Ventolaio, un’oasi del Brunello tra le colline di Montalcino, alla fine di una stradina sterrata che vale la pena percorrere
17 Giugno 2023
Dalla zona del Chianti a quella del Brunello di Montalcino, tra le colline dell’omonimo paese, dove, dopo aver percorso una stradina dissestata di sassi, si arriva all’azienda Ventolaio. Un fuori strana che vale la pena, per incontrare Manuele, ultima generazione di questa piccola realtà famigliare nella parte più a sud di Montalcino.
Come prima cosa andiamo a scoprire la parte esterna di questa realtà, un corpo unico di circa novanta ettari, di cui diciotto sono vitati, una ventina a seminativi, ad oggi incolti, e nelle restanti parti troviamo aree boschive, oltre che le varie strutture, descritte nelle righe successive. A completare il tutto ci sono anche duemilacinquecento ulivi, di varietà leccino, frantoio ed alcuni impollinatori, piante che non vengono trattate e si bada solo allo sfalcio dell’erba.
I vigneti si trovano ad un’altitudine compresa tra i trecentocinquanta e i quattrocentottanta metri sul livello del mare, circondati dal Monte Amiata, la Maremma Toscana e Sant’Angelo in Colle.
Il poggio più alto, che ospita parte della vigna più vecchia, di poco più di trent’anni, con cui si produce la Riserva (soltanto nelle annate migliori), nasconde l’Abazia di Sant’Antimo.
Dal 2015 Ventolaio è certificata BIO e per i trattamenti si utilizzano solo rame e zolfo, oltre ad alcuni composti a base di alghe, soprattutto dopo episodi atmosferici come la grandine. I trattamenti vengono effettuati di notte, quando la brezza che accarezza queste colline diminuisce, le temperature sono più fresche e le foglie della vite con i pori più larghi.
Nelle annate “normali” si lasciano i filari inerbiti in maniera alternata, cosa che quest’anno, a causa delle abbondanti piogge non è stata possibile, come per quanto riguarda lo scorso anno, a causa del problema contrario, di mancanza di piogge. Le concimazioni si effettuano in caso di necessità, con letame organico di stalla. Dei diciotto ettari di Sangiovese quasi la metà sono atti a Brunello, solo due per il rosso, cinque per l’IGT e quest’anno è stato piantato un nuovo impianto. Il sottosuolo è caratterizzato dal tipico galestro, con una ricca presenza di scheletro, anche di grosso formato, come si può vedere dalle rocce estratte durante i primi lavori per creare gli impianti vitati.
La storia di Ventolaio trova le radici nella famiglia Fanti, da nonno Baldassarre, che un tempo aveva un’altra cantina a Castelnuovo dell’Abate oltre alla proprietà dove ci troviamo. Una struttura comprata come investimento, ma mai utilizzata né per la produzione del vino né come abitazione, trascurandola negli anni e destinandole un destino non troppo felice. In seguito ad alcune vicissitudini famigliari il papà di Manuele, Luigi Fanti, assieme alla moglie Maria Assunta, decisero di separarsi dall’azienda principale, dedicandosi ad un nuovo progetto, ripartendo da zero, in un’impresa che li ha visti restaurare il vecchio casolare e creare impianti vitati dove prima non c’era nulla. Curiosità è che mentre le vigne crescevano, per autosostentarsi e avere una rendita economica, la coppia ha iniziato l’attività di pastorizia, con un gregge di pecore. Negli anni è stato aperto anche un agriturismo con un paio di camere, chiuso nel 2014, a causa dell’impegno e la poca forza lavoro.
Passo dopo passo ha preso forma Ventolaio, nome attribuito a causa del costante vento che soffia su questo poggio. Oggi a continuare la strada tracciata ci sono i figli Manuele e Baldassarre, che con le loro forze e, senza fare passi più grandi delle gambe, stanno ingrandendo l’attività di famiglia, continuando ad investire sia sulla produzione di vino, sia sull’ampliamento delle strutture che gli consentono di trasformare le uve.
Spostandoci nella parte centrale dell’azienda Ventolaio troviamo la cantina per gli affinamenti, che risale al diciannovesimo secolo, dove il vino riposa in botti da quindici, trenta e quarantacinque ettolitri.
È in corso anche un esperimento di affinamento in cocciopesto, con risultati che si vedranno nei prossimi mesi. Qui è stata ricavata anche una nicchia dove poter conservare le vecchie annate dell’azienda, cento bottiglie di Brunello di Montalcino e cinquanta di Rosso, conservate ogni anno. Le vinificazioni si effettuavano tutte nella vecchia cantina, ma oggi, per motivi di spazio è stata creata una nuova e più moderna struttura nella parte inferiore della proprietà.
Ancora in fase di completamento si trova la cantina delle vinificazioni, tutta in pietra, e dotata delle più moderne tecnologie. Un mix di vasche in acciaio e cemento vetrificato dove vengono portate le uve per le fermentazioni, avviate tramite pied de cuve, e prodotte le basi che vengono poi trasferite in legno tramite un tubo che permette i vari spostamenti del liquido, anche per gli assemblaggi finali, prima dell’imbottigliamento.
Imbottigliamento che viene effettuato all’interno della stessa struttura, dove il vino viene poi stoccato in cestoni, nascosti da pareti elettriche. Oltre a questa nuova struttura ne è stata creata una seconda, adiacente, dove verranno stoccate la maggior parte delle botti di legno, così da rendere più semplici le lavorazioni e i trasferimenti del vino, nei suoi passaggi.
In un’area ancora sottostante si trova il “paradiso di ogni bambino”, ma anche adulto appassionato di motori, due capannoni popolati da trattori, scavatori, macchine cingolate, quad, strumenti per lo scasso, attrezzi per i trattamenti, per la movimentazione della terra e molti altri di cui ignoro l’utilizzo. Un parco mezzi che Manuele e Baldassarre gestiscono in prima persona, occupandosi di tutte le lavorazioni.
Le bottiglie prodotte di media per anno sono venti/venticinque mila di Brunello, quindicimila di Rosso di Montalcino e diecimila di Rosso IGT, per un totale di circa cinquantamila. Lo scorso anno, 2022, si sono prodotte anche millecinquecento bottiglie di rosato di Sangiovese, con solo contatto delle uve in pressa. Dalle cinquecento piante di Trebbiano Toscano e Malvasia si produce qualche ettolitro di vino, ad oggi per uso personale, vista la passione di papà Luigi per i vini bianchi.
Raggiunta la sala degustazioni, come ultima tappa, ci dedichiamo agli assaggi, partendo dal Rosso di Montalcino, annata 2021. Un vino a base di uve 100% Sangiovese che affina circa dodici mesi in botti di rovere di slavonia da trenta ettolitri. Dopo un ulteriore riposo in bottiglia, si esprime con sentori floreali, di rosa rossa, ciliegia, note di cuoio, un tocco terroso, leggera nota ematica, spezie, noce moscata. In bocca è ben bilanciato, morbido, con una buona sapidità, abbastanza minerale, tannino integrato, fresco, di beva e con una discreta persistenza.
Il fratello maggiore è il Brunello di Montalcino, di cui assaggiamo l’annata 2018, affinato tre anni in botti tra i quindici e i quarantacinque ettolitri, oltre ad un riposo in cemento dopo l’assemblaggio e la stabilizzazione in bottiglia per almeno altri sei mesi. In questo caso i sentori si caricano di note più tendenti al sottobosco, accentuando il cuoio, frutta sotto spirito, confettura di ciliegie, un leggero rabarbaro, bastone di liquirizia, tabacco dolce e un legno che non è ancora perfettamente integrato. Vino ancora un po’ giovane, che però entra diretto al palato, con una buona spalla acida, sapidità, mineralità, tannino abbastanza integrato e lunghezza.
L’azienda Ventolaio, nelle annate che lo permettono, produce altri due Brunello di Montalcino: la Riserva, che affina almeno tre anni in botti da quindici ettolitri e il “Campo dei Colti”, che resta in affinamento nello stesso vaso vinario per almeno quattro anni e mezzo o cinque.
Ringraziando Manuele, con la promessa di tornare a vedere i lavori finiti, per lui maglietta numero 261!


