Immersione nella storia di Breganze e dell’azienda Firmino Miotti grazie alla gentilezza e disponibilità di Franca Miotti
13 Agosto 2020
Ho conosciuto l’azienda Firmino Miotti al padiglione dei Vignaioli Indipendenti FiVi al Vinitaly di qualche anno fa e consumandone sporadicamente i vini ho finalmente il piacere di andare a trovare Franca a Breganze.
L’accoglienza è delle migliori, in un clima casalingo e disponibile e la “padrona di casa” comincia a raccontarmi la storia dell’azienda partendo dal territorio in cui ci troviamo.
Siamo a Breganze in provincia di Vicenza, un territorio dove i vigneti furono sterminati dalla filossera del 1915.
Durante la seconda Guerra Mondiale nel centro del paese era situata la base nazista (oggi un albergo) mentre a pochi passi da casa Miotti la base dei partigiani (una casa rosa ancor oggi visibile). Proprio in questi anni il bisnonno ed il nonno di Franca furono ingaggiati nelle squadre d’innesto per ripopolare le colline di nuovi impianti vitati, prima di essere chiamati alle armi.
Finita la guerra, nel 1948 è nata la Laverda, un’azienda produttrice principalmente di moto e macchinari agricoli che ha assorbito nella produzione circa 2000 persone dipendenti per lo più di sesso maschile. La coltivazione dei vigneti in quegli anni era diventata un secondo lavoro e in tempi di vendemmia l’azienda subiva un forte assenteismo tanto da far riflettere Pietro Laverda sull’apertura di una Cantina interna all’azienda, per i propri dipendenti.
Nacque così la Cantina Sociale, dove i soci, con contratto a vita dovevano portare le uve di loro produzione, per lo più internazionali a sfavore dei vigneti autoctoni.
Negli anni ’50 la famiglia Maculan, che distribuiva bevande e vendeva vino sfuso, fu la prima a staccarsi da questa visione e ad introdurre le botti di legno di rovere (dopo la permanenza di Fausto Maculan in Francia) rivalutando il Torcolato in stile Sauternes.
L’imposizione di Maculan nel mercato negli anni ’70 ha fatto da traino anche ad altre aziende portando visibilità sui prodotti autoctoni di Breganze.
Riportando l’attenzione all’azienda protagonista delle visita, Franca svela che la sua famiglia, che si dichiara bianchista, ha da sempre fatto vino per autoconsumo.
Suo bisnonno ha dato vita alla prima generazione di vignaioli che producevano e distribuivano vino sfuso, contrario all’imbottigliamento. Nel 1958, anno della morte del nonno, il padre di Franca, Firmino Miotti, nascono i primi vini rifermentati in bottiglia con uve autoctone.
Oggi l’azienda è condotta da Franca, dalla madre e dal padre Firmino e conta ettari per una produzione annua di circa 25.000-30.000 bottiglie.
Ci troviamo in un terreno vulcanico con circa due metri di terra fino ad arrivare ad una roccia (togo semiduro) che viene penetrata dalle radici delle vigne, che “non soffrono mai la sete”.
L’azienda Firmino Miotti lavora in maniera convenzionale cercando di entrare in vigna solo quando è strettamente necessario, poichè parte della produzione è destinata all’autoconsumo.
La maggior parte della produzione è ottenuta da vitigni autoctoni e i vini si dividono in quattro categorie:
FRIZZANTI, sui Lieviti:
Strada Riela, 100% Vespaiolo,
Sampagna, 100% Marzemina Bianca;
Pedevendo, 100% Pedevendo;
Fondo 53, 31% Vespaiolo, 31% Marzemina Bianca, 31% Pedevendo; 7% Gruajo.

i BIANCHI:
Vespaiolo; Vespaiolo 16:9 che affina in barriques di acacia; Le Colombare (50% Tai – 50% Riesling)
i ROSSI:
Breganze Rosso (100% Merlot); Cabernet, Gruajo (rosso autoctono); Groppello (altro rosso autoctono); Valletta (il taglio bordolese 50% Cabernet Sauvignon – 50% Merlot).
ed infine il nettare dell’azienda, il Torcolato, che ho potuto assaggiare in una cena tra amici nella sua annata 2005, a dir poco emozionante!
Dopo un giretto in cantina alla scoperta delle vasche in acciaio, del cemento vetrificato oltre all’affascinante barricaia andiamo ad assaggiare alcuni dei vini prodotti.
Cominciamo con il Pedevendo, un frizzante che non stanca, ideale per le giornate di caldo come quella della visita in azienda. Profumi di frutta fresca e un leggero agrume, un equilibrio in bocca e l’invito del primo bicchiere a berne un secondo.
Il Fondo 53, dal color rosa intenso dato dal Gruajo e oltre alla mineralità, freschezza e note agrumate delle uve a bacca bianca si percepiscono le caratteristiche dell’unica uva a bacca rossa presente, con i sentori di piccoli frutti rossi come il lampone.
Un vino malvoluto da Firmino (“el vin o se bianco o se rosso” – il vino o è bianco o è rosso) entrato nel mercato per desiderio di un importatore, dal nome che richiama i vigneti nel fondo dell’azienda e il civico numero 53.
A seguire due interpretazioni della Vespaiola 16:9, un 2016 e un 2017, un’uva che come spiega Franca deve essere supportata per valorizzarne le sue migliori caratteristiche.
In questa versione vi è un affinamento in barrique di acacia dai 7 ai 9 mesi, un legno che accompagna e fa emergere leggeri profumi di tabacco, frutta secca, cacao, fiori di camomilla. Il nome dai due cloni migliori della vespaiola, il 16 e il 9, a discapito del numero 4.
E per finire, causa tempistiche strette (ma sarei stato li fino all’indomani) il Taglio Bordolese “Valletta” del 2013, che ha la necessità di riposare ancora qualche anno in bottiglia al fine di trovare il suo perfetto equilibrio. Merlot e Cabernet Sauvignon in parti uguali che affina due anni in barrique.
Nel prossimo futuro vedremo qualche cambiamento e il lancio di nuovi vini frutto della continua sperimentazione da parte dell’azienda, che pur mantenendo una linea tradizionale valorizzando le uve autoctone, non smette mai di innovarsi.
Posso anticipare solo che sta riposando in cantina un Metodo Classico con uva Vespaiola!
Dopo un po’ di scorta dei vini di Firmino Miotti ringrazio di cuore Franca con la promessa di tornare a trovarla con un po’ di amici al fine di assaggiare qualche altra chicca.





