Pranzegg, a pochi passi dal centro di Bolzano per scoprire l’ecosistema, non solo fatto di vigna e vino, ricreato da Martin Gojer e dalla moglie Marion
12 Dicembre 2025
Fine giornata in compagnia di Martin Gojer, all’interno del suo ecosistema Pranzegg, che si trova ad una manciata di metri dal centro di Bolzano, ben visibile dall’azienda.
Ci troviamo all’interno del Maso che ha dato il nome a questa realtà, risalente al 1500 e acquistato dai nonni di Martin, Theresia e Anton nel 1935. Già a quei tempi erano presenti poco più di due ettari vitati, condotti dalla famiglia prettamente per autosussistenza, assieme ad altre attività agricole sia nella coltivazione di ortaggi, ma anche nell’allevamento di alcuni capi di bestiame. Un lavoro contadino continuata anche dai genitori Heinrich e Leopoldine, che si sono concentrati principalmente nella coltivazione delle uve, destinate alla vendita, abbandonando via via le altre attività.
La terza generazione è rappresentata da Martin e dalla moglie Marion, i quali hanno ripreso in mano l’attività di famiglia, volendo creare una sorta di ecosistema olistico assomigliante a quello della prima generazione, non solo concentrato sulla produzione di uve da trasformare, ma riprendendo il modello di una fattoria a tutto tondo, vivendo della vendita di vino, ma integrando anche l’orto, oltre a qualche insetto e animale, tra cui api, pecore e galline.
Le vinificazioni casalinghe non sono mai state abbandonate, ma Martin, dopo la scuola in agraria ha lavorato in un’azienda vitivinicola vicina, per poi dedicarsi al vivaismo e, successivamente, come consulente in una famosa realtà legata principalmente alle potature e al mantenimento della vigna, occupandosi per lo più dei clienti basati in Austria, Germania e Svizzera. Un ruolo che lo ha portato a conoscere numerose aziende vitivinicole, infondendo il suo sapere, ma anche imparando molte sfumature dai diversi clienti, creandosi così un notevole bagaglio esperienziale.
Il 2015 è stato l’anno in cui è stato terminato il percorso legato alla consulenza, volendosi concentrare sul progetto Pranzegg, partendo dai due ettari abbondanti a corpo, fino ai quattro di proprietà, attuali, oltre ad altre due vigne, di circa un ettaro ognuna, appartenenti ad un paio di amici, delle quali si acquistano e vinificano le uve.
Tutti i vigneti sono situati tra i duecentocinquanta e i novecento metri, con piante che crescono in zone molto ripide e con un 70% di impianti a pergola.
Gli appezzamenti acquistati in seguito all’inizio dell’attività sono situati al di là della Valle, mentre quelli delle due collaborazioni si trovano rispettivamente ai piedi di Santa Maddalena e una vigna, al Colle, a novecento metri d’altitudine sul livello del mare.
Parlando di substrato, possiamo trovare un terreno abbastanza uniforme, essendo Bolzano frutto di un vecchio vulcano, di cui la città stessa ne rappresenta il cratere, trovando così una matrice porfirica, terreni acidi, molto drenanti, con una formazione di sabbia e argilla nella parte superiore. Nelle vigne più in basso e posizionate nell’area di Santa Maddalena sono presenti per lo più granito e basalto, con molto materiale di riporto trasportato tramite il fiume Isarco.
Il lavoro in vigna è sempre stato caratterizzato da una gestione sostenibile, che non ha mai visto l’utilizzo di erbicidi o fertilizzanti, essendo questa un’area vocata all’ottenimento di ottime uve. Così, Martin ha potuto ereditare un ecosistema sano ed equilibrato, condotto oggi in biologico, certificato nel 2012, e biodinamico, dal 2015, dopo svariate prove ed esperimenti. I trattamenti a base di rame e zolfo sono via via diminuiti nel corso degli anni, utilizzando principalmente preparati vegetali, tisane, decotti, oltre ai fermenti lattici. Oltre a ciò, viene autoprodotto un compost per integrare i terreni, abbinato ai vari preparati 500 e 501.
Un approccio che vuole essere attento e presente, con un presidio costante in vigna, legato all’osservazione delle piante, al fine di capirne le necessità, ma anche legato al rispetto sociale di persone ed animali.
Lo scopo ultimo, nella conduzione, è quello di poter portare uva sana ed “energetica” in cantina “facendo meno danni possibili”, in una zona che è caratterizzata da molta umidità, pur avendo trovato il corretto equilibrio, dopo diversi anni. Pur essendoci alcune difficoltà, se c’è la volontà di portare avanti un lavoro di questo tipo è decisamente fattibile e sicuramente “potrebbero esserci più produttori in questa zona che si cimentano nella conduzione in biologico e biodinamico”.
Dal 2009, anno in cui è nata la primogenita Caroline, si sono cominciate le prime vinificazioni dedicate alla produzione di vini in bottiglia. Solo il primo anno e in via prettamente sperimentale, si sono svolte vinificazioni sia con lieviti spontanei sia con lieviti indigeni, capendo che la strada era quella delle fermentazioni spontanee, lavorando, già dal 2010, con questa filosofia, non controllando le temperature, senza alcuna chiarifica o filtrazione e con l’utilizzo della solforosa in minime dosi. Quello che si vuole trasmettere è un messaggio che nasce dal territorio, qualcosa di autentico, che vuole essere interpretazione della zona e di una determinata annata, non creando un vino uniforme e costante.
Dando uno sguardo alla cantina si possono vedere botti di rovere con legno proveniente dalla foresta nera, che spaziano dai cinquecento ai tremila litri, oltre ad alcune botti in castagno, vasche in acciaio e in cemento, Quasi tutte le masse fermentano e affinano, per una buona percentuale in legno, utilizzando in seconda battuta il cemento e, solo se necessario, l’acciaio, dipendentemente dalle quantità.
Lo scopo è quello di produrre vini secchi, con la fermentazione malolattica svolta, che siano stabili in bottiglia, con una media produttiva di circa trentamila bottiglie, tendenti alla crescita.
Le etichette sono nove, di cui tre fanno circa la metà della produzione: “Caroline”, “Campill” e “Laurenc”. Scoprendo tutte le referenze troviamo il già citato “Campill”, a base Schiava; il rosso “Laurenc” e il rosato “Demian”, con uve Lagrein; due blend delle varietà a bacca rossa Schiava e Lagrein che sono stati interpretati rispettivamente nel rifermentato in bottiglia “Miau Miau” e in un “Vino Rosso Leggero”.
In bianco, in aggiunta al “Caroline”, ottenuto principalmente da uve Sauvignon Blanc e Chardonnay, sono presenti altre tre referenze, tra cui il Gewürtztraminer “GT”; “Tonsur” con dieci varietà, di cui la maggior parte Müller Thurgau, ma anche Sylvaner, Pinot Bianco, Chardonnay; e infine “Elysion”, un Pinot Bianco dai vigneti a novecento metri sul livello del mare.
Prima degli assaggi una curiosità sul simbolo dell’azienda, che, non essendoci una storia di emblemi o aristocrazia alle spalle, è stato identificato in un’iride stilizzata, disegnata a mano, con lo sfondo delle sue linee di disegno, sinonimo di artigianalità. Raffigurazione che sembra muoversi con la sua profondità intrinseca, la quale vuole trasmettere sia qualcosa di terrestre ma anche indefinita e celeste, come il suo colore, ripreso dagli occhi di Caroline.
Cominciamo a degustare proprio con il vino dedicato alla figlia “Caroline” nella sua annata 2022, la principessa nata da vigneti a corpo, a quattrocento metri d’altitudine con uve che restano tre giorni a contatto sulle bucce, tutte assieme, con alzata di cappello, per poi far affinare il vino un anno in botte di legno grande, dieci mesi in cemento e un anno in bottiglia. Si presenta al naso con note di frutta, pesca bianca, un tocco di ananas, litchi, tè verde, una leggera spezia e note di mentuccia, il tutto mai invadente e molto delicato. In bocca entra con una buona sapidità, discreta spalla acida, beva, un discreto corpo, ben bilanciato, fresco e con una buona persistenza.
Passiamo a quello che viene definito una sorta di “Cerasuolo Alpino”, “Demian” 2022, Lagrein rosato, frutto di una pressatura diretta delle uve, affinato per dieci mesi in botte grande e dieci in bottiglia. Vino dai sentori di piccoli frutti rossi, un tocco di sanguinella, note ematiche, fumè, di pietra, oltre ad una leggera spezia e grafite. In bocca entra con una buona spalla acida, minerale, sapido, fresco, di beva, con un tannino molto discreto e moderata persistenza.
Il primo assaggio in rosso è di “Laurenc” 2021, con uve di Lagrein che effettuano una macerazione di circa cinque settimane, con cappello sommerso, per poi passare ad un affinamento di due anni in botte grande, e due di bottiglia. Al naso si esprime con sentori di mirtilli, spezie, liquirizia fresca, note erbacee, sentori sanguigni, ferrosi per un sorso caratterizzato sempre da una buona tensione, tannino che emerge maggiormente, sempre sapido e abbastanza minerale, con una buona persistenza.
Concludiamo con il “Campill” 2022, nome che in etichetta viene parzialmente censurato, poiché, non facendo parte di alcuna denominazione, dal 2014 non è più possibile indicarlo, essendo una UGA (Unità Geografica Aggiuntiva). Schiava di differenti biotipi con un’età media di sessant’anni che seguono una vinificazione pari al precedente vino presentandosi con note fresche, di frutti rossi, ciliegia, amarena, spezia, chiodi di garofano, note ematiche per un sorso fresco e di beva, pur avendo un ottimo corpo, tannino vivido, buona persistenza e ancora in piena gioventù; sicuramente da riassaggiare nel tempo per scoprire la sua evoluzione.
Una Schiava quasi atipica che fa emergere più le caratteristiche del luogo che della varietà, con un carattere più intenso e corposo di altri vini ottenuti da quest’uva.
Riprendiamo il cammino tra le viuzze di Bolzano e le luci che illuminano la città in clima natalizio, dopo aver ringraziato Martin e avergli consegnato la maglia numero 433.


