Renato Ratti, dalle prime zonazioni del Barolo all’Albeisa, La Morra (Cuneo)

Renato Ratti, un viaggio nella storia del Barolo, dalla prima proposta di zonazione, alla bottiglia simbolo della DOCG, l’Albeisa

2 Maggio 2023

Un weekend improvvisato nelle Langhe si conclude nella cantina Renato Ratti, una delle aziende che ha segnato la storia di queste terre e del suo vino principe, il Barolo. All’accoglienza c’è Luca, e con lui andiamo a ripercorrere i momenti più salienti di questa realtà, che porta di nome del suo fondatore, nonché prima generazione di vignaioli, Renato. Classe 1934, figlio di un veterinario, decise, in un periodo in cui l’Italia stava uscendo dalle ferite di guerra, di studiare enologia ad Alba, ai tempi in cui a farla da padrone tra le varietà d’uva c’erano Dolcetto e Moscato. Diplomatosi nel 1953 andò a lavorare per la Cinzano, che gli diede l’incarico di gestire la produzione del vino da Vermouth in Brasile. Un’esperienza oltre-oceano, in terre piuttosto ostili per la viticoltura, che lo fecero appassionare ancora di più a questo mondo e che fu anche il motore per compiere diversi viaggi alla scoperta dei vini e dei vitigni più vocati del mondo, concentrandosi per lo più in Francia e soprattutto in Borgogna. Qui potette scoprire le varie sfumature e declinazioni del Pinot Nero, trovando più di qualche analogia con il Nebbiolo sia come uva, sia nell’associare le terre di Borgogna con quelle delle Langhe. Nel 1964 Renato Ratti concretizzò quello che voleva fare della sua vita e tornò a casa, acquistando un vigneto, una prima cantina e cominciò a produrre vino da uve Nebbiolo. La vigna, presente anche oggi nella proprietà, si estendeva sotto all’Abazia dell’Annunziata (in restauro); una scelta dettata dalla consapevolezza che i vari ordini religiosi della storia sceglievano i posti più vocati per la produzione dei loro beni di autoconsumo, tra cui il vino. La prima cantina è nata proprio nel seminterrato dell’Abazia, in affitto, e il vino in prima battuta non venne chiamato Barolo, ma “Marcenasco”, volendo fin da subito enfatizzare l’idea di Cru.

Renato Ratti non fu il primo a valorizzare il tema dei Cru e nemmeno il primo ad effettuare una zonazione di queste terre, essendoci stato un predecessore, tale Lorenzo Fantini, che nel 1879 catalogò ottantadue Cru per il Barolo e trentaquattro per il Barbaresco. Ratti fu sicuramente colui che iniziò uno studio estremamente minuzioso, approfondito e sistematico, con ricerche geologiche ed ambientali per creare una “Carta del Barolo” che contava quarantasei Cru, di cui dieci “di elevate caratteristiche qualitative” e fu colui che propose tale sistema al comitato del disciplinare. Un progetto, che a fine anni sessanta, voleva talvolta copiare dai cugini francesi un modello vincente, ma che non venne interpretato in maniera positiva dal comitato. Il modello fu ripreso solo nel 2010, anno nel quale furono individuate le MGA, Menzioni Geografiche Aggiuntive, per mano di Alessandro Masnaghetti, arrivate oggi al numero di cento ottantuno.

C’è da ricordare che Renato Ratti era un collezionista di oggetti legati al mondo del vino e non; tra questi si possono vedere ancora oggi nella sala degustazioni alcune delle bottiglie da lui raccolte nelle varie cantine. Questa passione è stata d’ispirazione per individuare una bottiglia di un formato che secondo lui era il più adatto per imbottigliare il Barolo e i vini di Langa. Correva il 1972 e questo progetto fu proposto al Consorzio DOC (nato nel 1966), ma anche in questo caso Renato Ratti non venne ascoltato. La sua determinazione lo portò comunque a far produrre il prototipo della bottiglia, che nel corso degli anni è stata utilizzata dai produttori amici e più vicini a lui, lasciando il brevetto aperto, a disposizione di tutti coloro che volessero prosperare la causa di avere un simbolo univoco e di riconoscibilità di queste terre. Oggi l’80% delle aziende presenti nelle Langhe utilizzano l’Albeisa.

Da questo racconto e dall’ambiente circostante traspira la personalità di un uomo che ha visto lungo per questa zona, volto più che all’imprenditoria e al successo della sua azienda, a far diventare grande e blasonato un territorio.

Dopo la sua prematura morte nel 1988 l’azienda viene condotta dal giovane figlio Pietro, che ha seguito le orme del padre nello stesso percorso in enologia.

L’azienda Renato Ratti oggi conta sessanta ettari, che si dividono tra le Langhe, il Roero, l’Alta Langa e il Monferrato. La conduzione è tra le più tradizionali nel rispetto dell’ambiente circostante, con certificazione di sostenibilità e trattamenti limitati, soprattutto nei due anni passati in cui non è quasi mai piovuto e gli interventi sono stati tendenti allo zero. La cantina, per come la vediamo oggi, è stata realizzata nel 2005, corredata da una sala degustazioni che ha la parvenza di un museo, con alcuni pezzi da collezione raccolti negli anni da Renato Ratti, tra cui vetri antichi, cavatappi, bottiglie di vino di altre aziende e bottiglie della sua realtà, dagli anni sessanta in poi.

Si può accedere all’area delle vinificazioni tramite una scala, che porta direttamente alle grandi vasche d’acciaio, in cui fermentano tutti i vini (Barolo compreso), ad eccezione di uno Chardonnay, produzione limitata che viene fatta fermentare ed affinare in barrique. In realtà anche una parte (50%) del Nebbiolo atto a BaroloSerradenari”, del vigneto a cinquecentoventi sul livello del mare, fermenta in barrique. Di media le uve a bacca rossa vengono lasciate macerare a temperatura controllata per trenta/quaranta giorni e nei primi dieci giorni si effettuano alcuni rimontaggi. Le fermentazioni avvengono con lieviti aggiunti e i periodi di affinamento dipendono dalle varietà, lasciando riposare il Barolo almeno due anni in botti grandi. Le botti sono posizionate in una sala sotto alla cantina, a temperatura pressocchè costante, in cui si può vedere anche una parte di terreno con cui è formata questa collina, oltre alla riserva di bottiglie storiche personale della famiglia.

I Barolo prodotti sono quattro: “Conca”, da un terreno calcareo-argilloso e ricco di limo in purezza; “Marcenasco”, che vede un terreno simile, arricchito da ghiaia e sabbia; “Rocche dell’Annunziata”, dove a predominare sono sabbia, ghiaia e una marna bluastra ed infine “Serradenari”, con rocce e ghiaie metamorfiche (la parte più giovane delle Langhe).

Per quanto riguarda la filosofia nelle nomenclature dei vini prodotti dall’azienda, anche nei vini meno complessi si vuole valorizzare il nome del territorio, puntando sempre meno su Alba, ma molto di più su Langhe.

Oltre alla ricchezza nella storia della valorizzazione del territorio l’immagine di questa realtà è fortemente associata alle sue etichette che rappresentano dei soldatini. Estremamente affascinato dalla storia di queste terre Renato voleva un’etichetta identitaria per il suo Barolo e in seguito per gli altri vini, così si rivolse ad un suo vecchio professore di storia, esperto del periodo napoleonico. Lo scopo era quello di individuare che tipo di soldati pattugliavano o combattevano nelle varie zone in cui erano presenti i vigneti dell’azienda, così da rappresentare i vini con i vari protagonisti dei quel periodo di storia. Nelle etichette, oltre ai personaggi, sono riportati anche i nomi di determinate battaglie combattute in quelle terre.

Per assaggiare alcuni dei vini prodotti, dopo aver esplorato i sotterranei della cantina, torniamo in superficie nella sala degustazioni. Un tris di Barolo che comincia con il “Serradenari” 2019 di cui, come anticipato, un 50% della sua massa affina in barrique. Siamo a sud de La Morra, nel vigneto più alto dell’azienda, che poggia su roccia ed è “accarezzato” da fredde correnti di montagna, acquistato “emozionalmente” nel 2017, per le sue caratteristiche uniche e diverse da quelle più usuali delle colline langhette. I suoi sentori principali riportano alla ciliegia, note agrumate di sanguinella, spunti di rabarbaro, note balsamiche, emergono anche le spezie e la vaniglia. In bocca è quello dalla spalla più acida maggiore, minerale, fresco, dalla buona beva, tannino delicato e persistenza.

Passiamo ad uno dei Cru più storici “Rocche dell’Annunziata” 2019, la cui prima annata è stata la 1971, nel qualche emergono più note di frutti rossi, rosa rossa, pot-pourri di fiori rossi, meno note terziare, con sentori più freschi è solo qualche accenno di liquirizia e anice stellato. In bocca emerge una buona acidità, maggiore corpo, tannino che fa più capolino e buona persistenza. Questo vino è stato definito da Renato RattiIl Barolo più Borgogna che si possa immaginare”.

La fortuna di concludere con un Barolo di vent’anni prima delle due precedenti bottiglie, un “Marcenasco” del 1999, frutto di un’annata ben bilanciata e non piovosa. Al naso emergono note di frutta sotto spirito, agrume essiccato, note chinate, di cuoio, liquirizia, per un sorso che mantiene ancora la sua freschezza, buona acidità e tannino delicato, oltre ad una buona persistenza. Dal colore si presuppone una maggior estrazione e probabilmente anche un leggero passaggio in barrique.

Curiosità dell’azienda è che è presente un museo suggestivo dove si trova l’Abazia dell’Annunziata, pensato da Renato come museo del vino; oggi in fase di restauro e rivalutazione. Questa struttura diventerà un museo dedicato alla vita e storia di Renato Ratti e di quanto la sua persona ha portato nel territorio. In attesa di visitare la nuova struttura, che aprirà idealmente nel 2024, maglietta numero 246 per Luca!

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