Le Boncie, per scoprire la filosofia e idea del mondo del vino di Giovanna, padrona di casa dal DNA mezzo veneto
18 Giugno 2023
Ultima mattinata toscana in direzione Le Boncie, località a pochi chilometri da Castelnuovo Berardenga, in una zona dove vigneti e aziende dai nomi altisonanti non mancano. È proprio in queste terre che la mamma di Giovanna si è trasferita in giovane età, lasciando la cittadina natale di Vo’ Euganeo, in provincia di Padova.
Accolti dal cane Telma ci sediamo nel ventilato portico esterno, per approfondire la storia della protagonista di questa realtà unica nel suo genere. Giovanna è nata nel Chianti Classico da una famiglia legata da sempre al mondo del vino, poiché papà Enzo, grande appassionato di Sangiovese e membro del consiglio di amministrazione del Consorzio, lavorava come direttore in una delle più grandi e blasonate aziende della zona. Fin da piccola, vigna e cantina sono stati l’ambiente in cui Giovanna è cresciuta, in una sorta di famiglia allargata, vivendo a pieno ogni processo legato all’attività vitivinicola, che l’ha fatta appassionare al punto di studiare alle scuole superiori Viticoltura ed Enologia.
La scelta universitaria è poi ricaduta sull’indirizzo di Antropologia Culturale, dando adito al suo animo più letterario e più classico. Un tentativo di fuga da quel lavoro che comunque la attraeva e che, dopo una serie di vicissitudini, è diventato la sua vita. L’inizio di questa attività a supporto dell’enologo Maurizio Castelli, in un’epoca dettata dal cambio di passo dell’enologia che in questa zona ha visto una ricerca puntuale sul Sangiovese e sulle sue potenzialità, sia in vigna che in cantina, oltre all’introduzione delle barrique, una svolta “dimostratasi poi controproducente”, sicuramente punto di rottura della tradizione. Un periodo molto formativo per la protagonista de Le Boncie, che però sentiva pulsare il suo animo ribelle, da ambientalista convinta, legato alla natura e non alle convenzioni e parametri che si stavano consolidando tra gli anni ottanta e novanta.
Il sogno era quello di avere un vino proprio, con un’interpretazione soggettiva del Sangiovese, ma il problema era la mancanza di terreno. Nel corso degli anni papà Enzo acquistò un pezzo di terra, dove oggi sorge la parte frontale dell’azienda, circa mezzo ettaro, all’interno del quale veniva prodotto il suo vino dal nome “Poggio Rosso”. In una fase iniziale Enzo pensava di fare un progetto condiviso, ma avendo Giovanna in quel periodo intrapreso un’altra strada, il vigneto è stato affittato è il nome del vino venduto all’azienda che dirigeva. Ritornata sui suoi passi, negli anni ’80 si è cominciato il piano condiviso, riprendendo in mano il mezzo ettaro di vigneto, espandendolo passo dopo passo e costruendo una prima parte di cantina. Nel 1990 è stato prodotto il primo vino (pur continuando a lavorare per aziende terze), dal nome “Le Trame”, per ricordare quanto Giovanna ha “tramato” con il padre per concretizzare il progetto aziendale, che purtroppo ha visto un cambio di rotta, a causa della mancanza improvvisa di Enzo.
Oggi Le Boncie traspirano lo spirito libero di Giovanna, in continua battaglia tra il senso di appartenenza a queste terre natali che sono diventate negli anni un brand riconosciuto nel mondo internazionale del vino, ma con la voglia di evadere dagli schemi e dalle regole, non appartenendo né al Consorzio né essendo legata ad alcuna “cerchia di produttori”. Questo è un filo conduttore che si può percepire sia nei racconti della storia, sia in quelli della conduzione della vigna, sia nei processi in cantina, ma anche nelle relazioni nel mondo del vino, che l’hanno portata ad essere una delle socie fondatrici di Vini Veri, associazione da cui si è, in seguito, staccata.
Parlando più concretamente troviamo sei ettari e mezzo di vigna, di cui tre ettari e mezzo a corpo, oltre ad alcuni affitti in due zone principali, di proprietà rispettivamente di una signora francese e della chiesa e un pezzettino di terra a San Gusmè, dove il Sangiovese è stato piantato a settecento metri sul livello del mare. Le varietà coltivate sono Sangiovese, Foglia Tonda, Colorino, Mammolo e una minima quantità di Canaiolo (nella vigna di Chiesamonti). Gli impianti sono tutti molto fitti, con una densità di settemilacinquecento piante/ettaro, e alcune vigne piantate con una tecnica piuttosto insolita per la zona, ad alberello. Gli appezzamenti a corpo poggiano su un substrato chiamato alberese, in terreni ricchi di calcare attivo, roccia e limo, mentre gli altri sono meno calcarei e più di medio impasto con una buona quantità di arenaria.
La bellezza di questi suoli, resi difficili dalla loro pesantezza dettata dalla parte limosa fa sì che si è in continua sperimentazione su come lavorarli e con che aiuti meccanici, tema trascurato nelle fasi iniziali. “Manca la storicità, non fai in tempo a pensare una soluzione che, a causa dei cambiamenti climatici ed il meteo che fa quello che vuole, devi reinterpretare quanto avevi pensato”. Il lavoro è quasi tutto manuale, si tratta con rame e zolfo (pur avendo eliminato quello in polvere), ma anche propoli, macerati di ortica, con il desiderio di dedicarsi sempre più alla ricerca di prodotti alternativi come composti macerati o rifermentati naturali. In autunno si fa una semina, non per sovescio, ma finalizzata a trinciare l’erba, lavorando solo il sotto fila. Pur avendo due cavalli arabi (di piccola stazza), si acquista del letame di pecora da alcuni pastori sardi, lasciato riposare con residui delle potature, vinacce e raspi, per poi cospargerlo dove necessita. Per anni sono stati utilizzati preparati biodinamici, vivendo ora una fase di ripensamento, cercando di capire cosa effettivamente si può fare per entrare in una relazione più profonda con gli elementi della natura. Una sorta di “pausa riflessiva” per capire come mettere assieme determinate discipline che possano favorire sia la gestione della vigna, sia della vita in generale. “In un momento folle del mondo, che alterna siccità, piogge, calamità naturali, sicuramente le piante ci dovrebbero dare le informazioni di come poterci adattare”.
In cantina viene portato avanti tutto in maniera spontanea, con l’idea che fino a qualche anno fa fosse “indisciplinare” utilizzare lieviti aggiunti per far fermentare le uve, dato che questo processo avveniva in maniera spontanea ed immediata.
Negli ultimi anni è tutto molto più complicato, principalmente a causa del clima che ha impattato sulle uve e sulle loro caratteristiche, dall’acidità, al grado zuccherino, favorendo una maggior probabilità di insorgenza di batteri e sicuramente aumentando i tempi di fermentazione. Le Boncie non ha cambiato strada o idee rispetto a questi temi, ma l’attenzione è sempre più maniacale e puntuale, per poter ottenere vini senza difetti.
Vini che si dividono in tre diverse etichette, pur partendo dall’idea di produrre un solo vino: “Le Trame”. Questo rappresenta l’origine dell’azienda, Sangiovese che viene fermentato in legno per poi affinare in botti grandi da quindici ettolitri.
Negli anni è stato introdotto il “Cinque”, con le uve di tutte le varietà piantate, provenienti dalle piante più giovani, che non raggiungevano la sufficienza per essere dedicate al primo vino, questo ne giustifica anche il nome. Nato come il vino in damigiana per la famiglia, aumentando le quantità di vigneti e di produzione, è stato deciso di metterlo in bottiglia e farlo uscire con una nuova etichetta.
La prima fase avviene tra cemento ed acciaio, per poi trovare spazio nei legni liberi per l’affinamento, “senza far perdere molto la testa, adattandosi a quello che gli capita, fregiandolo del titolo del vino più risolto”. “Questo è il fratello più piccolo, a cui capitano i vestiti usati dei fratelli maggiori”.
Infine dal vigneto di Chiesamonti a Villa a Sesta, da uve provenienti da un impianto ad alberello a parete, si produce un vino che effettua un processo simile a “Le Trame”, con fermentazione in tini aperti, ma affinamento solitamente in legno di tonneau “pur non essendo convinta”. Questo vino è dedicato al solo mercato americano, essendo caratterizzato da una maggiore morbidezza, più note fruttate e minor acidità. “Negli ultimi anni, a causa di grandinate e siccità, ne è stato prodotto pochissimo”.
Per toccare con mano i processi di vinificazione descritti andiamo a vedere la cantina adiacente, che si divide in due aree, ben ricche di tini di fermentazione e vasche di affinamento, sia in acciaio, cemento e legno di diverso formato. Quest’area è stata concepita su misura ed idee di Giovanna, che voleva uno spazio dove poter lavorare da sola. “Oltre a questo, ho detto due cose all’architetto, volevo l’acqua calda e la stufa, per non patire il freddo in cantina e per ricreare quell’ambiente caldo che ricordavo da bambina. Oggi la stufa è stata eliminata e uno degli elementi fondamentali è l’impianto di condizionamento dell’ambiente”.
L’uva, vendemmiata a mano, viene diraspata nella parte superiore della cantina, per poi scendere per caduta e, dagli anni novanta, si fanno fermentare le uve, intere, in piccoli tini di legno aperti, realizzati da una famosa azienda di botti, in seguito ad una prima prototipazione in acciaio, ancora presente in cantina.
Le follature sono effettuate con un bastone realizzato dallo zio di Giovanna, su modello di quello che usava il nonno per produrre vino sui Colli Euganei. Le botti grandi sono usate per le lunghe macerazioni o per gli affinamenti. Tra le botti ci sono anche le compagne di viaggio degli anni novanta, tre vasi vinari, sempre di grande formato, con cui è stata iniziata questa avventura. Si possono notare anche un’anfora e un clayver nei quali si sono portate avanti alcune micro-vinificazioni, che hanno sortito risultati più soddisfacenti nel secondo caso. Il clayver era destinato ad un progetto di vinificazione di uve a bacca bianca, in ricordo del Trebbiano coltivato dal padre, ma per ora è in stand-by, in un cassetto.
Prima dei saluti un assaggio dalle vasche, rubando le basi dell’annata 2021 di “Le Trame” e “Chiesamonti”. Il primo vino si presenta con sentori più fini, sicuramente floreali e fruttati con spunti di spezia, cuoio, note ematiche, mentre il secondo accentua i sentori di frutti rossi, ma emerge anche una maggiore vaniglia e note di legno, per l’utilizzo di una botte più nuova, oltre ad un leggero sottobosco. La differenza più sostanziale è al palato, dove il primo entra più deciso e verticale, con una maggiore acidità e un’enfatizzazione delle parti dure, mentre il secondo è più morbido e largo, pur mantenendo una buona mineralità e sapidità. In entrambi i casi si ritrovano freschezza, beva e persistenza.
In attesa di poter assaggiare la bottiglia di “Le Trame” portata in Veneto, una foto con la scultura della donna arrabbiata che guarda e veglia la vigna e maglietta numero 262 per Giovanna.


