Ultima tappa eoliana al tramonto sull’Isola di Lipari, per scoprire storia, filosofia e assaggiare i vini di Tenuta di Castellaro
08 Giugno 2024
Ultima tappa eoliana sull’Isola di Lipari, per scoprire l’azienda Tenuta di Castellaro, raggiunta a bordo di una delle, ormai diventate tipiche alle Eolie, Citroen Mehari.
Ci troviamo in un’azienda che ad oggi conta circa ventidue ettari vitati di cui ventuno sono a corpo, mentre uno è situato nella parte a sud-est dell’Isola, “Vigna Cappero”, dedicata alla produzione del Malvasia delle Lipari DOC Passito.
Facendo una passeggiata all’interno del grande giardino vitato, possiamo vedere che tutti gli impianti sono ad alberello e, pertanto, si evince che il lavoro che si fa all’interno dei vigneti è tutto manuale.
Questa tecnica consente un’esposizione a trecentosessanta gradi sia al sole sia alla costante ventilazione di cui godono queste zone.
La vigna, piantata ad alta intensità, viene legata una ad una ai pali di legno o corten. All’inizio si utilizzava legno di castagno, ma poi si è scelto il secondo materiale, sia per la salvaguardia dell’ambiente, ma anche per la sua longevità.
Tenuta di Castellaro è certificata BIO e i trattamenti sono a base di rame e zolfo, volendo impattare il meno possibile sulle piante e sull’ambiente circostante. Per arricchire i terreni caratterizzati dalla sabbia vulcanica, si adotta la tecnica del sovescio. Le piante vengono in parte cimate e defogliate, senza andare a togliere eccessivamente la parte vegetativa, che consente una protezione della vigna stessa, ma anche del suo frutto finale.
Da notare che non incontriamo una monocultura, ma, passeggiando tra i vigneti a corpo, si possono vedere numerose piante tipiche della macchia mediterranea, come capperi e fichi d’india.
La storia di Tenuta di Castellaro è relativamente breve, cominciata nel 2005 quando Massimo Lentsch, imprenditore bergamasco, si è recato sull’Isola per una vacanza siciliana in barca ed è stato stregato dalle meraviglie delle Eolie. Dopo le ferie, vista anche la grande passione per il mondo del vino, ha iniziato a cercare alcuni appezzamenti per poter creare la sua azienda. Giunto nella zona di Castellaro, dove rimaneva qualche vite quasi abbandonata e alcune strutture in fase decadente, ha deciso di piantare le radici per dar vita alla propria realtà vitivinicola, ma non solo. Con il supporto di alcuni tecnici e un agronomo, nel 2005 sono stati piantati i primi vigneti e nel 2008 si è effettuata la prima vendemmia, con la trasformazione delle uve avvenuta in Sicilia.
Da poco più di dieci anni, nel 2013, si sono completati i lavori di costruzione della cantina, permettendo così di vinificare le uve direttamente nella proprietà.
Le varietà che si è scelto di piantare sono quasi tutte quelle tipiche sia delle Eolie sia della Sicilia, ad eccezione di una varietà internazionale. Ogni appezzamento è dedicato ad una tipologia d’uva, tra cui: Nero d’Avola, Carricante, Moscato Bianco, Alicante, Corinto Nero, Malvasia delle Lipari e Pinot Nero.
La produzione di Tenuta di Castellaro è di circa ottanta/ottantacinque mila bottiglie per anno, divise in dieci etichette. Tra le fila dei vini troviamo: due Metodo Ancestrale, rispettivamente a base di Pinot Nero e Moscato Bianco; il loro nome è “Marsili”, come il vulcano sottomarino attivo che si trova tra Palermo e il Cilento. Proseguiamo con “Bianco Pomice”, 60% Malvasia delle Lipari e 40% Carricante (quest’ultima effettua un breve passaggio in barrique di rovere); “Bianco Porticello”, chiaro riferimento al porticello da cui partiva la pietra pomice per la Grecia, solcando tutto il Mediterraneo, a base di 60% Carricante e 40% Malvasia delle Lipari; “Rosa Caolino”, omaggio alle cave situate vicino alla cantina, blend di Corinto Nero e uve a bacca nera; “Ypsilon”, nome che riprende la disposizione delle isole Eolie che formano la lettera “Y”, uvaggio di Corinto Nero e Alicante; “Nero Ossidiana”, 90% Corinto Nero e 10% Nero d’Avola, che fermentano e affinano, separatamente, in barrique; un ultimo rosso è il “Corinto”, a base di Corinto Nero che fermenta in legno ed affina per circa un anno in tonneau. Oltre a bianchi e rossi si produce un vino macerato, a base di Malvasia delle Lipari, che resta a contatto con le proprie bucce per trenta giorni, in anfore di cocciopesto. Il suo nome è “Euxenos”, una parola greca che significa “ospitale con gli stranieri”. Concludiamo con la Malvasia delle Lipari Passita, fermentata in acciaio e affinata tra acciaio e barrique, dopo un appassimento in cassette, posizionate fronte mare, di circa quindici giorni.
La proprietà possiede anche un vigneto a settecento metri sul livello del mare sull’Etna, precisamente a Castiglione di Sicilia, da cui si produce l’etichetta l’ “Ottava Isola”, vino a base di Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio. Una produzione oggi in fase di evoluzione, avendo venduto i terreni alla nuova azienda autonoma sul Vulcano, così da avere un brand diverso da Tenuta di Castellaro, a nome Massimo Lentsch.
Dopo aver visto una parte dei vigneti circostanti non si può non toccare con mano la cantina, creata ex-novo, all’interno della collina. Una peculiarità della struttura è che si è scelto di alternare moderne tecnologie come i pannelli solari, a tecnologie del passato, tuttora attuali. Sono presenti, infatti, sia camini solari, che permettono un’illuminazione naturale, sia una torre del vento, che consente una costante ventilazione e umidità negli ambienti sotterranei della cantina.
Una prima area è dedicata alle vasche d’acciaio e all’imbottigliamento, per poi raggiungere i sette metri sotto terra dove si è creata una sorta di cattedrale interrata, luogo di affinamento dei vini, sia in bottiglia sia in botti di legno.
Un grande lavoro di ingegneria ispirato alla Chiesa di San Bartolomeo di Lipari, per creare delle volte in pietra viva, sorrette da alcune colonne portanti; uno spazio unico che lascia decisamente a bocca aperta.
Le colonne sono formate dal materiale piroclastico che è stato ritrovato scavando sotto terra, rappresentando, attraverso le diverse policromie, circa ventiquattromila eruzioni vulcaniche che si sono succedute sull’Isola.
Tra i vari ambienti si possono notare anche alcune opere dell’artista bergamasco Luigi Radici, che ha contribuito con alcune installazioni sia all’interno sia all’esterno di Tenuta di Castellaro, oltre ad averne disegnato le etichette e realizzato il cancello della Tenuta.
Parlando di ricettività, l’azienda dispone di tre piccole abitazioni disposte tra i vigneti, che sono state ribattezzate con i nomi delle rocce tipiche del luogo: Pomice, Ossidiana e Caolino. Le abitazioni possono accogliere quattro persone, ad eccezione di una che consente il pernotto di due ospiti, i quali possono godere del relax e del silenzio che offre la Tenuta.
Una ricettività che si estende anche a visite e degustazioni, come quella organizzata al tramonto, a cui abbiamo partecipato.
Dopo aver toccato i luoghi principali dell’azienda un calice d’ingresso al tramonto con vista mare e, all’orizzonte, le isole di Salina, Alicudi e Filicudi.
Cominciamo gli assaggi con il “Rosa Caolino” 2023, il quale esprime al naso sentori agrumati, di sanguinella, ma anche un tocco di albicocca, piccoli frutti rossi, melone, macchia mediterranea, una leggera spezia e un sottofondo fumè. In bocca entra fresco, ricco di sapidità, buona mineralità, discreta spalla acida e persistenza.
Per proseguire la degustazione ci accomodiamo nella terrazza panoramica sopra alla cantina, sempre con vista mare e vigneti, per assaggiare il “Bianco Porticello” 2021. Un vino dai sentori di erbe aromatiche, salvia, rosmarino, ma anche buccia di limone, mentuccia, un tocco ammandorlato e di noce moscata, con un sottofondo di pietra bagnata e anche in questo caso delicata macchia mediterranea. In bocca entra sempre fresco, diretto, con una discreta acidità, buona sapidità e mineralità, corpo che bilancia e persistenza.
Il mondo dei rossi si apre con “Ypsilon” 2020, affinato in solo acciaio, si esprime con note di frutti rossi, frutti di bosco, un leggero sottobosco, note terrose, un tocco ematico e sottofondo sulfureo. Un vino che rispetta la freschezza dei precedenti assaggi, con una buona beva, leggero tannino, discreta acidità e sapidità, abbastanza minerale e persistente.
Concludiamo con la Malvasia delle Lipari DOC Passita, annata 2018, che si esprime con sentori di frutta secca, tra cui fichi, albicocca disidratata, datteri, ma anche miele di castagno. Un vino che si mantiene in ogni caso fresco, ben bilanciato, con una buona sapidità, spalla acida, discreta mineralità e buona persistenza.
Un tramonto un po’ timido, reso comunque piacevole dall’ecosistema Tenuta di Castellaro e dal giovane team accoglienza che ci ha accompagnato in questa avventura.


