Mongarda, assieme a Martino Tormena alla scoperta della realtà fondata da mamma Marinella e papà Bruno a Col San Martino
05 Marzo 2022
Finalmente sono riuscito ad organizzare un incontro nell’azienda Mongarda, assieme alla seconda e ultima generazione, Martino Tormena.
Un incontro che si apre subito visitando uno dei posti più emblematici di Col San Martino, la chiesetta di San Vigilio, con il suo campanile che domina le vigne e il quadrante dell’orologio visibile da quasi ogni punto di queste colline, così da scandire il tempo ai contadini che ne lavoravano le terre, quando ancora gli smartphone erano fantascienza.
Il panorama verso l’orizzonte fa ben capire dove sono situate Collalto e Ponte della Priula, mentre avvicinando lo sguardo si intravede il Fiume Piave e il limite naturale tra collina e pianura, che determina anche quello della DOCG. Alle spalle le colline del Prosecco e poco più su le Pianezze, una naturale barriera che protegge i vigneti dai venti del nord, oltre ad essere zona di pascolo. E ancora verso ovest rispetto alla chiesetta, il fiume Soligo, che delimita in questo caso la zona di Valdobbiadene da quella di Conegliano.
La data che ha dettato l’inizio della storia dell’azienda Mongarda si può individuare nel 1978 quando papà Bruno, che possedeva alcune vigne e mamma Marinella, che aveva un casale dove ora sorge la cantina, hanno unito la loro complementarietà, ricavando il nome dalla località Mongarda, dove sorgeva il vigneto più storico. Il nonno di Martino, papà di Bruno, al tempo non era molto contento della scelta del figlio di fare il vignaiolo a tempo pieno, avendolo fatto studiare per garantirgli un futuro, secondo lui, migliore.
Oggi troviamo circa dodici ettari vitati che si estendono tra i colli di Col San Martino, in diversi appezzamenti, e a condurre assieme ai genitori l’azienda c’è Martino che, dopo gli studi in enologia, senza alcuna incertezza, si è tuffato a capofitto in Mongarda. Le idee ben chiare e l’amore sfrenato per la viticoltura di collina hanno fin dall’inizio segnato in lui la voglia di trovare tecniche e soluzioni più dinamiche e versatili al fine di lavorare al meglio i vigneti, anche con l’aiuto di una leggera meccanizzazione, con impianti più larghi nei quali ci può passare un piccolo mezzo motorizzato. Questo per permettere anche un dispendio inferiore del tempo e una tempestività maggiore nei trattamenti. Possiamo toccare con mano il ripristino di alcuni vigneti poco più su della chiesetta di San Martino nell’appezzamento di “Rive Alte” con vista sulla chiesetta di San Lorenzo e poco distante il paese di Farra di Soligo. Le fallanze e i nuovi impianti vengono recuperati dalle vecchie vigne, principalmente da una che si può notare ormai sorretta ad un albero da frutto, una pianta centenaria di Glera adoperata per la selezione massale delle nuove gemme da innestare. Gli innesti vengono effettuati in maniera mista, sia a spacco manuale, sia con la tecnica meccanica definita “omega”.
Qui si può vedere anche una parte del substrato composto da un conglomerato di sassi e roccia molto friabile, che diventa polvere al tatto; terreni poveri ed ostici, con una pendenza talvolta molto elevata e la necessità delle radici di andare in profondità per trovare nutrimento.
La filosofia di base per la gestione dei trattamenti è quella di non pensare solo al presente ma anche all’eredità che verrà lasciata alle generazioni future, concentrandosi sul rispetto della pianta e del sottosuolo, cercando di essere meno impattanti possibile. I trattamenti si effettuano rispettando quanto consentito dal disciplinare biologico, rame e zolfo e talvolta l’utilizzo di estratti di ortica ed equiseto. Il terreno viene compensato se necessario con del sovescio, dipendentemente con leguminose al fine di creare nutrimento, o graminacee e cereali per impoverirlo.
Negli anni si sono identificate diverse vigne e zone per la produzione di diverse tipologie di vino creando così una gamma di etichette che spazia dalle quattro principali di Brut, Extra Dry, Colfondo e Metodo Classico e da alcune sperimentazioni di qualche centinaio o migliaia di bottiglie di Extra Brut, un bianco fermo a base di Glera e un Pinot Grigio.
Tornando alla cantina Martino mi racconta come avviene il processo di vinificazione, con l’uva che arriva in cassetta, dopo una prima selezione manuale in pianta e viene pressata in maniera soffice per poi andare direttamente in vasche d’acciaio, cemento o vetroresina e fermentare grazie ad un pied de cuve ottenuto dalla stessa uva vendemmiata anticipatamente.
Le rifermentazioni in autoclave ad oggi avvengono con lieviti selezionati, ma l’intenzione è quella di poter adoperare lieviti indigeni anche per l’innesco di questo secondo processo di fermentazione. Lo scopo di Mongarda è quello di ottenere vini caratteristici del territorio e si può evincere da una vecchia mappa affissa sul muro come ci sia una zonazione ben precisa di tutti i singoli appezzamenti vitati di Col San Martino.
Ci sediamo nella saletta degustazioni, un tempo utilizzata come stanza di stagionatura dei salumi, per assaggiare i vini prodotti, circa sessantamila bottiglie per anno. Il punto di partenza è il Prosecco DOCG Brut 2021, prodotto dalle vigne di San Gallo circondate per due terzi da bosco, un vecchio vigneto esposto a sud, a trecentocinquanta metri sul livello del mare. Prosecco dai sentori agrumati, scorza di limone, frutta fresca, fiori bianchi, pietra bagnata, con un’ottima mineralità, sapidità e buona spalla acida, tutte caratteristiche che sono un filo conduttore nei vini Mongarda. In etichetta un uccellino a simboleggiare la vitalità che proviene dal vicino bosco, in ottica di equilibrio di un ecosistema che integra vigneto e parte boschiva.
Il secondo vino è il Prosecco DOCG Extra Dry 2020, con uve provenienti dal vigneto visitato in zona “Rive Alte” a duecentocinquanta metri sul livello del mare. Un vino, che assieme al Colfondo, rappresenta un simbolo dell’origine dell’azienda Mongarda; sentori di pera, fiori bianchi, erba tagliata, note gessose, per un gusto bilanciato pur avendo un grado zuccherino più elevato del precedente si caratterizza per il suo equilibrio. In etichetta un richiamo alla storia identificato con un disegno che rappresenta la carta che un tempo si trovava all’interno dei vecchi mobili.
La novità del 2020 è la produzione di quattromila bottiglie di Prosecco DOCG Extra Brut ottenuto con le uve della parte più alta del vigneto San Gallo raccolte l’ultimo giorno di vendemmia. La sua etichetta richiama, con una fascia rossa, gli spumanti e gli champagne di un tempo e i suoi sentori sono legati a note floreali, twist di limone, spunti gessosi e fumè per un gusto fine e verticale, ben teso, minerale e sapido.
Il quarto vino è il Colfondo IGT 2020 che rifermenta grazie al mosto della stessa annata o uva passita, aggiunte quando viene imbottigliato tra marzo e aprile in luna crescente e tappato con tappo a corona. Vino dalle note di frutta matura, mela gialla, mela cotta, lievito, leggera crosta di pane. In bocca è sprintoso, con una bolla abbastanza fine, teso, dalla buona spalla acida e mineralità, “croccante” e di buona persistenza.
In etichetta un richiamo alla nebbia che si ferma alle pendici della collina a voler riprendere anche il contenuto della bottiglia, caratterizzato dalle note velate regalate dai lieviti sul fondo. “Non mi piace agitare la bottiglia prima di versare un Colfondo, per non far incazzare il vino!”.
Un assaggio anche di una delle milletrecento bottiglie del Prosecco DOCG Metodo Classico, annata 2018, che viene sboccato di media dopo venti, ventiquattro mesi dall’imbottigliamento. Vino ottenuto con l’uva della vigna Mongarda che non viene dosato. I sentori sono legati alla frutta matura, albicocca, mela, litchi, ma anche a note erbacee e di erbe aromatiche come salvia e timo, per un palato fine e delicato, ma al contempo pieno e ricco di mineralità. L’etichetta rappresenta una clessidra, sinonimo del tempo necessario per il suo affinamento.
Prima dei saluti un assaggio anche dei due vini fermi, entrambi IGT, ottenuti rispettivamente da uve Glera e Bianchetta vinificate assieme e Pinot Grigio, entrambi annata 2020. Il primo richiama il vino fermo di un tempo con sentori di mela, fiori bianchi, note erbacee, di salvia, pietra bagnata, spunti officinali, per un palato fresco, sapido, minerale. Il secondo vino è stato ottenuto da un vigneto di circa sessant’anni, che produce piccoli grappoli, e viene vinificato dopo un leggero contatto con le bucce in vetroresina. Anche se la bottiglia è aperta da qualche giorno, al naso si possono percepire note di piccoli frutti rossi, albicocca disidratata, arancia candita, mango, leggero pepe bianco per un palato che ripresenta la caratteristica tensione, mineralità e buona sapidità costante dei vini Mongarda.
Una conclusione tra chiacchiere e assaggi accompagnati da un salame “di casada” e maglietta numero 147 per Martino Tormena.


