascinante, buona acidità, fine, elegante e dotato di una lunghezza che mi porto quasi fino a casa.

RadikonUn’esperienza a trecentosessanta gradi nel mondo Radikon, a stretto contatto con il produttore di questa emblematica realtà del territorio di Oslavia, tra scambi di battute, opinioni e diverse conoscenze in comune.

In attesa del prossimo calice, maglietta numero 72 per Sasa Radikon!

 

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