Silvia Barbaglia, tra le colline di Boca per scoprire l’azienda di Silvia, che produce vini dell’Alto Piemonte ottenuti dai tipici terreni vulcanici
23 Gennaio 2026
Finalmente in compagnia di Silvia Barbaglia, tra le colline di Boca, nell’Alto Piemonte, per scoprire questo territorio e la sua azienda, condotta da lei in prima persona, con l’aiuto del padre e del compagno, l’amico Vitale di Malga Ribelle.
Appuntamento al Santuario di Boca, una maestosa struttura la cui prima parete è stata eretta nel diciassettesimo secolo, mentre la conformazione attuale risale a due secoli più tardi, per opera dell’architetto Alessandro Antonelli.
Piccola parentesi: non poteva mancare una foto in appoggio alla croce situata sulla parte posteriore della chiesa, in quella che era la sua facciata originaria, poiché si racconta essere miracolosa per far passare i dolori alla schiena.
Proprio dietro al Santuario è presente una via ciclabile, percorribile in auto solo da chi possiede terreni in quell’area, che porta alla Cascina Buonumore, uno degli appezzamenti vitati di Silvia. Qui è stata acquistata, passo dopo passo, una proprietà di circa tre ettari, piantando le vigne di Nebbiolo e Vespolina (come da disciplinare del Boca, che vuole il blend vigna), oltre ad un appezzamento di Erbaluce, a partire dal 2012, riconvertendo anche una parte di bosco, che negli anni aveva preso il sopravvento.
Possiamo letteralmente toccare con mano il terreno che contraddistingue questa zona, con le sue origini vulcaniche, di circa duecento ottanta milioni di anni fa, e le pietre di diverse sfumature, che spaziano dal verde, al rosso, al giallo, al marrone.
Quelle che sembrano rocce molto dure, invece, sono estremamente friabili e, a causa delle varie intemperie, diventano “soffici” e tendono a sgretolarsi facilmente, trasformandosi in sabbie, spazzate via dal vento, facendo riaffiorare la roccia madre.
C’è da sottolineare che quest’area, circondata da boschi di rovere e castagno è un ottimo habitat per diversi animali, tra cui cinghiali e caprioli che, per essere tenuti fuori dai vigneti, si è dovuta recintare tutta la proprietà. Oltre ai boschi, sono presenti diverse montagne, fondamentali anche come protezione delle vigne, con picchi che arrivano a mille, duemila e i quattromila metri del Monte Rosa; che dovremmo tornare a vedere a causa della giornata uggiosa. Uno di questi monti, il Monte Fenera, che fa parte della Valsesia, è un importante sito preistorico, dove si sono trovati insediamenti dell’uomo, risalenti a circa settantamila anni fa, oltre ad alcune tracce di Vitis Vinifera.
Un’altra curiosità è che, a fondo valle, dopo gli ultimi vigneti dietro alla cascina è presente un torrente, con acque che scendono dai ghiacciai, il cui fondale è composto da sabbie marine, ricche di fossili, testimonianza dello scontro delle due placche, che hanno dato vita a questa zona, milioni di anni fa.
Nel mezzo della proprietà è presente anche una struttura nata da un casotto del ‘700, ampliato nel secolo successivo con stalla e cantina ed abitato fino al 1970. Si stanno completando i lavori per adibirlo ad abitazione di Silvia, adiacente a due sale degustazioni per dedicarsi all’accoglienza di appassionati del mondo del vino, ma anche ristoratori clienti e aziende che desiderano svolgere iniziative nel mezzo della natura, accompagnati da un buon calice.
L’azienda Silvia Barbaglia possiede altri quattro ettari, di cui uno e mezzo nei terreni alluvionali di Briona, piantato a Croatina, con vigne di sessant’anni, Vespolina e Uva Rara; un ettaro e mezzo in località Cavallirio, dove sono piantate Nebbiolo, Uva Rara ed Erbaluce e un altro mezzo ettaro sempre in località Cavallirio, dove si trova il “Vigneto della nonna” con uve Erbaluce e la vigna “Mura”, con Erbaluce, Vespolina, Nebbiolo e Uva Rara.
Questo paese si ipotizza risalire a “Curticella de cavalli regis”, antico borgo dove negli anni mille venivano allevati i cavalli del re. È proprio qui che nel 1946 la famiglia Barbaglia ha iniziato la sua attività, poiché il nonno paterno, Mario Barbaglia, come tutti gli abitanti della zona, possedeva alcuni appezzamenti vitati e produceva del vino, per lo più per autosostentamento. Mario si era fatto coinvolgere dall’ondata dell’industrializzazione, cominciando a lavorare in fabbrica, tornando quasi subito alla vigna e all’incremento della produzione di vino sfuso, che veniva venduto per lo più in damigiana, anche se si produceva qualche bottiglia. Nel 1969 papà Sergio è stato letteralmente obbligato a studiare enologia ad Alba, per dare un continuo all’azienda di famiglia, che si è ritrovato a gestire troppo presto, a causa della prematura scomparsa del padre, ereditando tutta la rete di clienti da soddisfare. Silvia ha seguito a ruota Sergio, fin dall’età di quattordici anni, innamorandosi di questo settore, ben consapevole degli avvertimenti del padre che gli ripeteva che “questo è un lavoro dove ti spacchi la schiena!”. Dopo aver sistemato la cantina a fine anni ’90 si iniziò a ridurre la quantità di vino sfuso, per dedicarsi agli imbottigliamenti. Silvia ha portato avanti gli studi in economia a Milano, parallelamente alla cantina di famiglia, soprattutto negli aspetti legati alla commercializzazione, dando ufficialmente il suo nome all’azienda nel 2012.
Oggi Silvia Barbaglia si dedica a trecentosessanta gradi all’azienda, sia macinando più di settantamila chilometri l’anno per le vendite, sia negli aspetti delle vinificazioni e della cura della vigna, dove è supportata anche dal compagno Vitale.
Prima di raggiungere il cuore produttivo dell’azienda, scopriamo un altro mezzo ettaro, in località Cavallirio, sulle colline storiche, uno degli ultimi acquisti di Silvia, nel 2014, dove sono state piantate dieci anni più tardi, nel 2024, le vigne di Nebbiolo e Vespolina. Questa vigna ha preso il nome di Casotto della Bottiglia, essendoci un vecchio casotto, che un tempo fungeva sia da magazzino degli attrezzi, ma anche da abitazione di supporto, adibita al piano superiore. Qui si può vedere una bottiglia sul tetto, di cui l’originale è ben custodita, dopo un furto e, fortunatamente, ritrovamento. Anche qui si può notare la magia del terreno vulcanico, con le sue innumerevoli sfumature di colori!
Adiacente a questo vigneto è presente una sorta di cucuzzolo della collina, a cento metri, dove in futuro si vuole piantare una vigna che riprende la vecchia tecnica della Maggiorina (con tre ceppi di diverse varietà, che si estendono in direzione dei quattro punti cardinali). Appartenuto un tempo ad una delle più storiche famiglie del paese, nel prossimo futuro c’è l’idea di produrre un vino da questa piccola nicchia.
In un territorio dove la pioggia è di circa duemilaquattrocento millimetri per anno e il terreno presenta un’acidità molto elevata, con un PH di 4.5 è necessario un presidio costante dei vigneti, con trattamenti puntuali e mirati, poiché ogni errore fa aumentare il rischio di perdita del raccolto. Le piogge, sommate alla rugiada e al ciclo vegetativo molto lungo, devono essere gestite al meglio con i trattamenti che, seppur si cerca di ridurre, sono necessari per portare a casa l’uva.
Arrivati a Cavallirio, scopriamo quella che è la cantina originaria dell’azienda, dove sono presenti vasche in acciaio dedicate alle fermentazioni alcolica e malolattica dei vini, oltre ad una barricaia dove riposa esclusivamente il Boca, con botti di diverse misure, tutte usate per non impattare con sentori di legno sul prodotto finale. È stata creata anche un’area di stoccaggio per il Metodo Classico, che viene sboccato e ricolmato direttamente in cantina, così come il processo di imbottigliamento ed etichettatura di tutti i vini, concludendo il ciclo di produzione.
La produzione media annua dell’azienda Silvia Barbaglia si attesta sulle trentamila bottiglie, divise in undici etichette, tra cui i monovarietali di; Uva Rara; Croatina; Vespolina; Nebbiolo; per poi passare al Boca DOC; alla “Cascina del Buonumore”, blend di Nebbiolo e Vespolina dal 2022; l’Erbaluce “Lucino” e l’Erbaluce “Cascina del Buonumore” (essendo papà Sergio un bianchista); e il Metodo Classico di Erbaluce, “Curticella”, prodotto dal 2005, con diversi mesi di riposo sui lieviti, così da avere due vini differenti, oltre alla versione rosè. Un piccolo segreto è che sono presenti poco più di un centinaio di magnum, ancora da sboccare, che ormai hanno raggiunto una sosta sui lieviti di duecentoquaranta mesi, che verranno degorgiate probabilmente nel 2026.
Negli anni è stata creata anche una sala dedicata alle degustazioni, dove si possono assaggiare i vini Silvia Barbaglia accompagnati da qualche salume e formaggio locale.
I nostri assaggi cominciano con l’Erbaluce “Luce del Buonumore” 2023, che si presenta con note erbacee, di erba secca, nota di agrume, bergamotto, susine sentori salmastri, per un sorso sapido, minerale, con una buona spalla acida e discreta persistenza. Un vino da undici gradi e mezzo che alterna complessità ma anche grande freschezza e beva.
Una carrellata dei vini rossi monovarietali, vinificati ed affinati in acciaio, che comincia con Uva Rara 2024, varietà detta anche Bonarda Novarese con i suoi sentori di lampone, fragolone e leggera spezia, un vino conviviale, “vinoso”, dalla buona acidità, beva, tannino integrato e discreta persistenza.
I colori si caricano nella Croatina 2022, che presenta sentori di frutta più scura, violetta e un leggero sottobosco, ma anche un corpo più pieno, con una trama tannica più presente, mantenendo costante la spalla acida, ma anche sapidità e discreta mineralità.
Nella Vespolina 2024 emerge la sua nota speziata, ma anche balsamica, floreale, con sentori di petalo di rosa, ma anche rabarbaro, per un sorso tannico, con le parti dure che la fanno da padrone e una buona persistenza.
È il turno del Nebbiolo 2024, scarico nel suo colore, con note delicate, un tocco ematico, di ciliegia, ma anche una leggera spezia e tocco balsamico, con un inizio di sottobosco. L’acidità è una costante, una buona sapidità e mineralità, tannino che si sta pian piano integrando e discreta persistenza.
Passiamo al “Cascina del Buonumore” 2023, blend di Nebbiolo all’85% e Vespolina per il restante 15%, vinificate ed affinate in acciaio; vino imbottigliato nella tipica “Deformata Piemonte”, bottiglia pensata per trattenere i depositi “all’interno della sua pancia”. Al naso si presenta con sentori di frutti rossi freschi, rosa, ma anche ciclamino, una nota speziata, la tipica sanguinella e pompelmo rosa che emergono da queste zone. In bocca un sorso fresco, con una buona acidità, tannino abbastanza delicato, sapido, minerale e persistente.
Concludiamo con il Boca DOC, vino che si produce, dal disciplinare del 1969, in cinque comuni della provincia di Novara: Boca, Maggiora, Cavallirio, Prato Sesia e Grignasco. 80% Nebbiolo e 20% Vespolina con un affinamento di due anni di botte grande e almeno due di bottiglia, si presenta nell’annata 2020 con sentori di frutta matura, sentori di cioccolato, note ematiche, di spezia e liquirizia, per un vino ancora giovane, che deve trovare la sua integrazione, anche nel sorso, che regala una buona beva, freschezza, acidità, trama tannica e lunghezza.
Un ringraziamento a Silvia Barbaglia per questa introduzione al suo mondo, in attesa di rivederci con più calma, ma intanto per lei maglia numero 436!


