Tenuta Maraveja, la prima visita ufficiale dell’anno in compagnia di Gildo, Lorella, il cane Anubi e il gatto Simba, tra i Colli Berici
21 Gennaio 2023
Appena sotto ad uno dei campi da golf più rinomati del vicentino, il Golf Club Colli Berici, in località Muraroni, a poche centinaia di metri da Montecchio Maggiore è nata Tenuta Maraveja.
La prima visita del 2023 mi porta a conoscere più da vicino Gildo, la moglie Lorella, il cane Anubi ed in gatto Simba, nella loro realtà, frutto delle generazioni passate, ma con un volto tutto nuovo, delineato proprio da Gildo. Ad iniziare l’attività vitivinicola è stato il bisnonno Antonio, per poi tramandare il mestiere al figlio Giovanni, un ragazzo del ’99 (1899), con alle spalle le due guerre mondiali, soprannominato “Generali”; nomignolo frutto dell’eredità delle battaglie e storpiatura del cognome di famiglia, Gennari. Anche papà Simeone ha continuato a coltivare la vigna, passando da un’attività di sostentamento a quella di vendita parziale delle uve e di alcuni ettolitri di vino.
Gildo negli anni ha sempre aiutato il padre in vigna e nella vecchia cantina, pur occupandosi di tutt’altro mestiere. La sua passione è stata alimentata dal vivere quotidianamente una realtà famigliare legata alla viticoltura, pur non avendo fatto alcuno studio di enologia o agronomia.
Fino a trent’anni fa le varietà più coltivate erano Merlot e Garganega, ma, a causa della flavescenza dorata, è stata sterminata una parte del vigneto più storico, soprattutto della varietà a bacca bianca e principalmente le vigne più vigorose. Osservando attentamente i danni portati dalla malattia si è notato che le piante più magre, situate nelle zone più impervie, le meno produttive, sono state quelle meno intaccate, facendo così cambiare mindset a Gildo e alla sua realtà.
“È come se nella vita hai uno zaino da trenta chili o uno da cinque chili sulle spalle, con il primo sicuramente fai più fatica e ti debilita la schiena oltre che le articolazioni”.
Dopo una prima chiacchierata, coccolati dal calore del caminetto, ci avventuriamo alla scoperta del vigneto più vicino alla cantina (con vista sui monti Carega, Cornetto, Pasubio) il quale un tempo era pensato per la produzione sia di uva, con terrazzamenti che ospitavano un unico filare, per permettere la coltivazione di grano, fagioli, altri ortaggi e ai bordi della vite l’erba destinata a diventare fieno per nutrire le vacche. A reggere i filari vi erano alberi da frutto e piante che potevano essere fonte di legna per scaldarsi. Oggi gli impianti sono stati tutti rifatti e al posto di un solo filare se ne trovano due, posizionati in terrazzamenti “più dolci”, quasi naturali e non sforzati dalla mano ingegneristica dell’uomo, ma semplicemente facilitati dal costante accumulo di terra negli anni, il quale ha creato un piccolo gradino tra due filari e quelli adiacenti. Un sistema a giropoggio, il quale torva ospitalità in una collina che spazia dai cento ai trecento metri sul livello del mare, la quale raggiunge una pendenza del 40%.
Più ci si avvicina alla parte alta della collina meno terra si trova e a farla da padrona in questi appezzamenti è la materia argillosa. Verso il territorio di Brendola il substrato si trasforma in sasso nero, basalto, roccia vulcanica e anche il clima risulta più di stampo mediterraneo, con la presenza di piante di fichi d’india.
Due anni fa si è concluso l’ultimo impianto, con un Pinot Nero resistente, arrivando così ad avere quattro ettari vitati tra Brendola, Montecchio ed Altavilla, di cui metà sono piantati con le varietà più tradizionali come la Garganega, il Merlot ed il Tocai Rosso, mentre la seconda metà è caratterizzata da varietà resistenti come il già citato Pinot Nero, un Tocai Bianco e un Cabernet Sauvignon.
Parlando delle lavorazioni della terra, da sempre le concimazioni sono state organiche, avendo anche alcune mucche, non si è mai irrigato e non si son mai usati pesticidi ed erbicidi. Il BIO è stato visto in prima battuta come qualcosa di distante dalla mentalità di Gildo “andavo nei negozi ed associavo il bio o il naturale a qualcosa di brutto”. Pensiero che negli anni è stato modificato, avendo completato la certificazione qualche anno fa e trattando i vigneti solo con rame e zolfo.
“La peronospora e l’oidio sono come la nostra influenza, ammalarci dipende dalla vulnerabilità del nostro corpo, così come nella pianta, se le difese immunitarie sono buone, non si corrono grossi pericoli”.
Negli ultimi anni i caprioli sono diventati un’ulteriore problematica e per evitare il loro avvicinamento alle piante si utilizza come repellente il sangue di bue (ovviamente il trattamento viene interrotto con l’avvicinarsi del periodo di vendemmia). Dopo trent’anni anche la flavescenza dorata è tornata, ma “se l’ecosistema è ben bilanciato un unico insetto non può prendere il sopravvento”.
Molto importante anche il tema dell’erba che cresce tra i filari, tutta spontanea e mai tagliata fino a pochi giorni prima della vendemmia. L’erba si piega a giugno ed è fondamentale sia per evitare gli smottamenti del terreno, sia per favorire il giusto ecosistema vitale di insetti ed animali che hanno ritrovato il proprio habitat da quando non viene più lavorata la terra; è l’esempio dei falchi che sono ritornati a vegliare sulla vigna. Il modello che viene preso come riferimento è quello dell’ecosistema boschivo, dove tutti gli strati di questo ambiente garantiscono in maniera spontanea una vitalità a tutti i propri ospiti.
La media dell’uva prodotta è di circa un chilo per pianta, bilanciando la scarsa produttività del Merlot con quella più copiosa della Garganega; circa cinquanta quintali ettaro per diecimila bottiglie all’anno.
Da citare anche un vigneto presente a Brendola, in campagna e non in collina, tremila metri di Garganega contornati da una siepe autoctona, destinati alla produzione del rifermentato in bottiglia “Jeraora”.
Dopo aver scoperto la vigna è il momento di avventurarsi in quella che si può definire una cantina diffusa e in continuo cambiamento, che vedrà il suo assestamento tra questo e il prossimo anno. Innanzitutto Tenuta Maraveja vanta la caratteristica di essere quasi totalmente autonoma dal punto di vista energetico, con un impianto di biomassa, pannelli per il riscaldamento dell’acqua e il fotovoltaico; oltre alla scelta accurata dei materiali per il restauro degli ambienti principali della cantina, dove si è utilizzato materiale sostenibile come il legno o la pietra locale.
Cantina che è stata definita diffusa poiché è stata costruita negli anni del nonno e del bisnonno in una prima parte, ampliata e rinnovata da Gildo nell’ultimo decennio, cambiando destinazione d’uso alle stanze. La prima che vediamo è quella dedicata all’imbottigliamento (processo tutto fatto a mano, fino all’etichettatura, bottiglia per bottiglia e con tanto di gomma lacca a rivestire il collo, compito di Lorella), che diventerà anche una sala accoglienza per gli eventi. In un’altra stanza risiedono pressa e diraspatrice; tutte le uve vengono lavorate diraspate tranne il Tocai Bianco resistente. Uno degli ultimi lavori è stato quello di interrare le vasche di cemento originarie ed acquistarne delle altre, così da creare con queste una parete che delimita la sala inferiore dall’esterno, con la contemporanea utilità di conservare ed affinare il vino.
Per il prossimo futuro sono previste alcune riorganizzazioni come il nuovo utilizzo della vecchia cantinetta dove papà Simeone vendeva lo sfuso, che diventerà lo shop aziendale; una stanzetta sopraelevata, ad oggi magazzino vista vigne sarà utilizzata da Lorella per insegnare yoga, mentre il solarium esterno si trasformerà in un piccolo centro benessere per allietare gli ospiti del vecchio fienile già trasformato in bed & breakfast, con tre stanze.
Tenuta Maraveja ha l’obiettivo di puntare sempre di più sull’accoglienza per offrire la possibilità agli ospiti di uscire dalla quotidianità e godere di quiete e relax, staccando così la spina. La filosofia di base è quella di cercare di lavorare meno e stare meglio!
In cantina si utilizza un pied de cuve per le fermentazioni, uno per ogni tipologia di uva da far fermentare e si utilizza la solforosa solo in questo processo, al fine di evitare che ci siano lieviti acetici o di altra tipologia che possano intaccare il suo corretto svolgimento. Questo avviene in tini da dieci ettolitri, in plastica, che non si riempiono del tutto, ma solitamente ci si limita ad inserire ottocento chili di uva, così da mantenere un cappello più basso e avere una maggiore ossigenazione favorevole, svolgendo inoltre tre rimontaggi al giorno. Le uve sono tutte vendemmiate tardivamente (questo potrebbe implicare temperature fredde e la necessità di scaldare gli ambienti per favorire il corretto processo fermentativo) macerazioni solo per le uve a bacca rossa, tranne che per una Garganega che viene macerata per circa sette/quindici giorni. Gli affinamenti avvengono tra acciaio e cemento, oltre ad un riposo in bottiglia; la media è quella di uscire con i vini bianchi dopo quattro/cinque anni e dopo cinque/sei anni con i rossi.
Ad oggi Tenuta Maraveja produce otto etichette: quattro bianchi, tra cui un rifermentato in bottiglia di Garganega, “Jeraora”; una Garganega vinificata in bianco, “Gemma”; una Garganega macerata, “Vitomò” ed il “Petardo”, a base di uve Tocai Bianco resistente. Per quanto riguarda il mondo dei vini rossi: dal taglio di un 60% di Merlot e un 40% di Cabernet Sauvignon si ottengono il “Tovomarin” ed il “Roccorosso” (bottiglia dedicata al primogenito di famiglia, Rocco) le cui uve, a differenza del primo, effettuano tra i trenta e i sessanta giorni di appassimento in cassetta. Il terzo rosso è il “Luporosso”, frutto della vinificazione del Tai Rosso (ex Tocai Rosso); anche in questo caso le uve vengono lasciate appassire dai trenta ai sessanta giorni in cassetta. Infine un unico rosato denominato “Rame”, che deriva dalla vinificazione in bianco del Cabernet Sauvignon prodotto nell’unico mappale con terreno basaltico.
Tornati al caldo, con il caminetto ancora ben vigoroso, scopriamo alcuni dei simboli della cantina, partendo dal nome Tenuta Maraveja, che è dedicato alla meraviglia di questo posto e di come si è evoluto negli anni, anche se è in costante cambiamento e dove si è sempre alla ricerca dell’innovazione. Il simbolo scelto è la salamandra, animale che un tempo era molto diffuso in questa zona e pian piano sta ritornando ad essere presente; sotto di esso la frase “Ante Omnia Terra Est”, un chiaro richiamo, in lingua latina, alla filosofia aziendale che mette la terra (e la natura) prima di tutto.
Anche la data 1462 è un elemento fondamentale di questa realtà, poiché è la data trovata incisa in uno dei muri portanti dell’abitazione di famiglia, emerso durante un restauro, di cui però non si sanno le origini.
Prima dei saluti un assaggio della Garganega 2018 Tenta Maraveja, imbottigliata una settimana prima come prova di vasca, annata che sarà la prima ad essere certificata BIO. Il nome “Gemma” è dedicato alla figlia Emma Gennari e i sentori che emergono di più al naso sono quelli di frutta a polpa gialla, pesca gialla, gocce d’oro, fiori gialli, tiglio, leggero spunto erbaceo, fieno, miele; mentre in bocca gode di una buona sapidità, vino “morbido”, ben equilibrato, dalla discreta acidità e pulizia, persistenza e freschezza nonostante i suoi quattordici gradi alcol.
Nella speranza di poter provare ben presto l’ecosistema creato da Tenuta Maraveja per staccare la spina e godere del relax offerto da Lorella e Gildo, per loro maglietta 215!


